Welfare Aziendale, il piano che che fa bene e conviene.

Sempre più aziende in Italia scelgono di mettere a punto dei piani di welfare aziendale, per accrescere il potere di spesa, la salute e il benessere dei dipendenti e del loro nucleo familiare. Ma come funziona? Lo abbiamo chiesto a Gianluca Brizio, CEO e Founder di WAI, Welfare Aziendale Italia.

Negli ultimi anni in Italia c’è stato un boom di contratti integrativi che hanno introdotto il premio di produttività, che è passato dai 9mila nel 2016 agli oltre 54mila nel 2019. Di questi, oltre uno su due prevede la conversione in welfare aziendale: il tasso di incidenza delle misure di welfare su contratti che includono il premio di produttività è infatti aumentato dal 46% nel 2018 al 57% nel 2020 (fonte Ministero del Lavoro). In pratica, quasi sei contratti su dieci prevedono misure di welfare aziendale, con la possibilità di convertire il premio di risultato parzialmente o totalmente in beni e servizi welfare. 

L’inserimento di un piano di welfare aziendale porta con sè molti vantaggi, tangibili e immateriali. Primo fra tutto il benessere psicofisico che si trasforma in un accrescimento della motivazione del lavoratore con conseguente riduzione del turnover e assenteismo; non ultimo, il consistente beneficio fiscale per l’imprenditore ed economico per il lavoratore grazie al totale abbattimento del cuneo fiscale.

Ma cosa si intende per welfare aziendale? Si tratta di tutte le misure, comprese iniziative, beni e servizi, messe a disposizione del lavoratore da parte dell’impresa. 

Le misure mirano a sostenere il reddito del lavoratore, per accrescere la salute, il benessere e il suo potere di spesa. In aggiunta alla retribuzione, quindi, i dipendenti possono usufruire di una serie di agevolazioni, rimborsi e benefit che beneficiano di un regime fiscale agevolato sia per il dipendente che per il datore di lavoro.

Alla lettera, il termine welfare sta per benessere, obiettivo di un percorso di responsabilità sociale, ma anche per sussidi e assistenza sociale

Sempre più aziende italiane si stanno dotando di piani di welfare aziendale per due motivi: il primo, accrescere il benessere dei propri dipendenti migliora la qualità di vita personale e professionale di ciascun individuo; il secondo, entro certi limiti si tratta di servizi detassati per i lavoratori dipendenti, perché rientrano tra i beni e servizi che non concorrono a formare reddito imponibile in quanto mirati a soddisfare esigenze meritevoli di tutela, come il miglioramento delle proprie condizioni di vita di quelle dei familiari. In pratica, non costituendo reddito, il contributo è esente da tassazione fiscale e contributiva ed è al contempo deducibile per l’azienda. 

Potremmo definirlo un classico win-win per azienda e lavoratore. È questa la modalità in cui il welfare aziendale riesce a coniugare la responsabilità sociale d’impresa, con azioni concrete e mirate e piani di incentivazione della forza lavoro.

Perché un’azienda dovrebbe dotarsi di un piano di welfare aziendale? 

– per abbattere il cuneo fiscale;

– per regolamentare l’erogazione delle premialità;

– per fidelizzare e coinvolgere i lavoratori;

– per accrescere l’immagine aziendale; 

– per attrarre nuovi talenti e aumentare la produttività;

– per migliorare la conciliazione vita-lavoro.

Come funziona: i benefici

Sono davvero molti i benefit di cui il lavoratore può usufruire. Il datore di lavoro può scegliere tra i molteplici benefit e le soluzioni previste dalla normativa fiscale, tra cui: 

  • buoni d’acquisto per il carburante;
  • Buoni spesa al supermercato, elettronica, abbigliamento ed altri ancora;
  • Viaggi e Vacanze, sport e benessere, tempo libero, cultura e formazione; 
  • previdenza complementare; 
  • assistenza sanitaria integrativa, cassa sanitaria; 
  • rimborsi scolastici dall’asilo nido all’università e master;

Le prestazioni messe a disposizione dei dipendenti nei piani di welfare aziendale vengono anche definite flexible benefit, flessibili proprio perché il dipendente può scegliere come spendere il proprio “portafoglio” di benefit messo a disposizione dal datore di lavoro.

Tipologie di piani di welfare aziendali 

Esistono tre tipologie di piani di welfare aziendale, che si configurano anche in un diverso trattamento fiscale:

– welfare volontario o liberale;

– welfare obbligatorio da CCNL;

– welfare di produttività  – Premi di Risultato;

I piani di welfare volontario o liberale vengono attuati dall’azienda con un’azione unilaterale: con un Regolamento Interno è il datore di lavoro a decidere gli importi da erogare per la generalità dei dipendenti o per determinate categorie omogenee di lavoratori. Con la predetta regolamentazione, L’agevolazione fiscale per questo tipo di piani, è totale quindi risparmio fiscale pieno sia per Azienda che per Lavoratori.

Il Welfare obbligatorio previsto da CCNL è quello invece previsto solamente da alcuni Contratti Collettivi Nazionali, uno su tutti, quello Metalmeccanico del settore Industria, in vigore dal 2017 e appena rinnovato per un ulteriore triennio fino al 2024. Le Aziende soggette a tale CCNL hanno l’obbligo di corrispondere a tutti i lavoratori € 200,00 sotto forma di beni e servizi di Welfare Aziendale e non è possibile monetizzare tale importo. Anche qui detassazione totale per le parti.

Infine, il welfare di produttività relativo a premi di risultato derivanti da contrattazioni sindacali ossia accordi di II Livello. Questa modalità consiste nell’offrire al dipendente la possibilità di convertire o meno il proprio premio di produttività in prestazioni di welfare aziendale. Ciò avviene grazie alla Legge di Stabilità del 2016 che prevede la totale esenzione fiscale per azienda e lavoratori convertendo i premi di risultato in welfare aziendale. Quindi, se il lavoratore converte in W.A., il risparmio fiscale è totale per azienda e lavoratore; nel caso in cui il lavoratore scelga, invece, di non convertire, non vi sarà il risparmio fiscale per l’Azienda e il lavoratore beneficerà di un’aliquota agevolata del 10%.

In generale, A puro titolo esemplificativo, la corresponsione di 1000 € dall’Azienda al lavoratore:

  • In busta paga costo aziendale circa 1400 € mentre il dipendente riceve 600 € netti 🡪 cuneo fiscale circa 800 €;
  • In WELFARE AZIENDALE il costo aziendale è € 1000 e non 1400€, mentre al lavoratore arrivano 1000 € netti e non 600€ 🡪 cuneo fiscale ABBATTUTO.
  • Nel caso del Welfare di produttività, Il premio presuppone che nel corso dell’anno ci sia stato un incremento misurabile della produttività aziendale.
  • Nel caso dell’obbligo contrattuale ci sarà l’erogazione a prescindere dai risultati aziendali;
  • Nel caso della liberalità da parte del datore di lavoro a mezzo regolamento interno, sarà l’Azienda a decidere se costruire o meno piani di welfare aziendale e non richiede l’accordo sindacale;

Si tratta di una modalità che non solo conviene alle aziende, ma che piace anche ai dipendenti. Se nel corso del 2018 uno su quattro dei lavoratori beneficiari (25%) sceglieva una quota welfare dal premio di produttività, nel corso del 2019 è diventato uno su tre (34,5%). La spesa in istruzione (tasse scolastiche, acquisto libri, iscrizioni asili nido) è la voce più consistente con il 33,8%. Segue l’area ricreativa con il 22,4% (palestra, viaggi, sport); i fringe benefit (carte prepagate per spesa, carburante, shopping e elettrodomestici fino a 258,53 euro annui) con il 18,1%; la previdenza integrativa (12,7%); l’assistenza sanitaria (7,6%); la mobilità (3,7%); l’assistenza familiare (1,2%).

WAI, Welfare Aziendale Italia 


Per saperne di più abbiamo fatto qualche domanda a Gianluca Brizio, CEO e Founder di WAI, Welfare Aziendale Italia, con sede a Bra, in provincia di Cuneo. 

WAI è un provider di Welfare Aziendale che segue le Imprese, di ogni dimensione, in ogni fase della catena procedurale. Per implementare un piano di welfare aziendale è importante, infatti, partire con l’analisi dello scenario, della popolazione aziendale e dei bisogni dei dipendenti. WAI affianca le aziende dalla consulenza allo studio delle risorse per l’abbattimento del costo del personale, dai regolamenti alla gestione normativa e fiscale fino all’accesso alla Piattaforma Welfare di Proprietà, con oltre 150.000 servizi disponibili.

“Aiutiamo le Imprese a realizzare Piani di welfare per migliorare la conciliazione vita-lavoro dei propri dipendenti – spiega Gianluca Brizio – mettendo al centro del progetto le strutture del territorio e i nostri fornitori locali. Il welfare, così pianificato, risulterà un successo per azienda e collaboratori”. 

Questa particolarità è ciò che rende l’offerta di WAI diversa dalle altre aziende del settore, perché offre al dipendente una vasta opportunità di scelta e propone attività locali e sul territorio. In questo modo non solo l’impresa incrementa la produttività, fidelizza i dipendenti e abbatte il cuneo fiscale ma il lavoratore ottiene un potere d’acquisto maggiore.

Scegliere WAI significa quindi beneficiare delle eccellenze nazionali e delle strutture a km zero, aspetto determinante per la corretta riuscita di un piano welfare e che pochissimi sono in grado di sostenere al livello offerto da WAI.

Una volta stabilito un piano di welfare, il lavoratore deve spendere il proprio credito. Dove può farlo? 

Ecco le categorie a disposizione:

  1. BUONI ACQUISTO e GIFT CARD: supermercati, carburante, abbigliamento, elettronica, profumerie, sport ecc..
  2. VACANZE: scegliendo tra i più noti motori di ricerca mondiali e le Agenzie viaggi del territorio;
  3. SPORT, DIVERTIMENTO: qualsiasi abbonamento sportivo, ristorazione, parchi divertimento, Terme e Spa;
  4. CULTURA E FORMAZIONE: soggiorni culturali, corsi di formazione, editoria e riviste;
  5. SANITÁ : qualsiasi visita specialistica o diagnostica, analisi di laboratorio, odontoiatria, occhiali e lenti, prevenzione, fisioterapia, oncologia, psicologia e psichiatria ecc.
  6. PREVIDENZA: versamenti liberi al fondo di previdenza di categoria o individuale;
  7. RIMBORSI: rimborsi di qualsiasi spesa scolastica dall’asilo nido all’università e master comprensiva di retta, mensa, pre-dopo scuola, campus estivi ed invernali, trasporto pubblico, gite scolastiche, testi scolastici ecc..

L’elenco fa quindi riferimento a spese essenziali e che qualsiasi persona, a prescindere dall’età, andrà a sostenere nella vita di tutti i giorni. Grazie alla conversione in beni e servizi di Welfare Aziendale, ogni dipendente potrà collegarsi con user e password in piattaforma e, in totale autonomia, potrà acquistare i servizi di suo interesse.

Al programma può accedere sia la piccola impresa famigliare che la grande azienda.

Il welfare aziendale nell’emergenza sanitaria da Covid-19

Cosa è cambiato negli ultimi due anni? 

“L’emergenza sanitaria che ha caratterizzato questi ultimi 18 mesi, ha avuto ripercussioni importanti anche sul welfare aziendale” – racconta Gianluca. “I dipendenti si sono avvicinati sempre più al concetto di sanità e la sensibilizzazione al tema è stata sempre crescente. 

Anche in tema di fruibilità dei servizi in piattaforma, la scelta nella sezione dedicata alla Sanità è cresciuta esponenzialmente. L’acquisto di Pacchetti Sanitari integrativi, assicurazioni sanitarie e la Cassa Sanitaria, servizio che siamo tra i pochi Provider ad offrire, consente ai dipendenti di ottenere il rimborso delle spese sanitarie sostenute per sé stessi e per il proprio nucleo familiare. 

Recentemente, abbiamo anche condotto un questionario approfondito sui servizi del welfare a cui hanno risposto oltre 200 persone. È stato a loro richiesto di esprimere 2 scelte tra i servizi presenti ossia Gift Card, tempo libero, vacanze e sport, previdenza e sanità, rimborsi.  Il risultato è stato sorprendente perché circa il 74% delle persone ha indicato, tra le due scelte, la Sanità come argomento fondamentale e di fruibilità sul welfare. Il dato è davvero rilevante in quanto, prima della Pandemia, eravamo al di sotto del 34%.  

In Piattaforma WAI i dipendenti troveranno oltre 12.000 strutture sanitarie presenti sul territorio nazionale e le eccellenze a km zero appositamente convenzionate per dare ai dipendenti una maggiore fruibilità. In aggiunta, la Cassa Sanitaria, grazie alla quale potranno richiedere il rimborso di una qualsiasi spesa sanitaria sostenuta sul territorio nazionale, rimborsabile a prescindere dal convenzionamento o meno della struttura e senza franchigie. Decisamente un plus per Aziende e dipendenti.”

La mozzarella di bufala arriva da Cuneo: l’avventura del Caseificio Moris

Gli imprenditori lo sanno: un buon capitano non è colui che è in grado di restare al timone quando non soffia il vento, ma chi è in grado di rimanere al comando e condurre la nave in porto durante una tempesta. Ma come si reagisce a un imprevisto che rade al suolo il tuo business? Come si reinventa un imprenditore che possa dirsi davvero resiliente? E come è possibile innovare il settore agroalimentare e certificare la qualità di un’azienda come il Caseificio Moris? 

Ne abbiamo parlato insieme a Ivan Morisiasco, che ha condiviso con noi la sua esperienza.  

Il Caseificio Moris 

Agricoltori da quattro generazioni, forse anche prima. Ivan ci racconta “Con le mie sorelle, Elisa ed Elena, e le cugine, siamo cresciuti insieme, giocando e aiutando i nostri genitori. Ci lega un affetto molto profondo. Siamo stati fortunati, i nostri genitori non ci hanno mai forzato a scegliere questo lavoro ma ci hanno dato fiducia e coinvolto nei progetti quando eravamo piccoli. Così, piano piano, ci siamo appassionati a questo mestiere.” 

La famiglia Morisiasco ha sempre allevato mucche di razza piemontese, con l’introduzione negli anni ‘80 della razza frisona, scelta che già all’epoca si rivelerà vincente. Con oltre 200 capi di bestiame, i fratelli Franco e Mario Morisiasco si ritrovano tra i primi allevatori in Italia. Ma la vita riserva sempre molte sorprese. Negli anni ‘90 giungono due imprevisti: il primo, la bagarre sulle quote-latte, che impedisce agli allevatori di acquistare altri capi di bestiame; il secondo, ancora più grave, un’improvvisa malattia che colpisce l’intero allevamento. 

Così, da un problema a tratti drammatico, arriva la svolta. Nel 2002, di ritorno da una Fiera svoltasi a Verona, papà Franco sveglia Ivan in piena notte, per raccontargli la sua idea: passare all’allevamento di bufale. Ivan non comprende l’entusiasmo di suo padre, fino a quando non lo accompagna in Campania, dove assaggerà la mozzarella di bufala e incontrerà per la prima volta questo animale maestoso. 

“Non dimenticherò mai il giorno che sono arrivate le prime 50 bufale, un’emozione unica.”

Comincia così questa storia fatta di lungimiranza e intuito, di resilienza e passione. Nasce un’azienda parallela a quella originaria, che oggi produce formaggi, carne e bio cosmesi. 

Il Caseificio Moris possiede oltre 1250 animali alimentati in maniera sana ed equilibrata con foraggi, leguminose e cereali coltivati nei 180 ettari di terreno di possesso dell’azienda. 

Perché le bufale? Perché si tratta di una vera e  propria rivincita. “Mio padre aveva intuito che un prodotto così particolare a livello mondiale – spiega Ivan – ci avrebbe permesso di riprendere in mano la nostra produzione. Il latte di bufala è qualcosa di prettamente italiano, è nostro. Latte, formaggi e carne di bufala sono molto digeribili. Il latte è indicato per i bambini. La carne ha un ridotto contenuto di colesterolo.

Inoltre, ci permette di uscire dalle dinamiche in cui l’agricoltura è inclusa. È un mondo davvero particolare, dove il prezzo lo fa chi compra, e non chi vende. L’agricoltore ha sempre una spada di Damocle che pende sulla sua testa: quella della deperibilità. Se il mio prodotto va a male, devo venderlo, a volte svenderlo. Il latte di bufala ci ha permesso di uscire da questo sistema, di produrre meno e meglio e di scegliere il prezzo e le modalità di vendita. Siamo noi a controllare la produzione, la lavorazione e la vendita, garantendo la qualità ad ogni step della filiera.”


Resilienza e intuito 

Il successo ottenuto con le bufale non è casuale. “Le bufale sono arrivate anche grazie al percorso fatto con l’allevamento delle mucche da latte, che ci ha visti protagonisti a livello nazionale e internazionale. Credo che in qualsiasi settore in cui si opera bisogna sempre puntare ad ottenere il massimo lavorando con cura precisione e tanta passione.”     

Cosa ha permesso a papà Franco di farcela? Sicuramente la voglia di non mollare mai, neanche quando le avversità incombevano. E poi la sua voglia di sperimentare, la capacità di trovare anche nelle difficoltà una via d’uscita, sempre. 

“Lui è bravissimo nel trasformare ogni difficoltà in un nuovo punto di partenza: una continua ricerca alimentata dalla voglia di migliorarsi sempre. 

Ho dei ricordi nitidi di quando ero piccolo. La nostra vita era qualcosa di imprescindibile dal lavoro, cosa che non ci è mai pesata realmente. La Domenica si mungeva ascoltando le partite alla radio, a Natale mungevamo le vacche prima di andare a messa, per poi aspettare il passaggio di Gesù bambino. 

Mio padre girava per le aziende agricole, vedeva le esperienze degli altri e provava a capire come applicarle alla sua realtà. Ha sempre capito che investire sulla qualità era fondamentale, anche su quella degli animali stessi. Mio padre e mio zio sono stati tra i primi a investire su animali con genetica certificata, che costavano 3 volte di più dei normali animali.” 

È importante capire un aspetto significativo. Gli animali non sono tutti uguali, cosa che potrebbe ingannare un neofita. Ogni capo deve avere delle qualità funzionali per garantire un buon prodotto a lungo tempo. Negli allevamenti intensivi di oggi gli animali sono sì iperproduttivi, arrivando a produrre 60 litri di latte vaccino al giorno, ma dopo pochi anni, la mucca non riesce più a stare in stalla. È come pretendere di avere il motore di una Ferrari alloggiato in una carrozzeria di una utilitaria, senza considerare che anche quel latte perderà tutte le proprietà nutritive, diluite in una quantità “innaturale” di produzione. 

“Una bufala vive anche 15 anni, produce meno latte, è un animale più forte per natura. A noi spetta il dovere di garantire una vita sana ad ogni capo per una produzione di qualità. Non c’è solo l’aspetto genetico dell’animale infatti: qui subentra l’aspetto manageriale. Occorre gestire al meglio l’animale con stalle e spazi adeguati, personale formato per allevarlo senza stressarlo, garantire a ogni bufala un’alimentazione genuina, perchè un animale in costante cattiva digestione è nervoso, dura meno e produce un prodotto di qualità scarsa.”

Come viene gestita la qualità e la certificazione nella vostra azienda? 

“Stiamo creando un modello Moris di allevamento e di agricoltura di trasformazione. Vogliamo trasmetterlo al cliente per dare a lui la sicurezza di ciò che acquista. Perchè un conto è la qualità del prodotto, un conto invece è la sicurezza del metodo che deve essere certificato in altro modo.”

Uno sguardo al futuro 

“Crediamo molto nella qualità. Vogliamo ingrandire e sviluppare la nostra azienda per continuare a vederla crescere anche se nel nostro settore non è semplice; più animali vuol dire più terra, più spazi, più stalle. Abbiamo trovato in Be4 Innovation il partner ideale per seguire la crescita aziendale e investire in maniera mirata e sostenibile nei macchinari necessari.

Stiamo mettendo in piedi un modello di agricoltura sempre più sostenibile, per trarre la qualità massima dal prodotto senza l’utilizzo di chimica. Il Caseificio Moris punta a diventare a breve Antibiotic Free, cosa che per noi è una soddisfazione immensa. 

Inoltre, siamo totalmente autosufficiente per energia elettrica e termica, ormai da anni. Nel 2010 è stato strutturato un impianto di Biogas, pensato secondo una precisa ottica aziendale. Questa scelta ha avuto un forte impatto sulla nostra economia e sull’ambiente, e rientra in quel sistema di economia circolare su cui stiamo investendo da anni.

L’idea è realizzare pienamente un’azienda a impatto zero. Produrre cibo è una grande responsabilità. Se compro un oggetto e si rompe, me ne farò una ragione. Ma se compro qualcosa che dovrò mangiare, devo essere sicuro che mi faccia bene e che mi dia energia.” 

Il settore è in continua evoluzione, anche grazie alla tecnoglie. Ma è la lungimiranza degli imprenditori di diverse generazioni come Franco e Ivan che permetterà di continuare a far nascere opportunità per continuare a crescere. 

Dal temporary al fractional, il nuovo volto del management all’interno della PMI.

Per fare il punto sullo scenario e sulle opportunità a disposizione degli imprenditori abbiamo intervistato Luca Aimo, CFO Business Partner e membro di YOURGroup. 

Non è solo il mondo della PMI e dell’impresa a cambiare, ma anche quello del management e, in questo caso, non si tratta di un cambiamento normativo o formativo ma culturale. La fluidità che permane il mercato del lavoro non risparmia il mondo dei dirigenti, in cui spesso figure apicali preferiscono abbandonare ruoli di rilievo in gruppi internazionali in favore di un miglior equilibrio tra vita lavorativa e familiare. Il risultato? L’apertura di queste figure verso realtà medio grandi, spesso a connotazione familiare, che altrettanto spesso però non hanno accesso a profili senior per necessari vincoli di costi e struttura.

Per risolvere questo problema nasce nel 2011 YOURGroup, la prima società italiana di Fractional management che oggi conta su un team di 200 senior manager di grande esperienza in azienda di vario settore e dimensione, dalle start-up alle PMI fino ai gruppi multinazionali. 

Ne abbiamo parlato con Luca Aimo, CFO Business Partner che ha scelto anni fa di aderire a questo network virtuoso. 

Fractional Vs Temporary 

Partiamo dal principio e chiariamo questi due concetti che non sono assimilabili fra loro. 

Eravamo già abituati a sentir parlare di Temporary Management, pratica in cui la gestione di un’impresa o una sua parte viene affidata a manager altamente qualificati e motivati per accrescere le competenze manageriali esistenti o risolvere momenti critici, negativi (tagli o riassestamento economico e finanziare) e positivi (crescita e sviluppo di nuovi business). 

Il Temporary Manager è in grado di gestire le fasi strategiche di un processo aziendale, per questo viene “investito” di tutti i poteri necessari per portare a termine il suo lavoro, aspetto che lo differenzia nettamente da un consulente. 

Il consulente interpellato consiglia, il Temporary Manager gestisce ed esegue. Per questo non si tratta di una soluzione alternativa, ma di una vera e propria terza via che affianca il Temporary Manager alla consulenza e alla dirigenza tradizionale. Si noti bene che il Temporary Manager non è un riempitivo ma rappresenta una professione full time che sempre più giovani professionisti scelgono di intraprendere, in contrasto con l’idea di una professione adatta a manager in fine di carriera. 

Il Fractional Management può essere considerato come una particolare declinazione del Temporary Management, nata proprio sulla spinta della domanda di imprese molto piccole (es. sotto i 5 milioni di fatturato), spesso in difficoltà nell’affidarsi a figure manageriali di alto livello anche a causa dei costi da sostenere. Per la PMI anche il classico Temporary Manager risulta insostenibile per tempi e costi, ed è per questo che il “Temporary part-time” risulta la scelta più appropriata. Si tratta di un’opzione scelta anche dalle PMI più grandi, a partire da 100-150 dipendenti, che adottano questa modalità per dare una guida operativa ad alcune funzioni di staff in fasi di crescita accelerata. 

La differenza sostanziale tra Temporary Management e Fractional Management è racchiusa nelle modalità operative. Mentre il TM prevede un impegno praticamente a tempo pieno del manager in un periodo concordato, il FM prevede che l’impegno avvenga su base part time, ad esempio 2 o 3 giornate a settimana. Per il resto non ci sono molte differenze: gli attori restano gli stessi, caratterizzati da elevata seniority ed esperienza di gestione, grande motivazione, approccio pragmatico. 

Il modello YOURGroup 

È Luca Aimo a raccontarci YOURGroup, a partire dalla sua esperienza professionale. Manager nel settore finance, esperto nello sviluppo e gestione di grandi cambiamenti all’interno delle aziende, comincia la sua carriera all’interno di multinazionali per poi avvicinarsi ad un mondo più familiare, spinto dalla voglia di entrare in contatto con le persone dietro i grandi brand. 

Dal 2001 accetta l’incarico di Head of Controlling per la Paravia Bruno Mondadori Editori, storica casa editrice italiana in cui può vivere al contempo il contesto familiare e il fermento di un’azienda che si affaccia in un contesto internazionale. 

A questa realtà ne seguiranno altre: Pearson, Multinazionale UK, leader nei servizi e prodotti per l’Education che nel 2006 acquisisce Paravia Bruno Mondadori; Wall Street English Italy, per cui segue un vero e proprio processo di ristrutturazione prima e sviluppo poi, con l’apertura di nuovi mercati. 

Dal 2019 aderisce al progetto YOURGroup. Ma di cosa si tratta? 

Fondata nel 2011, YOURGroup ha introdotto in Italia il concetto di Fractional Executive: manager esperti che operano in azienda in modalità frazionale, on demand e temporary. 

Come funziona il modello YOURGroup? 

Il modello fractional, essendo più vicino alla modalità manageriale che a quella consulenziale, tende a coinvolgere un professionista per volta in azienda, per lo meno nella fase iniziale. Tuttavia l’esperienza ci ha insegnato che sono sempre di più i casi nei quali, apprezzato il modello, il cliente chiede di proporre professionalità diverse e complementari, motivo per il quale dall’originaria yourCFO, prima divisione nata con Andrea Pietrini, fondatore di yourGroup, il gruppo si è allargato praticamente a tutte le funzioni C-level.

Al momento abbiamo 8 divisioni, per un totale di circa 200 professionisti con competenze diverse in settori e mercati differenti. 

Ogni funzione è legata a un’area di riferimento: da yourHR che abbraccia il mondo delle Risorse Umane, a yourDigital, legata al mondo dell’innovazione e del digitale in cui applichiamo l’innovativo Metodo Belli per inserire la digital transformation all’interno di una strategia omnicomprensiva; fino a yourNEXT, che si occupa dell’area della comunicazione e delle relazioni istituzionali.

Il modello associativo prevede una selezione molto forte, che non guarda solo al curriculum ma anche alle soft skill e alla motivazione. Entrare all’interno del gruppo non è una scelta di ripiego dettata dalla contingenza, ma una consapevole presa di coscienza che spinge il professionista a modificare il proprio modello lavorativo. 

Io la definisco “una lotta per la libertà”, una sfida continua in cui anche il professionista si assume dei rischi, ma allo stesso tempo ha la possibilità di toccare con mano i risultati portati in azienda, di avere la precisa percezione del valore aggiunto che il suo intervento apporta. 

Quali sono i valori che guidano il gruppo? 

Qualsiasi progetto parte dal valore e dalle competenze di ogni singola persona, messe in comune e al servizio dell’impresa. Siamo efficaci e concreti, abituati a fornire delle risposte, dati alla mano.  Allo stesso tempo siamo anche agili, lavoriamo in modo lean, specie nelle missioni brevi in cui è necessario essere rapidi e trovare soluzioni alternative. La sola competenza non basta più: occorre lavorare con passione ed etica e dare importanza ad ogni singola relazione, perché sono proprio i rapporti a creare valore nel tempo. 

È un valore che portiamo anche all’interno del gruppo: abbiamo sviluppato un forte senso di unità e molti dei clienti acquisiti sono arrivati proprio tramite scambio di relazioni tra soci. Non abbiamo gerarchie all’interno, esiste solo la volontà dell’individuo e quella del gruppo di cui fa parte di far accadere le cose. 

Qual è il valore che YOURgroup può portare all’interno di una PMI?

Il tessuto delle piccole e medie imprese italiane ha molto spesso radici comuni: una tipica impresa familiare, spesso gestita da un imprenditore o imprenditrice di prima o seconda generazione, oggi affiancati dai propri figli, in cui alle competenze spesso si predilige la fiducia.

Una persona esterna all’azienda è in grado di portare non solo esperienza in ambiti diversi e competenze specialistiche, ma anche una visione più lucida e professionale del contesto aziendale, dei punti di forza e delle aree di miglioramento. 

Quando entriamo in una nuova azienda abbiamo a disposizione uno strumento che ci permette di fotografare la situazione e averne piena coscienza: yourCHECK-UP. 

È un pre- intervento realizzato da manager d’azienda esperti in gestione d’impresa e sviluppo della performance che ci permette di: 

-Individuare le opportunità di miglioramento e punti di forza da valorizzare;

-Confrontare la percezione interna con un’analisi strutturata super partes;

-Acquisire un quadro completo anche relativamente a competenze non disponibili internamente. 

Successivamente, siamo in grado di proporre interventi mirati su un target specifico, dove la presenza del Fractional Manager è definita nel tempo e negli scopi. Di conseguenza, siamo in grado anche di ottimizzarne i costi, aspetto che fino a qualche anno fa rendeva impossibile un intervento del genere all’interno della PMI italiana. 

Si apre davanti a noi un decennio di grande importanza e intensità di frequentazione tra imprenditore e manager, un nuovo modello di interazione che permette di raggiungere gli obiettivi prefissati nel minor tempo possibile. Proprio per questo cambiare oggi è urgente e necessario, per sviluppare una cultura del management come servizio legato al raggiungimento di obiettivi pianificati più che all’ambizione interna di una stessa azienda. Si tratta di un percorso lungo, ma possibile, che consente alla PMI di accedere a possibilità di crescita fino ad oggi mai esplorate.

Internazionalizzazione delle PMI, un’occasione da cogliere.

Cosa devono fare le aziende che vogliono aprirsi ai mercati esteri e in quali rischi incorrono? Proviamo a scoprirlo in questo articolo parlando con l’avvocato Maria Cristina Pasi. 

Globalizzazione e rivoluzione digitale sono i due agenti principali che hanno portato all’attenzione di piccole e medie imprese la parola “internazionalizzazione”. 

Il processo di internazionalizzazione, però, non è facile come può sembrare e non si limita alla mera esportazione dei propri prodotti all’estero; prevede invece l’insediarsi, da parte di un’azienda, all’interno di uno o più mercati esteri mettendo a punto una serie di strategie e attività. Si tratta quindi di un processo complesso che prevede diverse fasi da rispettare e requisiti da avere. 

Per fare chiarezza, abbiamo intervistato l’Avvocato Maria Cristina Pasi, Presidente Nazionale dell’Ordine giovani Avvocati e titolare dello Studio Legale Pasi, con sede in Cuneo. 

L’Avv. Maria Cristina Pasi, Presidente Nazionale dell’Ordine giovani Avvocati.

Qual è il giusto approccio che le PMI devono adottare per affacciarsi verso il mercato internazionale? 

Per le PMI il mercato internazionale può costituire un’immensa opportunità di sviluppo: in primo luogo, le nostre imprese beneficiano della fama di cui il Made in Italy gode nel mondo per cui vi è continua ricerca di qualità italiana. Inoltre, avere uno sbocco internazionale può svolgere un’importante funzione di ammortizzazione e attenuazione delle flessioni del mercato interno; chiaramente, è necessario avere un target di Paesi dove il mercato dei beni italiani sia costituito non tanto dalla fascia media della popolazione, bensì a quella alta e molto alta. 

Ecco un esempio concreto: un bene che ha un prezzo considerato medio in Italia, in Paesi dove il reddito pro-capite è sensibilmente più basso diventa in automatico, a prezzo invariato, un bene di lusso, e i mercati di fascia alta sono quelli che, statistiche alla mano, hanno subito meno flessione nei momenti di crisi.

Tengo sempre a rimarcare la netta distinzione tra delocalizzazione e internazionalizzazione:l’internazionalizzazione crea un circolo virtuoso grazie al quale razionalizzando le risorse dell’azienda allocando parte dei cicli produttivi all’estero, si riesce a mantenere una struttura solida e competitiva in Italia. L’impresa, in poche parole, diventa molto più elastica, perché risente meno delle flessioni dei mercati, e ciò innesca molti benefici, quali ad esempio più risorse per gli investimenti, non dover ricorrere a ridimensionamenti o a tagli del personale in Italia.

Il modo giusto per porsi, secondo la mia esperienza, è stabilire in base alle proprie esigenze l’obiettivoche si persegue: ad esempio, l’imprenditore che fa lavorazione di materie prime nel settore metallurgico si rivolgerà ad alcuni Paesi, l’imprenditore agricolo ad altri.

L’esperienza pluriennale nei Paesi dell’Est e nei Balcani che ho maturato mi porta a dire tranquillamente che là vi sono magnifiche opportunità, grossi incentivi statali e sistemi fiscali decisamente competitivi, ormai anche le infrastrutture, con la pioggia di contributi europei, sono decisamente ammodernate. Tuttavia, come spesso accade, là dove ci sono le migliori possibilità vi sono anche le maggiori insidie: è necessario prestare molta attenzione a tutte quelle associazioni private che spesso hanno nomi evocativi come “camera di commercio tal dei tali”, in realtà spesso già diffidate da Assocamerestero dall’uso di tali denominazioni in quanto sono solo un modo per fare soldi facili con servizi inutili o fasulli che non sono altro che un modo per far spendere nell’immediato soldi all’imprenditore senza dargli nulla in cambio.

Qual è l’approccio giusto che un imprenditore deve avere verso il tema internazionalizzazione? Quali i passaggi che deve effettuare per non rischiare di commettere errori?

L’approccio giusto che l’imprenditore deve avere è quello rigoroso e pragmatico: prima di tutto capire che vi sono grandi differenze culturali per cui non farsi scoraggiare dal modo diverso di fare impresa all’estero, e poi affrontare l’internazionalizzazione con una rete di professionisti seri e competenti. La scelta del Paese giusto per il core-business della propria azienda, dei professionisti giusti che possano offrire un panorama fiscale completo è fondamentale: infatti, spesso si viene attratti da fiscalità di favore sulla tassazione dei proventi da impresa, tuttavia la tassazione degli utili può variare sensibilmente da Paese a Paese, così come anche la stabilità dei diversi sistemi bancari, per cui è necessario fare scelte strategiche che permettano di valutare tutti i pro e i contro a trecentosessanta gradi.

La possibilità di poter avere accesso a informazioni date dalle Ambasciate e dalle rappresentanze diplomatiche si rivela molto spesso utilissima, in questo ambito.

Non bisogna poi scordare un vantaggio molto grande, specie per chi internazionalizza nei Paesi dell’Est Europa: oltre a un fisco che premia l’impresa e non la mortifica, sono geograficamente vicini per cui facilmente raggiungibili e l’imprenditore può controllare personalmente l’impianto produttivo affrontando un viaggio di poche ore; inoltre, la manodopera è specializzata nell’esecuzione e per una questione di ottima mentalità esecutiva ma scarsa creatività, l’imprenditore italiano non corre il rischio di vedere il proprio know-how copiato dopo poco tempo come può accadere a chi si rivolge, ad esempio, al mercato cinese.

Per prima cosa è opportuno l’avere un approccio molto pragmatico e rigoroso: ben si sa che i Paesi che offrono più opportunità, sono spesso quelli dove il rischio è più alto, motivo per cui è necessario poter contare su una rete di professionisti seri e competenti che consiglino l’imprenditore in base all’attività della sua azienda: per l’agricoltura, ad esempio, è ottima l’area balcanica e in particolare la Macedonia, per il settore minerario, del legname e metallurgico l’Ucraina, per quello dei semilavorati l’Ungheria e la Bulgaria, insomma, è opportuno scegliere in modo sartoriale il Paese in base ai settori imprenditoriali e, molto importante, in base alla stabilità del sistema bancario e alla fiscalità.

Un esempio: l’Ungheria attrae investitori esteri con una tassazione, molto vantaggiosa, del 9% sugli utili. Nessuno dice, però, che a chiusura bilancio l’imprenditore dovrà pagare anche un 2% di imposta comunale obbligatoria sul fatturato e la tassazione sui dividendi è al 15%, mentre in altri Paesi, come la Bulgaria, scende al 5%. E’ fondamentale inoltre rivolgersi a chi abbia chiare conoscenze delle realtà geopolitiche: ad esempio, vi sono grandissimi incentivi alla costruzione di stabilimenti produttivi nelle zone vicine al Donbas in Ucraina: tuttavia, è una realtà molto vicina al teatro di guerra russo-ucraino, per cui è necessario fare prudenti valutazioni. E’ chiaro che la scelta finale spetta all’imprenditore, ciò nonostante, egli deve essere messo in condizione di avere il più grande numero di informazioni a sua disposizione.

Pochi sanno, ad esempio, delle free zone in Macedonia, aree ad esenzione fiscale decennale in cui è possibile concordare con i Ministeri di riferimento in base all’attività che si vuole avviare la misura dei contributi dello Stato alla costruzione degli impianti produttivi.

Quali sono i mercati che lei ritiene più interessanti per il Made in Italy?

Il Made in Italy è ricercato e corteggiato in tutto il mondo, come sinonimo di assoluta qualità e artigianalità, per cui ritengo che il mercato di riferimento possa essere l’intero mondo, tuttavia l’imprenditore deve scegliere, in base anche alle sue dimensioni aziendali, un Paese in base alla sua raggiungibilità, alle infrastrutture, alla qualificazione della manodopera in relazione al costo, alla fiscalità e alla stabilità bancaria.

Occupandomi di Est Europa e Balcani, ritengo che, sempre in relazione all’attività che si vuole svolgere, Paesi europei che possono ancora offrire molto siano la Bulgaria, in relazione a determinate attività  l’Ungheria, mentre per restare nell’ambito “vicino” ma extra Unione Europea, senza dubbio Macedonia (settore agricolo e produttivo nelle free tax zone), Montenegro, Armenia (specie nel settore calzaturiero e della distillazione) e, nella parte centrale e occidentale, l’Ucraina (materie prime, settore metalmeccanico e metallurgico).

Infine, che importanza rivestono la rete vendita, la rete logistica e l’utilizzo dei canali digitali nel processo di internazionalizzazione?

Tutte e tre le cose rivestono importanza grandissima: come detto prima, le infrastrutture e la rete logistica devono  fare parte della prima fase di valutazione sull’internazionalizzazione: è infatti inutile avere condizioni produttive vantaggiose se poi la rete logistico-infrastrutturale è carente, perché la velocità della circolazione dei beni è fondamentale e una rete non adeguata può rallentarla e aumentare i costi.

I canali digitali sono il futuro dato che, attraverso siti specializzati, anche il piccolo imprenditore di nicchia che difficilmente avrebbe visibilità se non nel suo settore di riferimento, può offrire i suoi prodotti e farsi conoscere dall’altra parte del globo. Web marketing, implementazione dei propri siti di riferimento, ricerca e creazione di nuovi canali digitali di distribuzione sono fondamentali per aggredire un mercato sempre più globale e questo aspetto in Italia attualmente viene ancora purtroppo molto spesso trascurato o ritenuto di secondo piano.

La tecnologia per il sorriso: il centro odontoiatrico 4.0

Abbiamo condiviso alcune riflessioni sul tema di Gabriele Zanon AD di BE4 Innovation, e due esperienze di eccellenza: quella del Centro Brunelleschi con la Dott.ssa Barbara Casiraghi, e quella del Centro Medico Lombardo con la Dott.ssa Barbara Della Fiore.

Per far tornare il sorriso occorre competenza, empatia e un’alta dose di esperienza. Ma non solo. Il Centro odontoiatrico moderno è una realtà in continua evoluzione, che si avvale di strumenti tecnologici 4.0.

Questo articolo vuole essere uno spunto per parlare di come i tempi sono cambiati e la nuova frontiera dell’odontoiatria sia rappresentata dalla digitalizzazione di gran parte dei protocolli terapeutici. Negli anni passati abbiamo potuto assistere all’introduzione di CAD-CAM System sempre più sofisticati, software performanti nella programmazione ortodontica di allineamento dentario, software per la progettazione di chirurgie implantari, non ultimo indagini strumentali sempre più dettagliate a tal punto da fornire indicazioni così fini da essere utilizzate in endodonzia. Ancora, l’odontoiatria preventiva, che si occupa non di una malattia del cavo orale, bensì del rischio che si manifesti, grazie ai nuovi strumenti per l’indagine radiologica. 

Finalmente l’upgrade di software di progettazione di restauri protesici ci permette in gran concerto con le tecniche fotografiche di studiare l’estetica del sorriso rapportata ai tessuti periorali e quindi di ottimo impatto per il paziente per la visualizzazione del risultato finale ma anche di estremo aiuto per il clinico esperto nel definire i nuovi restauri in tempi inferiori rispetto alle tecniche tradizionali.

Siamo tutti consapevoli di vivere in un’epoca straordinaria, pertanto “Odontoiatria 4.0” è un titolo adeguato per indicare una situazione evolutiva che molti studi e cliniche stanno percorrendo, che descrive come con la digitalizzazione dei protocolli operativi e la tecnologia abilitante per la cura del paziente sia assolutamente necessaria per fornire servizi sempre più qualificati. 

Per prima cosa”, dichiara Gabriele Zanon Amministratore Delegato di Be4 Innovation, “l’odontoiatra deve saper fare il suo lavoro, la professione per la quale ha studiato, senza dimenticare che si tratta pur sempre di impresa. Oggi, tra gli studi c’è una iper-competizione e, in questo quadro, sono necessari alcuni cambiamenti fondamentali. In primo luogo, nella relazione con il cliente-paziente: occorre, infatti, capire quali sono i mercati emergenti, vale a dire le nuove richieste dei pazienti, che vanno nella direzione, soprattutto, del wellness e del wellbeing. Ecco, allora, che gli odontoiatri devono diventare sempre più partner dei loro clienti, con un ruolo consulenziale a tutto tondo”.

“Per essere al passo con il paziente però, continua Zanon, “occorre investire e sviluppare digitalizzazione e informatizzazione dello studio. Le nuove tecnologie, con strumenti come il CRM, permettono di raccogliere e analizzare dati sui pazienti e sul funzionamento dello studio, danno indicazioni su come strutturare al meglio la giornata lavorativa e permettono di rimodulare l’offerta verso una maggiore ottimizzazione e una migliore risposta al paziente”

Chiaramente BE4 Innovation è in grado di governare il processo di attivazione di tutte le iniziative applicabili per garantire l’ottenimento di tutte le agevolazioni messe a disposizione dalle istituzioni.

Infatti, la nuova formulazione del credito d’imposta del 2021 porta novità positive sul fronte della Formazione 4.0 sia per i professionisti che per i dipendenti di uno studio dentistico. Associando il beneficio fiscale del credito d’imposta con quello della deduzione ordinaria del costo e del risparmio contributivo, oggi è possibile ricevere formazione senza spendere soldi. Al contrario, con una formulazione corretta del progetto formativo è anche possibile trarre un vantaggio economico diretto. Oltre a ciò, attivando il Credito d’Imposta per l’acquisto dei Beni strumentali 4.0 è possibile ottenere il 50% di recupero sul totale del valore del bene.

Il Centro Brunelleschi 

Il Centro Brunelleschi nasce nel 2009 dall’allora innovativo progetto di Vitaldent, che introduceva in Italia il modello delle cliniche con vetrina su strada. Nel 2014 il Centro Brunelleschi si stacca del franchisor acquisendo una propria identità: oggi si occupa principalmente di implantologia e ortodonzia, con 2 implantologi e 2 specialisti in ortognatodonzia all’interno del team.

“Abbiamo costantemente in testa l’idea di rispondere a tutte le aspettative che il paziente può avere in termini di accoglienza, stile degli ambienti operativi, puntualità, qualità delle cure e dei servizi, post-terapia, follow-up periodici” – spiega la Dott.ssa Casiraghi. 

“Ci interroghiamo in continuazione su cosa può essere modificato e migliorato per incontrare le mutevoli esigenze della clientela. Da noi è raro che un protocollo di gestione della clientela rimanga invariato per più di 6 mesi. Ci fregiamo di essere etici e trasparenti. Da noi tutto è scritto ed è ispezionabile.” 

Il Centro Brunelleschi nasce già digitale, con ben due gestionali, uno per la parte clinica e l’altro per la parte amministrativa. Addio carta e penna: le cartelle cliniche sono scomparse già da anni, sostituite da quelle digitali che permettono di avere sempre, immediatamente sottomano la storia clinica del paziente da integrare con tutte le altre informazioni utili che arricchiscono la cartella individuale, dalle immagini radiografiche, ai codici di sterilizzazione, fino alle bolle di consegna della componentistica acquisita per un determinato caso. Tutto è integrato e tracciabile nella cartella del paziente, digitale.

“Da sempre sono convinta che aprirsi alla trasformazione tecnologica sia importante. 

 La tecnologia accelera i processi e quando non li porta ad errore zero, riduce moltissimo il margine all’interno del quale l’errore si può annidare. Il problema della tecnologia, per me, è che costa troppo per i tempi di ammortamento che ha. Andrebbe sostituita in continuazione perché software e hardware evolvono molto rapidamente. In questo trova ragione la partnership con Be4 Innovation, che mette sul tavolo le opportunità normative che permettono di non smettere di investire.”

Be4 Innovation ha affiancato il Centro Brunelleschi in numerose attività, a partire dai più routinari crediti d’imposta sugli investimenti certificabili come 4.0 fino ai progetti di  formazione. 

“Con Be4 Innovation stiamo lavorando benissimo in termini di formazione e aggiornamento delle competenze, che è un aspetto che abbiamo sempre curato molto. Per me la formazione non costa mai. E’ concime che fa crescere i semi che sonnecchiano nell’humus delle persone. E’ incredibile scoprire quante possano essere le risorse individuali se si lascia loro la possibilità di esprimersi.

I membri del nostro staff devono annualmente seguire qualche corso di formazione, ma a volte non è detto che sia necessariamente inerente alle loro specifiche mansioni. Ma esporsi a temi anche nuovi e diversi aiuta ad ampliare le proprie capacità di problem solving. Abbiamo un gruppo fortissimo che come dico sempre io “chiude i cerchi” senza quasi che lo si debba dire.”

La Dott.ssa ha le idee chiare sui progetti futuri del Centro Brunelleschi: diventare il centro di riferimento per Torino e Provincia per quanto attiene l’implantologia e l’ortodonzia. 

Il Centro Medico Lombardo 

Il Centro Medico Lombardo di Milano nasce dalla volontà del suo fondatore, il dottor Marco De Angelis, marito di Barbara Della Fiore, di aprire più studi dopo aver iniziato la sua attività come odontoiatra in un piccolo studio di Garlasco. Oggi il Centro Medico Lombardo gestisce sei cliniche dentali nel raggio di 40 km da Milano, di cui due sono anche cliniche polispecialistiche. 

Si tratta di una realtà che vuole mettere al centro delle cure il paziente fornendo prestazioni di alto livello con materiali e tecnologie di altissima qualità a prezzo accessibile. 

Quali innovazioni 4.0 avete introdotto nel vostro Centro? “La digitalizzazione nel settore dentale negli ultimi anni ha fatto passi da gigante” – ci racconta la Dott.ssa Della Fiore – “sia all’interno della pratica clinica che all’interno dei flussi di lavoro gestionali/organizzativi/amministrativi. Siamo passati dall’impronta tradizionale a quella ottica fatta con telecamere intraorali. La creazione di denti non avviene più a mano ma progettati con software CAD e realizzati in automatico con macchine che fresano materiali differenti. I gestionali che prima si occupavano solo di calendarizzare le prenotazioni dei pazienti ora fanno da supporto per tutti gli aspetti del flusso di lavoro interno tra cui la fatturazione, la preventivazione, la gestione degli esami radiografici, le comunicazioni con i pazienti.”

È determinante oggi aprirsi all’innovazione per ottimizzare il lavoro e innalzare la qualità delle cure, solo così i Centri odontoiatrici potranno rimanere competitivi. 

Be4 Innovation ha supportato il Centro Medico Lombardo nella stesura del progetto formativo 4.0, nella presentazione delle domande e nella rendicontazione; abbiamo presentato domanda anche per il Fondo Nuove Competenze ANPAL, ottenendo fondi preziosi per la formazione del personale. Essendo il settore dentale in continua evoluzione, la formazione risulta fondamentale a tutti i livelli della società. L’azienda investe molto in formazione non soltanto per i nuovi assunti ma anche per il personale esistente. 

Inoltre, il Centro Medico ha richiesto supporto per ottenere alcuni benefici contributivi.

Il Centro guarda già al futuro: l’obiettivo è aprire nuove cliniche replicando il modello di qualità e rispetto per il paziente che ad oggi è ciò che lo contraddistingue. 

Nuove imprese a tasso zero

Ci sono importanti novità introdotte dalla Circolare MISE n. 11851 dell’8 aprile 2021 per Nuove Imprese a Tasso Zero.

Di cosa si tratta? 

“Nuove imprese a tasso zero” è un incentivo per i giovani e le donne che vogliono diventare imprenditori, una misura a sostegno delle micro e piccole imprese composte in prevalenza (almeno il 51%) o totalmente da giovani tra i 18 e 35 anni oppure da donne di tutte le età.

Le agevolazioni sono valide in tutta Italia e prevedono, grazie alle nuove misure, un mix di finanziamento a tasso zero e contributo a fondo perduto per progetti d’impresa con spese fino a 3 milioni di euro, che può coprire fino al 90% delle spese ammissibili. 

A partire dal 19 maggio 2021 sarà possibile presentare la domanda con i nuovi criteri; quali sono le novità? 

È stata prevista la chiusura del vecchio sportello il 9 aprile 2021 e quindi le domande ancora in compilazione non potranno essere più inviate, ma dovranno essere presentate sul nuovo sportello.

Si amplia anche la platea dei potenziali beneficiari: possono presentare domanda di finanziamento le aziende costituite entro i 5 anni precedenti alla firma del contratto, non più entro i 12 mesi.

Le regole e le modalità sono differenti a seconda che si tratti di imprese costituite da non più di 3 anni o da imprese costituite da almeno 3 anni e da non più di 5. 

Anche le persone fisiche possono presentare domanda di finanziamento, con l’impegno di costituire la società dopo l’eventuale ammissione delle agevolazioni. 

Cambia anche la forma di agevolazione: viene introdotto il fondo perduto in combinazione con il rimborso agevolato, nei limiti delle risorse disponibili, e viene  innalzato il tetto del finanziamento a tasso zero per imprese più mature, sempre nel limite di età compreso tra i 3 e i 5 anni. 

In questo caso le imprese possono richiedere il finanziamento per la copertura degli investimenti fino a 3 milioni di euro (al netto dell’IVA).

Le imprese costituite da non più di 3 anni possono presentare progetti di investimento fino a 1,5 milioni di euro per realizzare nuove iniziative o sviluppare attività esistenti.

Possono contare su un mix di finanziamento fino al 90% del totale della spesa ammissibile di cui il contributo a fondo perduto non può superare il limite del 20%. Possono anche chiedere un contributo ulteriore, fino al 20% delle spese di investimento, per l’acquisto di materie prime e servizi necessari allo svolgimento dell’attività d’impresa. 

Anche in questo secondo caso, le imprese possono contare su un mix di finanziamento fino al 90%del totale della spesa ammissibile di cui il contributo a fondo perduto non può superare il limite del 15%.

Cosa finanzia

Le iniziative ammissibili riguardano i settori: 

  • produzione di beni nei settori industria, artigianato e trasformazione dei prodotti agricoli;
  • fornitura di servizi alle imprese e alle persone ivi compresi quelli afferenti all’innovazione sociale;
  • commercio di beni e servizi;
  • turismo, incluse le attività turistico-culturali finalizzate alla valorizzazione e alla fruizione del patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico, nonché le attività volte al miglioramento dei servizi per la ricettività e l’accoglienza.

A partire dal 19 maggio 2021 sarà possibile presentare la domanda con i nuovi criteri introdotti dalla Circolare n. 117378 dell’8 aprile 2021 – e successiva modifica limitatamente all’allegato A – della Direzione generale per gli incentivi alle imprese – Ministero dello sviluppo economico. La domanda può essere inviata esclusivamente online, attraverso la piattaforma informatica di Invitalia.

Page 93 e Be4 Innovation: una sinergia per la consulenza “estesa”.

Intervista Doppia – Graziella Bordone & Gabriele Zanon

Cos’hanno in comune due aziende come Page93 e Be4 Innovation? Sicuramente entrambe partono da un ascolto attento delle esigenze del cliente e arrivano ad una soluzione cucita su misura, in grado di risolvere problemi, piccoli o grandi che siano. 

Page93 è una società dalla lunga storia, nata grazie all’esperienza in ambito informatico dei suoi tre fondatori: Graziella Bordone, Roberto Molino e Giorgio Vacchetto. I tre imprenditori si incontrano per la prima volta in Orma, una società piemontese che nei primi anni ‘80 comincia a commercializzare computer Olivetti.  

Come molte delle storie fatte di passione e un pizzico di intraprendenza, anche questa nasce in un garage, nel 1993, anno in cui Graziella, Roberto e Giorgio fondano Package Azienda, oggi Page93. 28 anni di attività, tre soci, quindici collaboratori e più di quattrocento clienti.

In questo articolo abbiamo chiacchierato con Gabriele Zanon e Graziella Bordone, per mettere a confronto le due realtà e capire un po’ più a fondo il mondo ERP extended e quello della consulenza. 

Graziella Bordone, Page93

Esperienza, ascolto, ricerca: la ricetta perfetta per una storia di lunga data

Il nostro motto è “capire le imprese, risolvere i problemi, innovare per realizzare il futuro” – racconta Graziella Bordone – ed è qui che è racchiusa l’anima di Page93. Dal 1993 siamo partner certificato Microarea software house del gruppo Zucchetti, che sviluppa il gestionale Mago. Ci occupiamo di capire le esigenze del cliente, cercando sempre di andare oltre i suoi “bisogni primari”, quelli che ogni azienda può soddisfare attraverso sistemi gestionali ERP (Enterprise resource planning) standard. Le esigenze specifiche di ogni realtà vengono accolte e interpretate, e da qui parte la ricerca delle soluzioni customizzate, specifiche del settore. 

Ma non ci limitiamo ad aspettare che questo bisogno venga espresso: ci alleniamo tutti i giorni ad intuire i bisogni ancor prima che il cliente li manifesti, realizzando prodotti specifici che esulano dallo standard. Dopo un’attenta analisi di mercato siamo in grado di sviluppare prodotti che, una volta integrati con il sistema di base, risultano quasi nativi. 

Il nostro team di sviluppatori interno ha studiato delle soluzioni verticali, progettate e realizzate in-house, che integrano i software gestionali Mago.net e Mago4. In questo ambito siamo specializzati nel mercato luxury retail, nella ristorazione e produzione alimentare, ma la ricerca non si ferma mai. 

Il punto di partenza è l’ascolto: è importante capire le esigenze di gestione, di produzione, i flussi interni legati al magazzino, per poi metterle sotto la lente di ingrandimento. Da questa analisi, che coinvolge ogni reparto dell’azienda, riusciamo a trovare la soluzione adatta. Questo è il nostro lavoro: siamo prima di tutto consulenti, subito dopo system integrator. 

Questi processi riguardano anche le persone? 

Assolutamente sì. Le aziende sono fatte di persone e per poter crescere in maniera significativa devono dare loro il giusto valore e la giusta importanza. Ciascuno ha un ruolo importante se lavora all’interno di un sistema, ma è altrettanto importante che nessuno si senta un semplice ingranaggio dentro una macchina. 

È la stessa attenzione che noi stessi dedichiamo alle persone, sia all’interno che all’esterno dell’azienda. 

All’interno, coltivando talenti con la formazione e incentivando il lavoro di gruppo con il confronto continuo tra reparti diversi. All’esterno, dedicando gran parte delle nostre energie e risorse al post-vendita, un servizio consultivo che si compone di una prima formazione teorica e di una successiva formazione in campo, con affiancamento di una risorsa dedicata per il cliente. Per quando riguarda la risoluzione dei problemi, abbiamo un help-desk con consulenti per ogni settore dedicati a questo servizio. In genere, siamo in grado di rispondere a qualsiasi richiesta nell’arco di poche ore. 

Di cosa parliamo quando parliamo di ERP extended? 


Alla lettera, è un ERP “esteso”, che posso spiegare molto facilmente. Lo sviluppo tecnologico e il rapidissimo cambiamento dei mercati han fatto sì che le esigenze delle aziende si ampliassero sempre di più, abbracciando gli ambiti più disparati. 

Oggi è necessario sviluppare l’interconnessione tra macchinari e gestionali, rendere più semplice e intuitivo il dialogo uomo-macchina, integrare i software esistenti con sistemi che permettano di raccogliere e analizzare dati, integrare i gestionali con sistemi e-commerce. 

Potrei elencare molte altre esigenze, ma bastano per cogliere la complessità dello scenario. Per questo le software house hanno dovuto allargare le proprie competenze, per soddisfare le esigenze di clienti e fornitori.  

Ricerca e innovazione: quali sono i progetti di Page93? 

Siamo una piccola realtà, ma proprio per questo riusciamo ad essere agili nel cercare strade ancora non percorse. Come ho già detto, abbiamo un team di sviluppo interno, che al momento si compone di sei professionisti, un reparto che ogni giorno traduce in realtà la visione di un progetto di ricerca, esplorando soluzioni di mercato innovative per integrarle con le esistenti, o crearle ex novo. 

Ad esempio, nel 2014 abbiamo esplorato il mercato dell’innovazione tecnologica. Grazie ad una partnership con una startup del lodigiano che sviluppa soluzioni per migliorare la salute dell’ambiente, ci siamo addentrati nel settore viticolo ed ora stiamo esplorando quello orticolo. Obiettivo: ridurre i trattamenti chimici per la salvaguardia dell’ambiente e della nostra salute. 

Stiamo tuttora sviluppando soluzioni per migliorare la gestione del comparto agricoltura, un settore in forte crescita. Abbiamo messo a punto dei sistemi per raccogliere e traferire dati in tempo reale riguardo lo stato di salute delle coltivazioni, informazioni preziose per gli agricoltori e per la riuscita dei raccolti.

Di recente il nostro sistema è stato scelto da TIM con la quale abbiamo collaborato in un importante progetto in un vigneto delle langhe dove si produce vino di qualità come il Barolo.


In che modo l’industria 4.0 sta cambiando le software house? 

Graziella ha già parlato di integrazione uomo-macchina – interviene Gabriele Zanon – e proprio questo rappresenta un settore in cui l’industria 4.0 svolge un ruolo chiave. Se, ad esempio, compro una macchina a controllo numerico, la mia esigenza non si conclude con l’acquisto: ho bisogno di raccogliere i dati generati dalla macchina e integrarli con i sistemi gestionali per effettuare i miei controlli. Le macchine sono in grado di elaborare, gestire e mettere a disposizione una serie di informazioni legate a diversi fattori che vanno dall’efficienza alle cause di blocco o malfunzionamento ed anche alla misurazione delle performance produttive, dati che il cliente oggi ha bisogno di conoscere e comprendere per fare delle analisi approfondite. 

Per questo le software house hanno maturato l’esperienza che li mette in condizione di integrare le macchine con i software più differenti, da quelli di back office aziendale a quelli di produzione e logistica.  

Fortunatamente, l’innovazione tecnologica è arrivata in nostro aiuto.

Sfruttando i PLC di nuova generazione, cito ad esempio Siemens e Fanuc e le nuove modalità di collegamento con i sistemi legacy, l’operatore può facilmente estrarre dati dalla macchina per farli confluire in un Damart di analisi o addirittura collegare in modo inverso sistemi di progettazione 3D per alimentare automaticamente i cicli di lavoro dell’impianto.

Come avviene la sinergia tra Be4 Innovation e Page93?

Graziella Bordone: Essere affiancati da un consulente come Be4 Innovation ci permette di fornire un servizio aggiuntivo. Spesso alle aziende manca una figura in grado di dare indicazioni chiare su investimenti o finanziamenti a supporto delle idee, specie delle più innovative. Molti dei progetti si bloccano sul nascere per mancanza di risorse ed aiutare i nostri clienti a reperirle è un tassello importante. In questo modo, la sinergia con Be4 Innovation ci permette di accelerare il processo di offerta e mettere a terra il progetto. 

Cosa può fare Be4 Innovation per una società come Page93? 

Gabriele Zanon: Insieme a Page93 stiamo sviluppando diversi progetti, supportando il progetto strategico di formazione che i tre soci hanno intrapreso, sia con lezioni frontali in aula che in action learning attraverso il trasferimento delle competenze e delle esperienze tra le risorse.

Abbiamo identificato diverse forme di agevolazioni quali:

  1. Bonus Formazione 4.0 che permette di rendicontare le azioni formative effettuate in sede o anche presso i clienti, recuperando il 50% del tempo/costo della risorsa. Per un’azienda come Page 93, questo assume un grande valore in quanto il tempo dedicato alla formazione rappresenta un forte investimento sulla persona che ha chiaramente un impatto sulle performance di fatturato del singolo.
  2. Bando Anpal, il Fondo Nuove Competenze istituito dal Decreto Rilancio, che invece permette un recupero del 100% del costo lordo del personale impegnate in formazione sotto forma di Fondo Perduto con accredito in C/C dell’azienda.
  3. Accedere a fondi interprofessionali, per la formazione più tradizionale in aula. 

A queste misure legate nello specifico alla formazione si affiancano altre possibilità fondamentali per abbassare il livello di investimento sulle nuove tecnologie, come:

– Il Credito d’imposta per l’acquisto di Beni Strumentali, 

– i voucher che vengono pubblicati periodicamente, come il più recente della Camera di Commercio di Torino per l’acquisto di tablet, device tecnologici, software e materiali strutturali Covid 19.  

– i progetti di ricerca, per cui Be4 Innovation fornisce sostegno e competenza specifica.

Per concludere, quali sono i punti di forza di Page93 e di Be4 Innovation, e quali quelli di queste due realtà insieme?  

Graziella Bordone: 

Il punto di forza di Page93 è mettere al centro le persone e ascoltarle davvero. Lo abbiamo anche inserito nel nostro marchio: il cliente è al centro e il nostro compito è servirlo. Competenza e professionalità chiudono il cerchio! Uno di quelli di Be4 Innovation credo sia il background di Gabriele: la sua esperienza precedente nel settore dell’informatica ci permette di essere sempre allineati e in completa sinergia. Il punto di forza di queste due realtà unite è la capacità di arrivare al cliente con una soluzione completa, consapevoli di avere davanti un’azienda che non si limita a fornire un prodotto ma delle soluzioni. 

Gabriele Zanon:

Il punto di forza di Page93 è la serietà delle persone e la capacità del management di realizzare rapporti duraturi, consolidati e fiduciari con i clienti. Ogni impegno viene portato a termine in maniera pragmatica, con professionalità, senza mai dare al cliente la sensazione di essere abbandonato. Quello di Be4 Innovation, invece, risiede nella precisa focalizzazione nel nostro settore di competenza. 

Ritengo che la partnership attivata con Page 93 porti al cliente finale un grande beneficio che riassumo in “un unico interlocutore per risolvere problemi diffusi”. Infatti, avendo strutture indipendenti e strategie differenti, ma complementari, siamo in grado, insieme, di offrire al mercato soluzioni di alto valore aggiunto che permettono di arrivare velocemente al raggiungimento dell’obiettivo prefissato fornendo un servizio integrato che valorizza le rispettive competenze.

La gestione dei rifiuti nella piccola e media impresa.

La gestione dei rifiuti in azienda è un argomento complesso e intricato, che l’emergenza sanitaria ha ulteriormente complicato e reso necessario affrontare urgentemente. 

Ma di cosa si tratta nello specifico? In che modo si affronta la questione all’interno delle aziende? Ne abbiamo parlato con Danilo Sanino, Amministratore Delegato di Mondo Servizi di Roreto di Cherasco (CN), che da oltre vent’anni è specializzata in servizi ambientali. La società piemontese lavora fianco a fianco a imprese, artigiani, aziende agricole e Consorzi Nazionali per aiutarli nella corretta gestione dei propri rifiuti, garantendo una raccolta efficiente e capillare oltre ad una filiera certa e conforme di smaltimento.

Partiamo dal principio: cosa intendiamo per gestione dei rifiuti e perché dovremmo preoccuparcene? 

Secondo la normativa, per gestione dei rifiuti si intende l’insieme delle attività mirate a gestire l’intero processo: la raccolta, il trasporto, il recupero, compresa la cernita, e lo smaltimento dei rifiuti, compresi la supervisione di queste operazioni e gli interventi successivi alla chiusura dei siti di smaltimento, nonché le operazioni effettuate in qualità di commerciante o intermediari.

La gestione dei rifiuti è un’attività di pubblico interesse: la finalità è quella di ridurre gli effetti di una cattiva gestione sulla salute dell’uomo e dell’ambiente. 

La strategia adottata dall’Unione Europea e recepita in Italia affronta la questione dei rifiuti delineando una serie di priorità:

  • Riduzione della produzione del rifiuto attraverso lo sviluppo di tecnologie pulite, l’ideazione e messa in commercio di prodotti che non contribuiscono alla produzione di rifiuti e all’inquinamento, i miglioramenti tecnologici per eliminare la presenza di sostanze pericolose nei rifiuti;
  • Prevenzione della produzione di rifiuti attraverso la corretta valutazione dell’impatto ambientale di ogni prodotto durante il suo intero ciclo vitale;
  • Recupero dei rifiuti attraverso il riutilizzo, il reimpiego ed il riciclaggio anche a fini energetici.

Solo per quanto riguarda il materiale che non è stato possibile riutilizzare e poi riciclare si possono adottare soluzioni di smaltimento effettivo, come l’avvio in discarica. Non solo è necessario smaltirli, quindi, ma è fondamentale ridurre gli impatti complessivi dell’uso delle risorse, migliorandone l’efficacia e l’efficienza, aspetti che consentiranno di assicurare la competitività a lungo termine delle aziende.

In che modo vengono classificati i rifiuti? 

La classificazione dei rifiuti aziendali è il punto di partenza. Vengono suddivisi in base all’origine e alla provenienza. Secondo l’origine, i rifiuti si dividono in urbani o speciali; in base alle caratteristiche si dividono in pericolosi e non pericolosi, in base alla presenza o meno di sostanze con elevato potenziale inquinante.

Dal primo gennaio 2021 è entrato il vigore il D.Lgs 116/2020 che supera la gestione passata della raccolta e ne ridisegna le regole. La norma va a modificare la gestione documentale di formulari e registri, trasforma i rifiuti assimilabili agli urbani solamente in urbani modificando la classificazione dei medesimi. Facciamo un esempio concreto. 

Da gennaio vengono esclusi dalla definizione di “rifiuti urbani” i rifiuti della produzione: 

  • dell’agricoltura
  • della pesca
  • delle fosse settiche 
  • delle reti fognarie 
  • degli impianti di trattamento delle acque reflue (compresi i fanghi di depurazione)
  • i veicoli fuori uso 
  • i rifiuti da costruzione e demolizione

Questa distinzione è fondamentale per la fase della gestione e raccolta. Mentre i rifiuti urbani sono gestiti dalle amministrazioni comunali con il servizio di pubblica raccolta, i rifiuti speciali richiedono l’intervento di ditte autorizzate al recupero e smaltimento. 

Un altro aspetto importante è legato all’attribuzione del codice CER, che spetta al produttore e non al trasportatore. Per una corretta classificazione, l’Unione Europea ha introdotto un elenco di rifiuto, uguale in tutti gli Stati membri, in cui ad ogni rifiuto corrisponde un codice CER, che deve essere indicato sull’etichetta.

Per questo è fondamentale per un’azienda essere consapevole delle proprie responsabilità. È necessario implementare tutte le azioni necessarie per evitare illeciti, inquinare l’ambiente o sprecare importanti risorse. 

Da queste poche informazioni è possibile già intuire quanto sia complessa la gestione dei rifiuti che ci vede impegnati ogni giorno in una grande sfida che coinvolge tanti fattori: l’attenzione all’ambiente, una giusta e corretta attività di recupero, una raccolta intensa e sostenibile per noi e per i nostri clienti, la titanica elaborazione della documentazione giornaliera necessaria e soprattutto una assistenza e consulenza ambientale a 360°. 

L’emergenza sanitaria ha cambiato anche il settore della gestione dei rifiuti? 

Sì, l’emergenza sanitaria ha avuto effetti anche sulla gestione dei rifiuti, ma il sistema è riuscito a tenere, evitando crisi e mostrando capacità di adattamento, continuando a garantire le diverse fasi di raccolta, trattamento e riciclo. 

Nel 2020 sono aumentate le raccolte differenziate domestiche degli imballaggi, mentre hanno registrato un brusco calo quelle presso le isole ecologiche e quelle legate alle attività industriali e commerciali. Per questo sempre più imprese, per avvicinarsi agli obiettivi di economia circolare fissati a livello europeo, chiedono una semplificazione amministrativa e normativa e misure di sostegno al mercato dei prodotti riciclati, da attivare anche sfruttando i fondi che arriveranno nei prossimi mesi con il piano Next generation Eu.

Alcuni dati sono emblematici. Con l’impatto Covid-19 – tra settembre e ottobre 2020 – la raccolta differenziata degli imballaggi domestici è rimasta pressoché invariata, mentre è diminuito l’organico (del 15%) per il crollo della ristorazione e del turismo come pure i rifiuti speciali di origine industriale, delle costruzioni e del commercio. 

Al contempo negli ultimi mesi, sull’Europa si è scatenata una tempesta perfetta con la sparizione dalle aziende della disponibilità di polimeri plastici e carta oltre ad una esagerata impennata dei metalli. L’economia in Asia è ripartita con il turbo e Cina e India hanno iniziato a fare ordini massicci di materie prime. 

A far crescere il caos e i prezzi c’è anche la confusione che regna in tutta la filiera logistica mondiale dopo la pandemia. La ciliegina sulla torta è stata l’ondata di gelo in Texas che ha mandato in tilt l’industria petrolchimica USA.

Come vedi il futuro? Pensi che ci siano delle opportunità all’orizzonte? 

Mi sento positivo, perché di fronte a noi si aprono comunque nuove sfide. Il Governo italiano ha recepito le direttive contenute nel “Pacchetto Europeo sull’Economia Circolare”. Il Consiglio dei Ministri nell’agosto scorso ha infatti approvato, su proposta del ministro per gli Affari Europei Vincenzo Amendola e del ministro dell’Ambiente Sergio Costa, quattro provvedimenti, che riguardano i veicoli fuori uso, i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, le discariche di rifiuti, gli imballaggi e i rifiuti di imballaggi. Come abbiamo già detto, dal primo gennaio 2021 è entrato il vigore il D.Lgs 116/2020 che oltre e modificare la classificazione dei rifiuti, cambia anche le regole riguardo la responsabilità dei rifiuti. 

La transizione ecologica, di cui ormai esiste un Ministero, e la sensibilizzazione verso un’economia più verde e attenta sono una realtà con la quale fare i conti. 

A fronte di un argomento così complesso e soggetto a continua evoluzione, un Imprenditore deve affidarsi a un partner autorizzato e pronto a gestire secondo le prescrizioni tutte le esigenze della propria Società. 

È un piacere aver affrontato con Danilo Sanino un argomento così complesso e in continua evoluzione. 

Be4 Innovation e Mondo Servizi approfondiranno il tema della gestione dei rifiuti in due webinar, della durata di mezza giornata: 

  • Corso base – giovedì 29 aprile 2021 
  • Corso avanzato – 6 maggio 2021 

Sei interessato a partecipare? Scrivi a info@be4innovation.it 

Innovazione tecnologica e impresa 4.0 nel settore agroalimentare: quattro chiacchiere con Ezio Miroglio

L’aumento della domanda, la trasformazione dei gusti dei consumatori e il passaggio al digitale stanno rivoluzionando il settore alimentare. Quali sono le innovazioni necessarie? Come stanno reagendo le aziende piemontesi? Ne abbiamo parlato insieme a Ezio Miroglio, che ha condiviso con noi la sua esperienza.  

L’azienda F.lli Miroglio 

La F.lli Miroglio Snc è una delle più antiche aziende italiane dedita alla commercializzazione di pollame e affini, nonché il più longevo Macello di Avicoli in Piemonte. 

Già nel 1855 un membro della famiglia – Lorenzo – fondò il Mercato del Pollame in Piazza della Commenda, a Genova. In quegli anni il commercio era effettuato per mezzo di calessi e carrette che, partendo dalla provincia di Asti, dopo un lungo e tortuoso viaggio, arrivavano a Genova con il loro carico di polli “nostrani”, vere e proprie prelibatezze che finivano sulla tavola dei buongustai. 

Ancora oggi l’azienda Fratelli Miroglio reperisce i suoi polli “nostrani” sugli stessi mercati di allora, nelle cascine e nei piccoli allevamenti famigliari che hanno conservato la vera tradizione della Bionda di Villanova. Negli anni ’80 e ’90 l’Azienda Miroglio è stata, infatti, l’unica a continuare la macellazione e la commercializzazione della “Bionda”, e di fatto la salvaguardia di questa razza, quando tutti ritenevano che avesse perso ogni interesse economico, in un mercato già pesantemente globalizzato e dominato da prodotti allevati in gabbia o in modo estensivo.

Valerio e Virginio Miroglio (padri dei titolari odierni) divennero gli ambasciatori di questo prodotto, oggi rinomato. Resero la Bionda di Villanova apprezzata e ricercata su mercati extraregionali come la Lombardia e l’Emilia Romagna, in cui la ricetta tradizionale delle Paste in Brodo e dei Bolliti misti non potevano prescindere da una buona “gallina grassa e gialla”.

Oltre alla macellazione e alla selezione di tutti i generi di avicoli (polli, faraone, galline, capponi) la F.lli Miroglio ha implementato una serie di elaborazioni a base di carni bianche che vengono definite di “terza e quarta generazione”, ovvero arrosti, prodotti ripieni, spiedini, hamburger, prodotti panati) 

La loro attività non è relegata solo al territorio nazionale. Ormai da 15 anni importano dalla Francia prodotti avicoli di pregio, come il Pollo di Bresse, unico pollo al mondo ad avere la D.O.C., il Pollo Noir della Borgogna, le Anatre di Dombes, il Fois Gras di Anatra del Sud Ovest “Ferm’Adour” IGP, piccioni e quaglie giganti di Bretagna, in un catalogo che complessivamente conta circa duemila articoli tra freschi e congelati. 

Quali sono i progetti realizzati nel 2020? 

“Lo scorso anno abbiamo cominciato insieme a Be4 Innovation un percorso di innovazione 4.0, in cui credo fermamente” dice Ezio.”

Siamo partiti dall’analisi dei processi per poi stendere un piano di digitalizzazione per logistica e produzione. Il progetto prevede di lavorare soprattutto sul magazzino, ma non solo. 

Stiamo implementando nuovi sistemi uomo/macchina con l’utilizzo di apparati tecnologici con l’idea di rendere più efficiente il magazzino.”

Quanto vi sentite digitalmente “maturi”? 

“Partiamo dal presupposto che per il tipo di settore commerciale, la tipologia delle lavorazioni, la collocazione geografica e la clientela cui ci rivolgiamo, siamo stati e continuiamo ad essere un Azienda tradizionalista, nei valori ma anche nella mentalità.

Mi spiego meglio: i nostri clienti da sempre apprezzano l’elaborazione “artigianale” dei prodotti, curata dal punto di vista visivo ma soprattutto dal punto di vista sostanziale di quello che va nel piatto del cliente finale.

Questo ci ha portato per tantissimi anni a non credere eccessivamente nell’automazione troppo spinta dei processi e a rimanere più legati possibili ad un lavoro fatto manualmente per ciò che riguarda il sezionamento, l’elaborazione, la cernita manuale e il confezionamento delle nostre carni. Su ogni pezzo venduto mettiamo la nostra firma che è storicamente apprezzata e considerata degna di fiducia. Da qui la reticenza a cambiare.   

Ecco perché fino a quattro anni fa siamo stati un’azienda prettamente “analogica” e molto tradizionale nei processi di lavoro. 

Solo alla fine del 2016 abbiamo iniziato la nostra piccola “rivoluzione”: il primo passo è stato prendere gli ordini ed elaborarli in digitale.”

Quali sono le innovazioni introdotte ad oggi? 

“Subito dopo la digitalizzazione degli ordini abbiamo introdotto nella gestione del magazzino in entrata e in uscita una rintracciabilità dei lotti, attraverso i codici a barre e la rilevazione con devices a tecnologia laser.

In contemporanea abbiamo cominciato a gestire anche gli articoli e le etichette emesse dalle bilance attraverso un programma che viene controllato direttamente dal nostro ufficio e che gestisce in questa maniera le liste ingredienti, le composizioni e i lotti di ogni prodotto che esce dal nostro stabilimento.

Dal 2019 abbiamo poi iniziato l’introduzione della tecnologia “Internet delle macchine” anche in produzione, mettendo in collegamento alcuni apparati del nostro impianto di macellazione con unità di controllo e rilevazione dati da remoto.”

E i progetti per il 2021?

“Per il 2021 contiamo di arrivare alla completa digitalizzazione del magazzino merci, in entrata e in uscita, aggiornando anche le postazioni di approntamento ordini con computer touchscreen e terminali portatili che dialogano tra di loro e con le bilance intelligenti che abbiamo in preventivo di acquisire entro il mese di giugno. Tutti i dispositivi saranno in grado di collegarsi con la parte informatica dell’azienda, andando a sostituire tutta la mole di documenti cartacei che condiziona la velocità delle operazioni e che ci permetterà un risparmio sul consumo di supporti cartacei di varia natura, aspetto non indifferente anche dal punto di vista ecologico (stimiamo una riduzione del 15/20% del consumo di carta durante questa transizione digitale).

Stiamo valutando anche la creazione di una nostra App per la gestione degli ordini e delle offerte alla clientela e sempre in ottica di evoluzione commerciale stiamo progettando il nostro primo negozio “on line”. Un e-commerce per la vendita diretta di una serie di prodotti elaborati in vetro che stiamo realizzando con uno chef stellato della nostra regione.    

Ovviamente si può sempre fare di più. Abbiamo in mente anche di digitalizzare tutti i controlli delle macchine per la macellazione, per il taglio e per il confezionamento in modo da avere un controllo immediato sulla produzione.”

Con la diffusione di nuove tecnologie cresce anche la complessità dei processi e delle competenze richieste, non solo digitali. Quanto conta per voi la formazione? Avete investito in questo ambito nel corso del 2020? 

Uno dei settori in cui abbiamo investito in questi ultimi anni è sicuramente quello della formazione del personale che deve utilizzare tecnologie informatiche e devices moderni nel magazzino merci.

Siamo stati comunque molto impressionati dalla velocità con cui il personale ha appreso l’utilizzo di elaboratori, pistole a lettura laser e etichettatrici digitali.

Con Be4 Innovation abbiamo già organizzato corsi di formazione in questo ambito e ne abbiamo in programma altri sempre finalizzati all’evoluzione e alla crescita dei nostri collaboratori.

Ogni sei mesi programmiamo alternativamente anche corsi sulla sicurezza su posto di lavoro, sul benessere animale, sull’utilizzo di apparecchi e macchine presenti in azienda.” 

La trasformazione dell’intero settore grazie alla tecnologia continuerà, quindi, a creare interessanti opportunità, specie per aziende lungimiranti come la F.lli Miroglio di Baldichieri di Asti. In un mercato in così rapida evoluzione sarà sicuramente necessario non perdere mai di vista le opportunità derivanti dall’utilizzo di Fondi Europei e Nazionali per il finanziamento di progetti di sviluppo, volti a migliorare ambienti di lavoro e metodologie applicate. Una grande opportunità per continuare a crescere. 

Le storie dei nostri clienti: Bertolotto cresce e acquisisce Gardesa

Il 2021 comincia con un carico di ottimismo per Bertolotto, l’azienda di Torre San Giorgio, in provincia di Cuneo, specializzata in produzione porte e complementi d’arredo. Alla vigilia di Capodanno 2020 è stata ufficializzata l’acquisizione dell’azienda piacentina Gardesa, un marchio storico di porte blindate riconosciuto a livello mondiale, che in questo modo torna ad essere italiano. 

La storia di Bertolotto è lunga e ricca di passione; inizialmente il suo nome era AB, dalle iniziali del suo fondatore Attilio Bertolotto, che nel 1987 la costituisce a Crociera di Barge, in provincia di Cuneo.

Ben presto Attilio, oggi settantenne, viene affiancato dal figlio Claudio, che nel 1993 comincia la sua attività nell’impresa di famiglia. Dal 2002, poco più che ventenne, Claudio è amministratore delegato dell’azienda che tutt’oggi guida nel cammino di crescita e innovazione. 

E proprio in funzione di un consapevole cammino di crescita che Bertolotto sigla questo accordo, rilevando la struttura, gli impianti produttivi e gli edifici di Gardesa. 

L’azienda ha acquisito il marchio dagli svedesi di Assa Abloy, gruppo leader nelle soluzioni di accesso, con un giro di affari da 9 miliardi l’anno. Significativo l’accordo firmato il 30 dicembre 2020: grazie a questa firma verranno mantenuti impianti e forza lavoro. 

Gardesa ha sede in provincia di Piacenza, a Cortemaggiore. Il marchio è nato nel 1979. Nel 2008 è stato acquisito dalla multinazionale svedese Assa Abloy con sede a Stoccolma. 

“Siamo felici di questa unione, perché, oltre a riconoscere la forza del marchio Gardesa che ci renderà più forti sui mercati – ha dichiarato Claudio Bertolotto – sappiamo di condividere i valori di una tradizione che è alla continua ricerca di qualità per un prodotto che veste e arreda le case dei nostri clienti. E non nascondo l’orgoglio di far tornare nel nostro Paese un brand che nasce e cresce in Italia. La nostra sfida è affiancare le competenze di due realtà differenti per creare una sinergia che, ne sono certo, porterà con l’impegno di tutti al successo.”

Le porte Made in Italy si confermano attestazione di eccellenza, agli occhi del mondo intero. Per Bertolotto le porte non sono semplici oggetti, ma creazioni su misura. Da qui nasce la più alta delle aspirazioni: concretizzare l’eccellenza che diventa parte del quotidiano. Le porte sono pensate, infatti, per chi sceglie di circondarsi di cose belle e arredare la propria casa con soluzioni capaci di esprimere valori duraturi. Il maggior punto di forza risiede nella possibilità di personalizzare ogni elemento e nel coinvolgimento dei migliori maestri artigiani.

Oggi la superficie produttiva ha superato i 30 mila metri quadrati e all’orizzonte c’è un nuovo intervento di sviluppo su un lotto di circa 11 mila metri quadrati.

Ma Bertolotto non si ferma qui. 

I progetti in corso e in cantiere sono molti, per gran parte legati a innovazione e Industria 4.0. 

Un esempio? La tecnologia RFID, da poco inserita sulle linee e sugli impianti in fabbrica ha permesso di tracciare l’avanzamento della produzione con maggiore efficacia, garantendo un allineamento dei tempi di produzione con la data di approntamento degli ordini cliente. 

“Negli ultimi anni – racconta Sergio Panero, Direttore di Stabilimento e Personale – sono stati effettuati molti investimenti, alcuni mirati a implementare soluzioni tecnologiche avanzate. Questo ci ha permesso di digitalizzare sempre più i processi e di investire anche in formazione, elevando le competenze delle donne e degli uomini che lavorano insieme a noi.” 

Per Bertolotto le persone sono al centro dell’azienda, per questo la formazione continua rappresenta uno strumento necessario per la motivazione e la crescita professionale; una priorità anche (e soprattutto) in un momento particolamente difficile come quello che stiamo affrontando. 

Formazione continua per tutti e a tutti i livelli: tra le principali iniziative formative ci sono i corsi manageriali, l’aggiornamento e modifica delle competenze, i corsi di lingue, la digitalizzazione dei processi e l’addestramento continuo sul campo. 

“É grazie alla sinergia con Be4 Innovation – continua il Dott. Panero – che riusciamo a finanziare buona parte dei nostri progetti, grazie alla ricerca continua di bandi per l’ottenimento del credito d’imposta. Anche nel 2021 l’azione congiunta di Be4 Innovation e Bertolotto continuerà, quest’anno anche per la gestione della formazione in aula.” 

Una bella storia tutta italiana di coraggio e innovazione, a cui siamo felici e orgogliosi di contribuire.