Formazione, recruiting e innovazione di prodotto: l’identikit di T4 Project

Torniamo a parlare dei nostri clienti, stavolta per raccontarvi una realtà di spicco nel settore IT: si tratta di T4 Project, con sede a Milano. 

Abbiamo intervistato Cesare Ceruti, Chief Executive e fondatore di questa realtà lombarda alla continua ricerca di innovazione. 

T4 Project nasce nel 2000, forte della pregressa esperienza dell’azienda di famiglia Ceruti nel settore IT. “In questa occasione – racconta Cesare Ceruti- ho provato diverse esperienze: ho lavorato con la programmazione per anni, ho avuto a che fare con hardware, software e anche assistenza tecnica ai Clienti. A queste attività ho affiancato quella commerciale: quando ho realizzato di conoscere a fondo ogni aspetto dell’azienda, ho deciso di rischiare e avviare la mia attività in autonomia.” 

Oggi T4 Project conta circa 30 collaboratori, tra dipendenti e consulenti, e lavora fianco a fianco con i suoi clienti. Il supporto fornito può avvenire su attività specifiche, quasi in ottica “tailor made”. “Siamo meticolosi e pronti a rispondere ad ogni esigenza, soprattutto perché molto preparati e formati a dovere. Abbiamo persone fisse in azienda, all’interno del nostro organico, che si occupano di sviluppo software e altre impegnate costantemente con i nostri Clienti.

T4 Project si occupa di servizi IT, l’attività più longeva dell’azienda. Tra i clienti dell’azienda milanese spiccano nomi come Allianz, Electrolux, ViacomCBS, Discovery Channel, Federfarma, tutte realtà con cui T4 Project ha una relazione diretta e non mediata da altre società. Realizza anche siti web e App Mobile, enterprise o consumer.

“A queste attività se ne affiancano altre, in cui ci siamo specializzati negli ultimi cinque anni: sviluppo di software ad hoc per il cliente, e ricerca di personale specializzato nel settore IT, e non solo. Questo avviene in un clima di grande fiducia con il cliente, che affida a noi un processo delicato e deciso per l’azienda. E poi c’è la formazione customizzata in base al cliente. In base alle esigenze cerchiamo la persona giusta, quella che abbia sia le competenze tecniche che quelle comunicative, perché in aula non basta essere soltanto un ottimo professionista, specie nel mondo IT. La capacità di relazione è fondamentale.”

Ci sono poi i prodotti che una volta sviluppati vengono immessi sul mercato, come ad esempio T4 Event Software nato per soddisfare le esigenze di un prospect (che non si è mai trasformato in cliente), che è stato sviluppato nel 2016 e rilasciato nel 2017, ma è costantemente in continua evoluzione grazie ai Clienti che chiedono continue implementazioni seguendo ognuno le proprie esigenze. 

“Si tratta di un software nato per la gestione eventi, ma che oggi viene utilizzato anche per supporto alle fiere, incentivi, corsi di formazione, contingentamento, prenotazioni visite guidate, T4 Event punta ad automatizzare il più possibile i processi all’interno delle aziende. Un cliente come Allianz organizza circa 200 eventi l’anno, con circa 10 persone impegnate solo per questo. Prima di T4 event, la gestione avveniva manualmente: invio dei documenti, raccolta delle adesioni, invio delle news, raccolta dei dati e reportistica. Abbiamo messo a sistema tutti questi processi, analizzato il flusso di informazioni e automatizzando la raccolta dati grazie al nostro software. Questo ha portato un notevole risparmio di tempo e risorse.” 

Innovare l’esperienza, digitalizzare il flusso e i processi per rendere piacevole e indimenticabile l’esperienza fisica, sembrerebbe un’ottima sintesi di quel concetto di Phygital di cui si parla molto. 

“La nostra filosofia? Non vendersi per quello che non siamo, ma allo stesso tempo essere sempre pronti a rischiare e conquistare il mercato. Nel momento in cui c’è un’opportunità deve essere colta, creando relazioni nuove dove possibile. Anche se il team è piccolo, lavoriamo con obiettivi di grandi aziende, con processi all’avanguardia come nelle grosse aziende (ad esempio svilupopo software in modalità agile.”)

Ricerca e innovazione, quali sono i progetti di T4 Project? 

“Sicuramente posso raccontare uno dei nostri ultimi progetti, davvero interessante. Una clinica di Milano (Integrativee Medical Solution), nostra cliente, ci ha coinvolto in un progetto innovativo. Tramite una macchina detta Bioscan è possibile fare l’anamnesi completa del paziente che appoggiando le mani su una piastra in metallo ottiene una “mappatura” delle frequenze interne, con dei marker che indicano una problematica in corso o che potrebbe svilupparsi.

La macchina è tedesca, ed il software collegato è russo. Il nostro compito è stato estrapolare e automatizzare il flusso dei dati che raccoglie il software e portarli in piattaforma per renderli fruibilii al medico e successivamente  chiari e leggibili al paziente. Questi dati andranno successivamente la cartella clinica dello stesso paziente. 

Quali sono i trend che stanno modificando il settore IT?

“Ce ne sono tanti, ma il più importante è l’analisi dei dati. Oggi si cerca di capire le persone attraverso i dati; quali sono i prodotti che apprezzano di più, quali sono gli alimenti che consumano più volentieri, quali sono i loro gusti e le abitudini. Si raccolgono dati in maniera scientifica, si analizzano e questo lavoro viene pagato profumatamente.

Trend che conduce anche alla nascita di nuove figure professionali, come il Data Scientist, che sono già introvabili sul mercato. Per trovarle occorre prendere delle figure professionali con determinate skill, formarle internamente e poi proporle al mercato.”

Nel periodo pre-pandemia, in ambito IT, il mercato italiano era carente di figure professionali specializzate. La richiesta, che non ha trovato realizzazione, era di circa 300000 figure in italia nel settore IT. “T4 Project si occupa di “formazione on the road”: cerchiamo il professionista giusto, lo inseriamo nel team e lo formiamo strada facendo sui nostri prodotti e sui clienti. Bisogna formare costantemente le risorse interne, che altrimenti non riuscirebbero a crescere o perderebbero entusiasmo se abbandonate solo alla tecnologia. Quest’anno grazie al Bando Anpal abbiamo formato tutte le persone interne in base alle loro esigenze, nella massima soddisfazione di tutti.”

“A tal proposito, aver conosciuto una realtà come Be4 Innovation e Alambicco Academy ci permette di lavorare in quell’ottica di crescita continua, di portare all’interno dell’azienda quello che scopriamo durante i corsi di formazione manageriale. Il mondo della 4.0 è complesso, una guida è essenziale per orientarsi tra le diverse misure a disposizione.” 

Il Metodo Belli, intervista a Raffaele Belli

Imprenditore, Dottore di Ricerca, Digital Manager, Stratega Digitale. È Raffaele Belli , ideatore del Metodo Belli, il primo metodo scientifico per definire la strategia digitale di un’azienda, nato dopo anni di ricerca durante il suo dottorato presso l’Università Federico II di Napoli.

Lo incontreremo durante la quarta tappa del Tour Alambicco 2021, il 28 settembre, e noi lo abbiamo intervistato per scoprire in anteprima il suo metodo e la sua visione di trasformazione digitale consapevole.

Come nasce il Metodo Belli 

La storia del Metodo ideato da Raffaele Belli è molto suggestiva, e anche personale. Parte, infatti, dalla sua vita privata. 

La prima occasione che lo spinge a occuparsi di digital transformation arriva subito dopo la laurea specialistica in Economia e Management. Raffaele Belli comincia a collezionare esperienze in grandi aziende e multinazionali. 

“Qui ho avuto una sorta di illuminazione, dopo aver trascorso tre settimane a fotocopiare documenti, per poi archiviarli e chiudere le procedure di revisione. A quel punto mi sono chiesto come fosse possibile che un’azienda così grande e strutturata non avesse un archivio digitale.” Era il 2007, e ancora non immaginava quello che sarebbe accaduto negli anni successivi. 

Contemporaneamente, Raffaele Belli lavora all’interno dell’azienda di famiglia fondata nel 1962 da sua nonna, una tipografia industriale conosciuta in tutto il territorio italiano. La sua conoscenza della PMI è diretta, esperienziale. 

Nel 2008 entra in azienda con l’idea di creare un Business Unit dedicata all’archiviazione digitale e alla conservazione sostitutiva. 

“Qui comincia ufficialmente il mio viaggio nella digital transformation.  

Quando sono entrato in azienda mi occupavo principalmente di due cose: la gestione dei grandi clienti e lo sviluppo della mia Business Unit. Sono stato in azienda dal 2008 al 2013, anno in cui abbiamo chiuso l’azienda di famiglia, in una sola settimana. Cos’era successo a quell’azienda in cui tutti noi avevamo investito? 

Ho cominciato ad analizzare i motivi di questo fallimento e ho capito che quando sei così dentro al tuo modello di business, così concentrato a risolvere i problemi quotidiani, non ti rendi conto di cosa accade intorno a te, di come cambia il tuo settore di riferimento.” 

Questo percorso ha permesso di conoscere a fondo le sfide e le criticità che gli imprenditori incontrano ogni giorno per far crescere le proprie aziende e ha dato una marcia in più nel progetto di Raffaele Belli. 

“Ho capito che avrei voluto aiutare le tantissime aziende italiane che erano nella stessa condizione della nostra, per evitare lo stesso epilogo. Aziende con processi consolidati, con un modello di business ben definito, che avevano bisogno di adattarsi ai cambiamenti del mercato.”

Tutti i mercati sono stati sconvolti dalla tecnologia, dal digitale e ogni anno assistiamo a importanti cambiamenti nei modelli di business. Il problema principale è che le piccole e medie imprese, soprattutto quelle a carattere famigliare, quelle tradizionali con più di 20/30 anni di storia, hanno grandi difficoltà ad adattarsi. 

“Avendo vissuto da sempre in prima persona i problemi aziendali, gli alti e bassi, l’attività commerciale, la gestione dei rapporti con i fornitori, conoscevo benissimo i problemi e le criticità delle imprese e le ansie dell’imprenditore. Avevo già in mente un modello, un percorso che ogni imprenditore avrebbe dovuto fare per cambiare, per innovare.”

Nel 2014 nasce l’idea di sviluppare un Metodo, mancava però il riconoscimento “scientifico”, che arriva grazie al bando di Dottorato di Ricerca presso l’Università Federico II di Napoli, che Raffaele vince. 

“Per 3 anni ho studiato ed analizzato oltre 300 ricerche internazionali sulla Trasformazione Digitale analizzando tutte le criticità che Imprenditori e Manager affrontano quando investono nel digitale. Ho analizzato più di 100 casi internazionali di successo di nuovi Modelli di Business, di E-commerce, di App mobile e di Marketing Digitale. Dopo 3 anni di ricerca nella mia Tesi di Dottorato ho presentato il Metodo Belli: il primo metodo in Italia per definire una Strategia di Trasformazione Digitale senza sprecare risorse.”

Il Metodo Belli, dall’evoluzione del mercato al piano economico

La Trasformazione Digitale non è un problema tecnologico ma Strategico. Il Metodo nasce da questo presupposto. 

La tecnologia è uno strumento a supporto del business. Oggi abbiamo una determinata tecnologia, domani sarà già cambiata. L’imprenditore deve chiedersi: come posso con le tecnologie digitali disponibili al momento migliorare o modificare il mio modello di business?

Il Metodo Belli ha una visione sistemica dell’impresa e della strategia digitale, e come tutti i sistemi, nel momento in cui viene introdotto un nuovo elemento ho bisogno di riportarlo in equilibrio. Il Metodo Belli è quello strumento che prima di tutto permette di avere una visione d’insieme dell’impresa, in secondo luogo offre la possibilità di comprendere prima ciò che succederà all’azienda e al mercato. 

Il Metodo prevede tre fasi: la prima, quella di audit e assessment. “Andiamo a fotografare lo stato dell’arte e il livello di digitalizzazione dell’impresa, i punti più critici, le opportunità, i punti di forza e debolezza, i vincoli, gli obiettivi. La seconda fase prevedere la definizione dei diversi scenari e la definizione di una strategia digitale. Nella terza fase, invece, ci dedichiamo alla redazione del documento di strategia, un vero e proprio manuale cartaceo che consegnamo nelle mani dell’imprenditore. In realtà ne esiste una quarta: quella di execution, in cui affianchiamo l’imprenditore nella messa in opera del percorso. Siamo dei Chief Digital Officer esterni.”

Gli scenari vengono definiti sulla base dei 7 quadranti. Tutti noi abbiamo finora lavorato sul Business Model Canvas ideato nel 2004 da Alexander Osterwalder, a 9 quadranti. Raffaele Belli ha letto per intero la tesi di Dottorato di Osterwalder, per poi lavorare al suo Modello, che ne elimina due. 

“I pilastri di un modello di Business, in realtà, sono quattro: prodotto, processi, clienti e finanza. Osterwalder ha suddiviso ogni pilastro in diversi blocchi. Il BMC non tiene però in considerazione due cose: quello che sta succedendo nel mercato e com’è collocata l’azienda oggi nel mercato. Il Metodo Belli parte proprio da come si sta evolvendo il mercato, nel primo quadrante, e dal posizionamento dell’azienda, anche attraverso gli strumenti digitali. I successivi quadranti sono un’evoluzione che io ho dato a quei quattro pilastri iniziali.”

Si tratta di un approccio alla digital transformation molto diverso dal solito: non si concentra sul singolo mezzo o sulla singola tecnologia, ma sul sistema. 

Resistenza alla digitalizzazione: le trappole

Cosa frena l’imprenditore della piccola e media impresa italiana nell’aprirsi subito alla digitalizzazione? 

“Io ho trovato un nome per questa resistenza: le trappole. La prima è la trappola del successo. Molti imprenditori pensano che una volta raggiunto un discreto successo, non sia necessario cambiare. Negli anni ‘80 il periodo di vita di un modello di business si aggirava intorno ai 30 anni, oggi è circa 15 anni. Si prevede che nei prossimi 10 anni il tempo di vita scenderà a 5 anni. Significa che le organizzazioni devono innovarsi continuamente, ma devono strutturarsi già oggi per farlo. 

La seconda trappola è quella delle competenze. Non è sufficiente cambiare il modello e le tecnologie, ma occorre lavorare anche sulle competenze. Le persone che rimangono “intrappolate” nelle loro competenze rischiano di non permettere all’azienda di evolversi, per questo la formazione si presenta come un asset fondamentale. 

La terza trappola è quella della consuetudine, il famoso “abbiamo sempre fatto così”. Quello che vale oggi non è detto che sarà valido anche domani, specie in un società che cambia alla velocità della luce. L’ultima è la trappola degli stakeholder. L’imprenditore innovativo è colui che si circonda di fornitori e partner innovativi, colui che rischia, che scommette in qualcosa di nuovo.

Io non credo assolutamente che si tratti di un problema economico, perché oggi l’imprenditore ha tante possibilità grazie alla finanza agevolata. Credito d’imposta, formazione 4.0, fondi interprofessionali: tutte misure che bisogna sfruttare per far crescere la propria impresa, ma occorre farlo in maniera strategica.”

Parliamo di un processo lungo e complesso. In quanto tempo si vedono i risultati? 

“Dopo la prima fase di audit faccio sempre un giro in azienda con l’imprenditore. Dalle piccole cose che vedo mi rendo conto di quale sarà il percorso, di quanta attenzione c’è già verso l’innovazione. In generale parliamo di un processo che dura almeno due anni, considerando che occorre prima analizzare, poi studiare una strategia, poi reperire finanza se non ci sono risorse, devi capire da dove iniziare e quanto bisognerà cambiare, perché non è detto che sia necessario cambiare l’intero modello di business.” 

L’obiettivo del percorso è aumentare la cultura del digitale nelle aziende e creare un percorso che abbia un impatto sulle persone. 

Il 28 settembre scopriremo il Metodo Belli durante la quarta tappa del Tour Alambicco 2021, ospiti della splendida Residenza i Somaschi. 

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Digital Transformation e nuove tecnologie, la parola a Luca Aimo, CFO Business Partner e membro di YOURGroup. 

“È di fronte a ciascuno di noi l’enorme importanza che le informazioni e i dati rivestono nel mondo in cui viviamo.

La quantità generata e catturata in ogni frazione di tempo è in progressivo e vertiginoso aumento per via delle tecnologie abilitanti la produzione, la comunicazione, l’archiviazione e l’elaborazione di moli sempre più considerevoli di dati (i.e. IoT, cloud, IA, big data, computing quantistico, 5G). Presto ci renderemo conto di quanto ‘l’intangibilità del byte’ sia solo un’idea errata e il footprint in termini di spazio e di risorse consumate per l’archiviazione dei dati diventerà una seria questione di sostenibilità ecologica.

Il tema dei dati è dunque centrale e pervasivo al punto che le aziende che hanno ideato e realizzato modelli di business innovativi, capaci di catturare il valore delle informazioni, si sono affermate in pochi decenni come i nuovi dominus dell’economia globale. Esse hanno trasformato l’azione del consumare in un atto che di per sé stesso dà origine a un valore, spostando di fatto il rilievo dalla produzione, come atto biecamente materiale, alla produzione come atto che afferisce allo spirito, in quanto anche potentemente creativo.

Questa cultura data driven che si va affermando, anche grazie alle aziende più innovative e performanti, è un primo aspetto con cui la PMI deve confrontarsi. Strettamente connesso c’è il tema della misurazione quale fattore abilitante processi di apprendimento e di miglioramento.

Ma i dati e la capacità di usarli non bastano per affrontare l’incertezza. Nessuno è in grado di predire cosa accadrà tra 10 o 20 anni e quali scenari avranno maggior probabilità di avverarsi; tuttavia, tutti quelli che provano a gettare lo sguardo lontano concordano che le competenze che serviranno saranno diverse, nuove professioni emergeranno, mentre altre scompariranno.

Come può allora un imprenditore preparare la sua organizzazione ad affrontare le sfide di un mondo sempre più incerto, complesso e in veloce cambiamento?

Mi sono dato questa risposta: imparare a imparare!

Per me questa è la formula a cui ispirarsi per affrontare le decisioni importanti che riguardano la trasformazione positiva delle organizzazioni e degli individui: assicurarci che le scelte di investimento siano orientate a progettare organizzazioni e processi che mettano le persone nelle condizioni di imparare a imparare.

Perché faccio queste considerazioni in quest’ambito?

Perché ritengo che affrontare seriamente, e con metodo, il tema della trasformazione digitale rappresenti una grande opportunità per diventare un’organizzazione ‘smart’, cioè capace di apprendere dall’esperienza e di attivare percorsi virtuosi di generazione di valore. Valore economico e sociale. Non amo molto il concetto in voga di resilienza che, in realtà significa l’esatto opposto: essere in grado di tornare immutati al punto d’inizio, senza aver elaborato positivamente la propria esperienza.

Nel mio ruolo di CFO e di business partner, ho spesso affrontato a fianco di imprenditori e di multinazionali, progetti di trasformazione digitale. Il CFO, proprio per l’esperienza nell’area compliancy, per l’esposizione al trattamento del dato e ai sistemi informatici aziendali, per la sua attenzione all’efficienza dei processi e alla marginalità, nonché per la relazione estesa con tutte le funzioni, si trova spesso in una posizione aziendale ideale per promuovere e supportare progetti di trasformazione digitale.

Ho spesso seguito progetti di implementazione di ERP e di business intelligence, ma non solo. Ce n’è uno che forse esemplifica cosa voglio dire. 

In passato ho supportato l’implementazione di un ERP evoluto in una primaria azienda familiare di editoria scolastica. Il progetto è stato fortemente voluto dal vertice e impostato in modo da avere una partecipazione dal basso e una forte leadership interna nella guida. Alla fine del progetto le persone avevano fatto un salto qualitativo significativo sia come professionisti sia nelle loro capacità collaborative.

Da quel primo innesco potente, altre tecnologie sono state sviluppate via via nel tempo e integrate in accordo con le accresciute capacità dell’azienda di capire cosa veramente serviva e come ottenerlo. Il percorso trasformativo e di crescita ha portato un’azienda familiare, totalmente locale nella produzione e nel mercato di sbocco, a cogliere l’opportunità di entrare a far parte di un gruppo globale leader nell’education, e a vedere riconosciute le capacità della squadra e dell’organizzazione locale, a tal punto, da affermarsi come guida strategico/operativa di altri primari Paesi europei.

Questa vicenda mi permette di evidenziare un altro tema della trasformazione digitale, quello forse più rilevante. La digital transformation non può essere ridotta all’adozione disorganica di tecnologia aggiornata, in diversi punti del sistema azienda, spesso in modo reattivo o imitativo.  Ma strategia e innovazione digitale devono essere sinergiche nel plasmare la combinazione e i modi con cui i fattori produttivi, lungo la catena del valore, definiscono il modello di business per i prodotti e i servizi attuali e futuri proposti in un ecosistema che si amplia.

E’ per questa ragione, ma non solo, che considero il metodo ideato da Raffaele Belli il modo più corretto di approcciare la digital transformation. Il metodo Belli, infatti, è un processo che porta a rispondere prima al perché “strategico” e solo dopo al ‘come’ la tecnologia possa realmente contribuire alla creazione del valore nel sistema azienda (la tecnologia è solo strumento). E’ un approccio che supporta l’imprenditore e si adatta perfettamente alla realtà della PMI, permettendo di razionalizzare energie e budget, con un occhio attento al ritorno dell’investimento.

Ritengo che la PMI abbia dei buoni presupposti per affrontare con successo le sfide che ha di fronte. E’ snella ed è agile per definizione.  L’imprenditore è lungimirante per natura e può esplorare su un orizzonte più lungo i ritorni delle proprie scelte. Certamente deve superare la resistenza al cambiamento delle sue squadre, farsi aiutare nelle competenze che servono, non immobilizzarsi di fronte a calcoli di costo-opportunità che potrebbero portare a rinviare troppo le decisioni.”

Il magico mondo del cioccolato firmato Crea

Del cibo degli dei sappiamo ormai molto: non solo trasgressione golosa, ma anche toccasana per il buon umore, la memoria e le facoltà cognitive. 

Quello che forse non sapete è che una delle aziende “eccellenti” che producono cioccolato e derivati del cacao ha sede a Cuneo. 

Si tratta di Crea, azienda a carattere familiare che mantiene la sua identità nonostante abbia già spento 40 candeline. A raccontarci questa “buonissima” azienda, tra i clienti di Be4 Innovation da pochi mesi, è Erica De Stefano, che in azienda si occupa di amministrazione e di tutto ciò che riguarda la qualità del prodotto. 

CREA 

Crea nasce nel 1978 e si occupa della produzione e vendita di frutta secca e – da oltre dieci anni – di pregiatissimo cioccolato e derivati del cacao. L’avventura del cioccolato nasce quasi per gioco, per interesse di Adriano De Stefano, fondatore dell’azienda e papà di Erica e Irvin, oggi al timone di CREA. 

Una realtà unica nel suo settore, che spicca e si differenzia non solo per la profonda conoscenza delle materie prime o per la lunga esperienza nella lavorazione, ma anche per la modalità di produzione. 

Crea è tra le poche aziende in Europa e nel mondo a produrre partendo dalla tostatura delle singole fave e non dalla massa già pronta. Le fave di cacao vengono selezionate scrupolosamente direttamente nei luoghi di origine. Subito dopo avviene un’altra fase cruciale che determina la bontà del prodotto: la torrefazione. Proprio così: non si tratta di una lavorazione legata solamente al caffè, anzi! Il gusto inconfondibile delle barrette CREA è fornito proprio da questo processo, che esalta le proprietà organolettiche del cacao in modo insolito e sicuramente innovativo. 

Questo rende il lavoro sicuramente più lungo e complesso, ma si concretizza anche in un prodotto finito davvero unico, con una forte e riconoscibile personalità.

Il ciclo produttivo è flessibile e attentamente controllato, i fornitori di frutta secca vengono selezionati con cura, visitando di persona le migliori aziende del settore presenti in tutto il mondo. 

I prodotti Crea diventano la base per altri prodotti eccellenti, come gelati, panettoni, cioccolato, biscotti, pasticceria e tutti i prodotti dolciari, industriali e artigianali. 

Come nascono i prodotti Crea?

Le specialità di Crea nascono dall’unione di due frutti pregiati: la Noccola Tonda Gentile delle Langhe e le fave di cacao provenienti dalle migliori zone di produzione del mondo. Da qui nascono le più prelibate varietà di cioccolato. 

Eccellenza di nicchia in un mondo globalizzato 

In che modo un prodotto così eccellente, ma anche così di nicchia, può costruirsi il suo posto nel mondo? Qual è la strategia per aprire al mercato senza perdere la propria identità? 

“Crediamo che la personalizzazione sia fondamentale. – ci risponde Erica – Cercare di accontentare ogni cliente, rispondere a tutte le sue esigenze, ci ha permesso di differenziarci dalla grande industria, di ritagliarci il nostro spazio. 

Questo vuol dire anche certificare la nostra qualità, su tutti i fronti. I prodotti Crea hanno svariate certificazioni, per citarne alcune: lo standard globale BRC (British Retail Consortium), uno degli strumenti operativi più utilizzati per selezionare i fornitori della filiera agroalimentare, in particolar modo da parte della Grande Distribuzione Organizzata (GDO). Oppure lo Standard IFS (International Food Standard) che ha lo scopo di favorire l’efficace selezione dei fornitori. O ancora, certificazioni etiche e religiose, come la meno conosciuta KOSHER, che racchiude l’insieme di regole religiose che governano la nutrizione degli ebrei osservanti. La certificazione si ottiene a seguito di un iter di controllo da parte di un ente rabbinico specializzato che supervisiona le produzioni per garantire che esse siano conformi alle regole alimentari ebraiche. L’estrema rigidità di queste norme costituisce una tutela per il consumatore indipendentemente dalla sua religione e, nel tempo, ha reso la certificazione Kosher un marchio di qualità riconosciuto in tutto il mondo. Oppure la HALAL: la certificazione “Halal” serve ad attestare che i prodotti delle filiere agroalimentari siano conformi alle norme etiche ed igienico sanitarie della legge e della dottrina dell’Islam, quindi commercializzabili in tutti i Paesi di religione islamica. 

La profonda attenzione nei confronti dei nostri clienti di tutto il mondo ci  ha permesso di conquistarci il nostro posto e mantenerlo ben saldo.”

Quali sono le le migliori qualità che attribuiresti alla vostra azienda? 

“Sicuramente siamo molto attenti alle esigenze del cliente, a cui rispondiamo ogni giorno con un prodotto di altissima qualità, un servizio di customer care efficace e immediato, una serie di certificazioni eccellenti. 

Subito dopo direi che siamo molto fortunati, perchè abbiamo un gruppo di lavoro che ci supporta tantissimo. Ogni dipendente ci segue nel percorso di crescita e cresce a sua volta insieme a noi. È bello sapere di avere un team così unito e affiatato. 

Ci sono anche molti aspetti su cui lavorare ancora. Abbiamo avuto una rapidissima crescita che ci ha trasformato in pochi anni in un’industria vera e propria. Ci stiamo strutturando adesso con una complessità sempre maggiore anche nell’organizzazione aziendale. 

La PMI che si apre al mondo 

Le prelibatezze tutte piemontesi di Crea raggiungono tutto il mondo: l’azienda vende principalmente nei Paesi arabi e in Europa, e poi capillarmente in Nord America e Asia grazie ai diversi distributori. 

Il commercio in tutta Europa è già stabile da oltre dieci anni. La spinta alla crescita è arrivata in maniera potente nel 2016, quando Crea ha cambiato “casa”. Un nuovo stabilimento, più grande e tecnologico, a Cervasca (Cuneo) ha permesso di aprire spazi importanti e acquisire nuovi cliente. Edificato su un’area produttiva di 12.000 mq e dotato delle più attuali tecnologie di produzione e tracciabilità, il laboratorio permette di gestire allergeni e produzioni speciali, minimizzando la contaminazione crociata (latte/fondente, biologico/convenzionale, differenti tipi di frutta secca, area dedicata alla produzione dell’arachide).

“Questo investimento ci ha permesso di fare un grande salto di qualità – racconta Erica – e la crescita non è ancora al culmine. La pandemia globale da Covid-19 ha bloccato alcuni processi di crescita che erano in corso, ma lavorando con tenacia il successo arriva lo stesso.

La difficoltà quando cerchi di espandere il tuo business all’estero è sicuramente iniziale, quando vuoi allargare i tuoi confini. Farsi conoscere e apprezzare in un nuovo mercato è davvero difficile. La rete vendita che hai costruito anche con fatica nel tuo Paese non serve, all’estero devi ricominciare da zero! Devi far circolare il tuo nome, farti conoscere e ri-conoscere. 

Poi nel momento in cui si acquisisce clientela anche importante, tutto diventa più semplice. 

Artigiani tecnologici: una sfida possibile 

“Nella nostra crescita la tecnologia ha avuto un ruolo importante, ma il nostro è un settore in cui è necessario un perfetto equilibrio tra uomo e macchina. L’esperienza della persona è ciò che rende il prodotto qualitativamente alto: la tostatura della nocciolo e della fava di cacao viene controllata volta per volta dall’operatore, non da una macchina. Si tratta di un prodotto naturale, basta una piccola punta di umidità a renderlo diverso. È il sapere dell’operatore che fa la differenza.”

Qual è la più grande soddisfazione ottenuta negli ultimi anni? 

“Lavorare con grossi gruppi che hanno standard estremamente elevati. Abbiamo consolidato un portfolio clienti di altissima qualità e questa è una grande soddisfazione per la nostra azienda. 

Alla domanda “sognavi di fare quello che fai oggi da piccola?” Erica sorride, e risponde così: 

“Sono nata e cresciuta nell’azienda di famiglia; da bambina immaginavo un percorso diverso, poi la vita ti mostra sempre delle strade che non avevi intravisto. 

Quando l’azienda è tua e la senti tua, la porti avanti con cura e passione, e questo non puoi trovarlo da nessun’altra parte.”

Certificare l’eccellenza, intervista a Luigi Odello.

Il suo è un percorso difficile da riassumere in poche righe: Presidente del Centro Studi Assaggiatori e dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, amministratore delegato, Narratori del gusto, Istituto Eccellenze Italiane Certificate e Istituto Internazionale Chocolier, consigliere Istituto Nazionale Espresso Italiano, Istituto Nazionale Grappa e Good Senses, nonché coordinatore di diversi comitati scientifici. Enologo, giornalista, professore in Università italiane e straniere. Potremmo continuare, ma il curriculum di Luigi Odello non sarebbe ancora completo. 

La sua formazione, però, parte da vino, che lo conduce a lavorare per un’azienda nel settore alimentare. La propensione all’innovazione lo porta ad ampliare i suoi orizzonti; è così che nasce l’interesse per l’analisi sensoriale e la ricerca di un metodo per la certificazione delle eccellenze. 

Istituto Eccellenze italiane Certificate. Di cosa si tratta? 

L’Istituto Eccellenze Italiane Certificate è un’associazione che unisce i produttori di eccellenze italiane, includendo anche le aziende di servizi innovative e di alto profilo. 

Tutte le aziende associate devono concorrere al raggiungimento di determinati obiettivi sociali, quali: 

  • tutelare il valore economico, culturale e tradizionale delle eccellenze italiane. L’Istituto conferisce i “certificati” alle aziende dopo un’attenta ricerca e sulla base di studi e analisi strumentali e sensoriali, nonché dopo ricerche di mercato sul consumatore. 
  • promuovere l’utilizzo delle ricerche di mercato sui consumatori o business to business come strumento fondamentale per guidare e supportare le scelte strategiche delle aziende;
  • proporre, favorire, organizzare e attuare iniziative di carattere promozionale dirette a potenziare l’espansione delle vendite dei prodotti certificati sia sul mercato interno che estero;
  • promuovere iniziative atte a migliorare le qualità sensoriali e le tecnologie produttive dei prodotti tradizionali e tipici;
  • accompagnare le imprese all’estero agevolando la generazione di relazioni stabili con importatori vocati.

Si tratta di un vero e proprio network di eccellenza, in stretto rapporto di collaborazione con i Narratori del Gusto e il Centro Studi Assaggiatori. 

Chi sono i Narratori del Gusto? 

Narratori del Gusto è un’associazione che riunisce coloro che desiderano produrre e gestire un nuovo tipo di comunicazione di prodotti e territori, slegandosi dalle logiche classiche della narrazione a partire dal “prodotto tipico” per adottarne un’altra, nuova e contemporanea, che parte dalle risorse umane. Lo sviluppo dei territori, cardine del progetto 2021 dei Narratori del Gusto, parte proprio da qui, dal fare crescere i protagonisti locali.

Il punto di partenza restano le scienze sensoriali e, in particolare, l’analisi sensoriale. Questa potremmo definirla come l’insieme di tecniche e metodi che consentono di descrivere e misurare ciò che viene percepito dalle persone normali o da giudici addestrati che vivono in una specie di realtà aumentata per quanto riguarda i sensi. 

Facciamo un esempio concreto. Spesso, davanti a un sommelier che è capace di sentire profumi e note che arrivano da lontano, forse anche troppo, siamo portati a sorridere. La sua analisi è per noi incomprensibile, e per questo la riteniamo poco veritiera. 

I Narratori del Gusto sovvertono questo meccanismo, trasformando la degustazione in un’esperienza sensoriale in cui il relatore diventa guida, senza dirottare o compromettere la percezione dei partecipanti. 

“Proprio per continuare a lavorare sulla comunicazione – racconta Luigi Odello – abbiamo lanciato da pochissimo un nuovo progetto, a cui lavoravamo da anni: l’Officina della Comunicazione Sensoriale. L’obiettivo è produrre contenuti per il web e la comunicazione tradizionale, partendo dall’analisi sensoriale. Comunicazione che deve essere accessibile e limpida, con una precisa identità verbale e visiva. Nel linguaggio, deve adottare i meccanismi che esulano dal linguaggio tecnico, spesso incomprensibile. Siamo partiti da come parla la gente, perché parleremo dei prodotti proprio come ne parlerebbero due amici dopo una degustazione, partendo dal necessario presupposto che semplicità non è mai sinonimo di banalità o superficialità, specie nel linguaggio. Dopo di che, avremo il compito di rendere visibile questi dati attraverso le infografiche e le immagini. La Data Visualization permette l’esplorazione visuale interattiva dei dati e la comprensione immediata di significati e correlazioni. Le infografiche renderanno subito l’idea di cosa aspettarsi da un prodotto e in quale modo degustarlo.” 

La formazione è sicuramente uno strumento indispensabile per le aziende che vogliono “certificare la loro eccellenza”. Quali sono state le prime impressioni  sull’evento “Leadership e Resilienza” di Barolo, prima tappa dell’Alambicco Tour 2021?

“Sicuramente mi ha colpito il numero di aziende presenti, non solo per l’impatto di una grande sala piena di gente. È significativo vedere 60 persone di altrettante aziende riunirsi lì, con la voglia di progredire. Se non avessero avuto tutte una forte spinta al miglioramento continuo, i manager lì presenti avrebbero impiegato la loro giornata diversamente. Le persone nella Sala del Castello di Barolo erano tutte accomunate dalla voglia di crescere e migliorarsi. 

È un aspetto che mi colpisce, pensando al mondo in cui viviamo. Si sgomita, tra la grande offerta, per acquisire visibilità e spesso si commette l’errore di puntare alla visibilità ancor prima della reputazione.

E poi, c’è un altro aspetto che mi ha colpito. Deve esserci una fede notevole intorno a chi ha organizzato l’evento. I presenti hanno scelto di affidarsi a loro, perché credono nella formazione e nel lavoro di squadra. Vuol dire che dietro questo evento c’è un contenuto di grande valore.”

Qual è la sua visione di “azienda eccellente”? 

“L’eccellenza è difficile da valutare, perché spesso è legata a valori intangibili. Sarebbe facile se fosse relativa solo al prodotto, ma non sempre è numerabile.

Anche l’Istituto Eccellenze Italiane Certificate fino ad ora si è occupato di certificare  un prodotto o servizio. Oggi è in evoluzione: l’obiettivo è valutare l’eccellenza del processo, e per farlo occorre una valutazione oggettiva.

L’eccellenza nasce da un orgoglio, da una filosofia che poi in qualche modo si diffonde lungo l’azienda e coinvolge tutte le operazioni e i processi. 

Ci sono degli indicatori che indicano la qualità e sono parametri che è l’imprenditore a scegliere. Un esempio? I suoi collaboratori. Chi persegue la qualità sceglierà persone caratterizzate da rettitudine e onestà intellettuale. La loro capacità di accettare l’errore e non coprirlo ma, al contrario, metterlo in evidenza farà sì che quello stesso errore possa essere corretto. 

Tutto questo fa parte del DNA dell’imprenditore e dell’azienda, però è qui che può intervenire la formazione, fornendo i mezzi intellettuali per essere autentici e produrre prodotti eccellenti. 

Chi determina l’eccellenza di un prodotto? 

“Non c’è dubbio: il consumatore. È lui il giudice togato che sancisce l’eccellenza del prodotto. L’azienda, però, può garantire al consumatore che sarà sempre in grado di dare a lui – o a lei – quel piacere che ha provato quando ha scelto e assaggiato per la prima volta quel prodotto. Ecco, questo è il profilo di conformità sensoriale, che si raggiunge “arruolando” un gruppo di valutatori che non giudicheranno la bontà del prodotto, in quanto soggettiva. Giudicheranno invece una serie di parametri che portano a dire che quel prodotto è buono; sarà poi l’azienda a valutare la produzione in funzione di quei parametri.”

Quali sono le strategie che una PMI deve adottare in un momento di mutazione resiliente? 

Sicuramente evitare qualsiasi generalizzazione. Ciò che conta è, in ogni momento, porsi delle domande, specie davanti alle difficoltà. Durante l’emergenza sanitaria molti professionisti e imprenditori hanno reagito in maniera superficiale, senza analizzare lo scenario e le possibilità che si stavano aprendo all’orizzonte. 

È importante invece partire dalle domande, per arrivare alle giuste risposte. Poi, però occorre trasformare la resistenza in resilienza, e questo avviene solo se c’è possibilità di guardare al futuro. Ci si può trovare in una situazione di resistenza, ma il cambiamento avviene solo se ci sono le prospettive. 

Istituto Eccellenze Italiane Certificate e Narratori del Gusto. Due network di professionisti e imprese che agiscono sul territorio con azioni concrete. Quali sono le possibili sinergie con l’Accademia Alambicco? 

Tutte le realtà citate accolgono con entusiasmo le contaminazioni. In entrambi in casi, attingiamo all’esterno per il know-how di cui abbiamo bisogno. Proprio per questo Alambicco offre molte possibilità di sinergia e confronto. 

Formazione, innovazione, evoluzione nella PMI: intervista a Carmen Petrizzi.

Carmen Petrizzi è una consulente del lavoro ormai da molti anni. Ha cominciato questo lavoro da giovanissima, “perché mi piaceva l’idea di lavorare con il lavoro.” 

Dopo anni ha scoperto che la professione che stavo svolgendo era adatta a lei ma non così adatta alle richieste del mercato.  

Figlia di un creativo, un fabbro di grandi visioni convinto che un buon leader potesse guidare senza fatica le persone accanto a lui, Carmen sposa a pieno questa visione. 

“Ho fatto mia questa esperienza e ho pensato di uscire dal mio studio. Nel mio lavoro ero dietro una scrivania a dire ai miei clienti cosa fare dall’altra parte. Mi sono resa conto però che la mia consulenza non era personalizzata. Sentivo i miei clienti raccontare le loro giornate ma non sapevo cosa accadeva in azienda. Poi scoprivo che la giornata lì scorreva in maniera totalmente diversa da quella che mi avevano raccontato.” 

Da consulente del lavoro a consulente sul lavoro 

Così da consulente del lavoro, Carmen diventa consulente sul lavoro, e sceglie di andare direttamente dentro le aziende. Parte dai suoi clienti storici e comincia a visitare le loro realtà. E questa nuova visione le apre un mondo. 

I clienti sono felici di questa che 15 anni fa era un’innovazione. Carmen comprende la realtà in cui vive, apre i cassetti di queste scrivanie, comprende che quelle che oggi chiamiamo risorse umane erano tali proprio in quanto dipendenti sì, ma soprattutto risorse. 

“Io datore di lavoro raggiungo gli obiettivi aziendali solo se i miei dipendenti sono davvero una risorsa. Come avviene questo?

In due modi: il dipendente può nascere tale, per approccio o per carattere, oppure può diventarlo. Se non lo diventa neanche, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona nel rapporto con il mio datore di lavoro.”

Non solo leadership, ma anche – e soprattutto – dialogo e formazione

Così Carmen decide di analizzare lo stato dell’arte. Parte dai desiderata dei datori di lavoro e dalle reazioni dei dipendenti. Capisce che non basta parlare di squadra e di leader, ma anche di affettività. Proprio così. 

La formazione motivazionale non basta, se l’obiettivo è permettere al dipendente di acquisire filosofia, valori, mission. Bisogna innamorarsi dell’azienda in cui lavoriamo. 

“Per questo ho cominciato a lavorare a quello che oggi si chiama clima aziendale e che all’epoca non aveva ancora un nome. Questo, secondo me, è il primo momento storico in cui parliamo di team, clima aziendale, lavoro di squadra e lo stiamo facendo sul serio. Fare formazione è sempre qualcosa di altisonante, ma nella realtà solo ora stiamo capendo di cosa parliamo.

Ricordo tempo fa la storia di un ragazzo molto in gamba, un ingegnere, figura che già anni fa era molto richiesta. Doveva scegliere tra un impiego in un’azienda italiana che aveva offerto una RAL molto alta e un’azienda svizzera con una RAL più bassa ma con formazione continua garantita negli anni. Il giovane aveva scelto senza dubbio l’azienda svizzera.”

Il primo requisito per fare formazione in maniera autentica ed efficace è che il datore di lavoro e chi con lui è al vertice sia convinto dell’utilità. Se lui ci crede, ci crederanno anche i dipendenti. 

In questo contesto i social hanno un ruolo veramente importante per accrescere le proprie competenze e relazionarsi con il mondo del lavoro. “LinkedIn è uno strumento incredibile: posso leggere cosa scrivono i dipendenti, la classe impiegatizia, la classe imprenditoriale, il responsabile HR. È trasversale, ed è la prima volta in cui figure così diverse hanno modo di confrontarsi in un contesto non ufficiale.”

“Governare” la forte personalità dell’imprenditore nei percorsi di cambiamento

“Questa è la mia sfida. L’imprenditore ha sempre ragione – ride – ma perchè sul serio nella sua visione ha sempre ragione, quindi è sulla visione che bisogna lavorare. 

In genere l’imprenditore è arroccato nella sua visione perché pensa di non poter delegare e di non essere mai capito da nessuno. La sfida è modificare la sua visione nei confronti della platea delle risorse umane. 

Poi a volte succede che manchi la compatibilità di fondo, ed è normale. Il mio datore di lavoro deve essere una persona che stimo, se non la stimo non posso lavorarci insieme. 

Quando il meccanismo non funziona, infatti, al 90% è il lavoratore che non la funzionare. Perchè? Perchè per lui è tutto più complesso, non conta solo far crescere l’azienda ma stiamo parlando della sua vita. Il suo obiettivo è stare bene in quelle 8 ore.   

“D’altra parte, devo dire che non ho mai incontrato nessun datore di lavoro che avesse voglia di licenziare. Bisogna lavorare sulle passioni, sui punti di confronto e di incontro, perché per far funzionare bene le cose devono stare bene tutti. Quando entro in azienda non chiedo mai direttamente quali sono i problemi dei lavoratori. Dopo quattro – cinque giorni ci arrivo da sola, studiando le dinamiche interne. Migliorando le performance quotidiane di tutti il risultato si vede anche in busta paga.” 

Generazioni di imprenditori a confronto 

Come si gestisce il confronto generazionale? 

“È tostissima. La questione generazionale c’è sempre stata, ma oggi abbiamo un elemento di novità (o rottura). Tra la mia generazione e quella precedente non c’era così tanta diversità. Oggi tra me e i nativi digitali c’è una rivoluzione di mezzo.”

Quello che chiamiamo telefono è la prosecuzione del nostro cervello e di certo non si usa solo per parlare. I social ci permettono di raggiungere un numero di persone prima inimmaginabili. 

“Fino a tre anni fa una generazione intera, la mia, pensavo di non andare in pensione prima dei 70 anni, di lavorare all’infinito. Di punto in bianco ci siamo accorti che questa stessa generazione verrà invece accompagnata alla porta a brevissimo. 

Questa fuoriuscita avverrà perché le aziende hanno capito che devono fare un percorso per liberare alcuni soggetti che non sono modificabili. Cosa succederà quindi? 

Tutte le persone che si sono già accasciate negli ultimi 20 anni non vedranno lora di uscire e dedicarsi ad altro, e le aziende li accompagneranno.   

Quelle che, nello stesso gruppo, vogliono invece rimanere sulla cresta dell’onda sono quelle su cui vale pena fare qualsiasi tipo di formazione perché si tratta di persone assetate di innovazione. Persone che per scelta vogliono rimanere per vedere i prossimi 10 anni. 

Per cui in azienda ci saranno dei senior tostissimi, che non si sentiranno costretti a lavorare tutti i giorni, con accanto dei giovani rapidissimi e con una voglia di fare pazzesca. I giovani, a differenza dei loro genitori abituati a vivere chiusi in casa o in ufficio, chiederanno di poter lavorare all’esterno, all’aria aperta, quando e come vogliono, per obiettivi.”

La ricetta d’oro per aggredire il mercato di oggi 

“Credo che utilizzare in modo trasparente e corretto tutte le forme di finanziamento che vengono messe a disposizione oggi sia indispensabile per contenere il costo del lavoro, affiancando una visione formativa reale. 

La ricetta ideale sarà: imprenditore visionario, accanito, adrenalinico, lungimirante più risorse umane in qualche modo supportate aiutate e addestrate, più utilizzo di fondi ufficiali puliti e trasparenti, come quelli che individua Be4 Innovation.”

Welfare Aziendale, il piano che che fa bene e conviene.

Sempre più aziende in Italia scelgono di mettere a punto dei piani di welfare aziendale, per accrescere il potere di spesa, la salute e il benessere dei dipendenti e del loro nucleo familiare. Ma come funziona? Lo abbiamo chiesto a Gianluca Brizio, CEO e Founder di WAI, Welfare Aziendale Italia.

Negli ultimi anni in Italia c’è stato un boom di contratti integrativi che hanno introdotto il premio di produttività, che è passato dai 9mila nel 2016 agli oltre 54mila nel 2019. Di questi, oltre uno su due prevede la conversione in welfare aziendale: il tasso di incidenza delle misure di welfare su contratti che includono il premio di produttività è infatti aumentato dal 46% nel 2018 al 57% nel 2020 (fonte Ministero del Lavoro). In pratica, quasi sei contratti su dieci prevedono misure di welfare aziendale, con la possibilità di convertire il premio di risultato parzialmente o totalmente in beni e servizi welfare. 

L’inserimento di un piano di welfare aziendale porta con sè molti vantaggi, tangibili e immateriali. Primo fra tutto il benessere psicofisico che si trasforma in un accrescimento della motivazione del lavoratore con conseguente riduzione del turnover e assenteismo; non ultimo, il consistente beneficio fiscale per l’imprenditore ed economico per il lavoratore grazie al totale abbattimento del cuneo fiscale.

Ma cosa si intende per welfare aziendale? Si tratta di tutte le misure, comprese iniziative, beni e servizi, messe a disposizione del lavoratore da parte dell’impresa. 

Le misure mirano a sostenere il reddito del lavoratore, per accrescere la salute, il benessere e il suo potere di spesa. In aggiunta alla retribuzione, quindi, i dipendenti possono usufruire di una serie di agevolazioni, rimborsi e benefit che beneficiano di un regime fiscale agevolato sia per il dipendente che per il datore di lavoro.

Alla lettera, il termine welfare sta per benessere, obiettivo di un percorso di responsabilità sociale, ma anche per sussidi e assistenza sociale

Sempre più aziende italiane si stanno dotando di piani di welfare aziendale per due motivi: il primo, accrescere il benessere dei propri dipendenti migliora la qualità di vita personale e professionale di ciascun individuo; il secondo, entro certi limiti si tratta di servizi detassati per i lavoratori dipendenti, perché rientrano tra i beni e servizi che non concorrono a formare reddito imponibile in quanto mirati a soddisfare esigenze meritevoli di tutela, come il miglioramento delle proprie condizioni di vita di quelle dei familiari. In pratica, non costituendo reddito, il contributo è esente da tassazione fiscale e contributiva ed è al contempo deducibile per l’azienda. 

Potremmo definirlo un classico win-win per azienda e lavoratore. È questa la modalità in cui il welfare aziendale riesce a coniugare la responsabilità sociale d’impresa, con azioni concrete e mirate e piani di incentivazione della forza lavoro.

Perché un’azienda dovrebbe dotarsi di un piano di welfare aziendale? 

– per abbattere il cuneo fiscale;

– per regolamentare l’erogazione delle premialità;

– per fidelizzare e coinvolgere i lavoratori;

– per accrescere l’immagine aziendale; 

– per attrarre nuovi talenti e aumentare la produttività;

– per migliorare la conciliazione vita-lavoro.

Come funziona: i benefici

Sono davvero molti i benefit di cui il lavoratore può usufruire. Il datore di lavoro può scegliere tra i molteplici benefit e le soluzioni previste dalla normativa fiscale, tra cui: 

  • buoni d’acquisto per il carburante;
  • Buoni spesa al supermercato, elettronica, abbigliamento ed altri ancora;
  • Viaggi e Vacanze, sport e benessere, tempo libero, cultura e formazione; 
  • previdenza complementare; 
  • assistenza sanitaria integrativa, cassa sanitaria; 
  • rimborsi scolastici dall’asilo nido all’università e master;

Le prestazioni messe a disposizione dei dipendenti nei piani di welfare aziendale vengono anche definite flexible benefit, flessibili proprio perché il dipendente può scegliere come spendere il proprio “portafoglio” di benefit messo a disposizione dal datore di lavoro.

Tipologie di piani di welfare aziendali 

Esistono tre tipologie di piani di welfare aziendale, che si configurano anche in un diverso trattamento fiscale:

– welfare volontario o liberale;

– welfare obbligatorio da CCNL;

– welfare di produttività  – Premi di Risultato;

I piani di welfare volontario o liberale vengono attuati dall’azienda con un’azione unilaterale: con un Regolamento Interno è il datore di lavoro a decidere gli importi da erogare per la generalità dei dipendenti o per determinate categorie omogenee di lavoratori. Con la predetta regolamentazione, L’agevolazione fiscale per questo tipo di piani, è totale quindi risparmio fiscale pieno sia per Azienda che per Lavoratori.

Il Welfare obbligatorio previsto da CCNL è quello invece previsto solamente da alcuni Contratti Collettivi Nazionali, uno su tutti, quello Metalmeccanico del settore Industria, in vigore dal 2017 e appena rinnovato per un ulteriore triennio fino al 2024. Le Aziende soggette a tale CCNL hanno l’obbligo di corrispondere a tutti i lavoratori € 200,00 sotto forma di beni e servizi di Welfare Aziendale e non è possibile monetizzare tale importo. Anche qui detassazione totale per le parti.

Infine, il welfare di produttività relativo a premi di risultato derivanti da contrattazioni sindacali ossia accordi di II Livello. Questa modalità consiste nell’offrire al dipendente la possibilità di convertire o meno il proprio premio di produttività in prestazioni di welfare aziendale. Ciò avviene grazie alla Legge di Stabilità del 2016 che prevede la totale esenzione fiscale per azienda e lavoratori convertendo i premi di risultato in welfare aziendale. Quindi, se il lavoratore converte in W.A., il risparmio fiscale è totale per azienda e lavoratore; nel caso in cui il lavoratore scelga, invece, di non convertire, non vi sarà il risparmio fiscale per l’Azienda e il lavoratore beneficerà di un’aliquota agevolata del 10%.

In generale, A puro titolo esemplificativo, la corresponsione di 1000 € dall’Azienda al lavoratore:

  • In busta paga costo aziendale circa 1400 € mentre il dipendente riceve 600 € netti 🡪 cuneo fiscale circa 800 €;
  • In WELFARE AZIENDALE il costo aziendale è € 1000 e non 1400€, mentre al lavoratore arrivano 1000 € netti e non 600€ 🡪 cuneo fiscale ABBATTUTO.
  • Nel caso del Welfare di produttività, Il premio presuppone che nel corso dell’anno ci sia stato un incremento misurabile della produttività aziendale.
  • Nel caso dell’obbligo contrattuale ci sarà l’erogazione a prescindere dai risultati aziendali;
  • Nel caso della liberalità da parte del datore di lavoro a mezzo regolamento interno, sarà l’Azienda a decidere se costruire o meno piani di welfare aziendale e non richiede l’accordo sindacale;

Si tratta di una modalità che non solo conviene alle aziende, ma che piace anche ai dipendenti. Se nel corso del 2018 uno su quattro dei lavoratori beneficiari (25%) sceglieva una quota welfare dal premio di produttività, nel corso del 2019 è diventato uno su tre (34,5%). La spesa in istruzione (tasse scolastiche, acquisto libri, iscrizioni asili nido) è la voce più consistente con il 33,8%. Segue l’area ricreativa con il 22,4% (palestra, viaggi, sport); i fringe benefit (carte prepagate per spesa, carburante, shopping e elettrodomestici fino a 258,53 euro annui) con il 18,1%; la previdenza integrativa (12,7%); l’assistenza sanitaria (7,6%); la mobilità (3,7%); l’assistenza familiare (1,2%).

WAI, Welfare Aziendale Italia 


Per saperne di più abbiamo fatto qualche domanda a Gianluca Brizio, CEO e Founder di WAI, Welfare Aziendale Italia, con sede a Bra, in provincia di Cuneo. 

WAI è un provider di Welfare Aziendale che segue le Imprese, di ogni dimensione, in ogni fase della catena procedurale. Per implementare un piano di welfare aziendale è importante, infatti, partire con l’analisi dello scenario, della popolazione aziendale e dei bisogni dei dipendenti. WAI affianca le aziende dalla consulenza allo studio delle risorse per l’abbattimento del costo del personale, dai regolamenti alla gestione normativa e fiscale fino all’accesso alla Piattaforma Welfare di Proprietà, con oltre 150.000 servizi disponibili.

“Aiutiamo le Imprese a realizzare Piani di welfare per migliorare la conciliazione vita-lavoro dei propri dipendenti – spiega Gianluca Brizio – mettendo al centro del progetto le strutture del territorio e i nostri fornitori locali. Il welfare, così pianificato, risulterà un successo per azienda e collaboratori”. 

Questa particolarità è ciò che rende l’offerta di WAI diversa dalle altre aziende del settore, perché offre al dipendente una vasta opportunità di scelta e propone attività locali e sul territorio. In questo modo non solo l’impresa incrementa la produttività, fidelizza i dipendenti e abbatte il cuneo fiscale ma il lavoratore ottiene un potere d’acquisto maggiore.

Scegliere WAI significa quindi beneficiare delle eccellenze nazionali e delle strutture a km zero, aspetto determinante per la corretta riuscita di un piano welfare e che pochissimi sono in grado di sostenere al livello offerto da WAI.

Una volta stabilito un piano di welfare, il lavoratore deve spendere il proprio credito. Dove può farlo? 

Ecco le categorie a disposizione:

  1. BUONI ACQUISTO e GIFT CARD: supermercati, carburante, abbigliamento, elettronica, profumerie, sport ecc..
  2. VACANZE: scegliendo tra i più noti motori di ricerca mondiali e le Agenzie viaggi del territorio;
  3. SPORT, DIVERTIMENTO: qualsiasi abbonamento sportivo, ristorazione, parchi divertimento, Terme e Spa;
  4. CULTURA E FORMAZIONE: soggiorni culturali, corsi di formazione, editoria e riviste;
  5. SANITÁ : qualsiasi visita specialistica o diagnostica, analisi di laboratorio, odontoiatria, occhiali e lenti, prevenzione, fisioterapia, oncologia, psicologia e psichiatria ecc.
  6. PREVIDENZA: versamenti liberi al fondo di previdenza di categoria o individuale;
  7. RIMBORSI: rimborsi di qualsiasi spesa scolastica dall’asilo nido all’università e master comprensiva di retta, mensa, pre-dopo scuola, campus estivi ed invernali, trasporto pubblico, gite scolastiche, testi scolastici ecc..

L’elenco fa quindi riferimento a spese essenziali e che qualsiasi persona, a prescindere dall’età, andrà a sostenere nella vita di tutti i giorni. Grazie alla conversione in beni e servizi di Welfare Aziendale, ogni dipendente potrà collegarsi con user e password in piattaforma e, in totale autonomia, potrà acquistare i servizi di suo interesse.

Al programma può accedere sia la piccola impresa famigliare che la grande azienda.

Il welfare aziendale nell’emergenza sanitaria da Covid-19

Cosa è cambiato negli ultimi due anni? 

“L’emergenza sanitaria che ha caratterizzato questi ultimi 18 mesi, ha avuto ripercussioni importanti anche sul welfare aziendale” – racconta Gianluca. “I dipendenti si sono avvicinati sempre più al concetto di sanità e la sensibilizzazione al tema è stata sempre crescente. 

Anche in tema di fruibilità dei servizi in piattaforma, la scelta nella sezione dedicata alla Sanità è cresciuta esponenzialmente. L’acquisto di Pacchetti Sanitari integrativi, assicurazioni sanitarie e la Cassa Sanitaria, servizio che siamo tra i pochi Provider ad offrire, consente ai dipendenti di ottenere il rimborso delle spese sanitarie sostenute per sé stessi e per il proprio nucleo familiare. 

Recentemente, abbiamo anche condotto un questionario approfondito sui servizi del welfare a cui hanno risposto oltre 200 persone. È stato a loro richiesto di esprimere 2 scelte tra i servizi presenti ossia Gift Card, tempo libero, vacanze e sport, previdenza e sanità, rimborsi.  Il risultato è stato sorprendente perché circa il 74% delle persone ha indicato, tra le due scelte, la Sanità come argomento fondamentale e di fruibilità sul welfare. Il dato è davvero rilevante in quanto, prima della Pandemia, eravamo al di sotto del 34%.  

In Piattaforma WAI i dipendenti troveranno oltre 12.000 strutture sanitarie presenti sul territorio nazionale e le eccellenze a km zero appositamente convenzionate per dare ai dipendenti una maggiore fruibilità. In aggiunta, la Cassa Sanitaria, grazie alla quale potranno richiedere il rimborso di una qualsiasi spesa sanitaria sostenuta sul territorio nazionale, rimborsabile a prescindere dal convenzionamento o meno della struttura e senza franchigie. Decisamente un plus per Aziende e dipendenti.”

La mozzarella di bufala arriva da Cuneo: l’avventura del Caseificio Moris

Gli imprenditori lo sanno: un buon capitano non è colui che è in grado di restare al timone quando non soffia il vento, ma chi è in grado di rimanere al comando e condurre la nave in porto durante una tempesta. Ma come si reagisce a un imprevisto che rade al suolo il tuo business? Come si reinventa un imprenditore che possa dirsi davvero resiliente? E come è possibile innovare il settore agroalimentare e certificare la qualità di un’azienda come il Caseificio Moris? 

Ne abbiamo parlato insieme a Ivan Morisiasco, che ha condiviso con noi la sua esperienza.  

Il Caseificio Moris 

Agricoltori da quattro generazioni, forse anche prima. Ivan ci racconta “Con le mie sorelle, Elisa ed Elena, e le cugine, siamo cresciuti insieme, giocando e aiutando i nostri genitori. Ci lega un affetto molto profondo. Siamo stati fortunati, i nostri genitori non ci hanno mai forzato a scegliere questo lavoro ma ci hanno dato fiducia e coinvolto nei progetti quando eravamo piccoli. Così, piano piano, ci siamo appassionati a questo mestiere.” 

La famiglia Morisiasco ha sempre allevato mucche di razza piemontese, con l’introduzione negli anni ‘80 della razza frisona, scelta che già all’epoca si rivelerà vincente. Con oltre 200 capi di bestiame, i fratelli Franco e Mario Morisiasco si ritrovano tra i primi allevatori in Italia. Ma la vita riserva sempre molte sorprese. Negli anni ‘90 giungono due imprevisti: il primo, la bagarre sulle quote-latte, che impedisce agli allevatori di acquistare altri capi di bestiame; il secondo, ancora più grave, un’improvvisa malattia che colpisce l’intero allevamento. 

Così, da un problema a tratti drammatico, arriva la svolta. Nel 2002, di ritorno da una Fiera svoltasi a Verona, papà Franco sveglia Ivan in piena notte, per raccontargli la sua idea: passare all’allevamento di bufale. Ivan non comprende l’entusiasmo di suo padre, fino a quando non lo accompagna in Campania, dove assaggerà la mozzarella di bufala e incontrerà per la prima volta questo animale maestoso. 

“Non dimenticherò mai il giorno che sono arrivate le prime 50 bufale, un’emozione unica.”

Comincia così questa storia fatta di lungimiranza e intuito, di resilienza e passione. Nasce un’azienda parallela a quella originaria, che oggi produce formaggi, carne e bio cosmesi. 

Il Caseificio Moris possiede oltre 1250 animali alimentati in maniera sana ed equilibrata con foraggi, leguminose e cereali coltivati nei 180 ettari di terreno di possesso dell’azienda. 

Perché le bufale? Perché si tratta di una vera e  propria rivincita. “Mio padre aveva intuito che un prodotto così particolare a livello mondiale – spiega Ivan – ci avrebbe permesso di riprendere in mano la nostra produzione. Il latte di bufala è qualcosa di prettamente italiano, è nostro. Latte, formaggi e carne di bufala sono molto digeribili. Il latte è indicato per i bambini. La carne ha un ridotto contenuto di colesterolo.

Inoltre, ci permette di uscire dalle dinamiche in cui l’agricoltura è inclusa. È un mondo davvero particolare, dove il prezzo lo fa chi compra, e non chi vende. L’agricoltore ha sempre una spada di Damocle che pende sulla sua testa: quella della deperibilità. Se il mio prodotto va a male, devo venderlo, a volte svenderlo. Il latte di bufala ci ha permesso di uscire da questo sistema, di produrre meno e meglio e di scegliere il prezzo e le modalità di vendita. Siamo noi a controllare la produzione, la lavorazione e la vendita, garantendo la qualità ad ogni step della filiera.”


Resilienza e intuito 

Il successo ottenuto con le bufale non è casuale. “Le bufale sono arrivate anche grazie al percorso fatto con l’allevamento delle mucche da latte, che ci ha visti protagonisti a livello nazionale e internazionale. Credo che in qualsiasi settore in cui si opera bisogna sempre puntare ad ottenere il massimo lavorando con cura precisione e tanta passione.”     

Cosa ha permesso a papà Franco di farcela? Sicuramente la voglia di non mollare mai, neanche quando le avversità incombevano. E poi la sua voglia di sperimentare, la capacità di trovare anche nelle difficoltà una via d’uscita, sempre. 

“Lui è bravissimo nel trasformare ogni difficoltà in un nuovo punto di partenza: una continua ricerca alimentata dalla voglia di migliorarsi sempre. 

Ho dei ricordi nitidi di quando ero piccolo. La nostra vita era qualcosa di imprescindibile dal lavoro, cosa che non ci è mai pesata realmente. La Domenica si mungeva ascoltando le partite alla radio, a Natale mungevamo le vacche prima di andare a messa, per poi aspettare il passaggio di Gesù bambino. 

Mio padre girava per le aziende agricole, vedeva le esperienze degli altri e provava a capire come applicarle alla sua realtà. Ha sempre capito che investire sulla qualità era fondamentale, anche su quella degli animali stessi. Mio padre e mio zio sono stati tra i primi a investire su animali con genetica certificata, che costavano 3 volte di più dei normali animali.” 

È importante capire un aspetto significativo. Gli animali non sono tutti uguali, cosa che potrebbe ingannare un neofita. Ogni capo deve avere delle qualità funzionali per garantire un buon prodotto a lungo tempo. Negli allevamenti intensivi di oggi gli animali sono sì iperproduttivi, arrivando a produrre 60 litri di latte vaccino al giorno, ma dopo pochi anni, la mucca non riesce più a stare in stalla. È come pretendere di avere il motore di una Ferrari alloggiato in una carrozzeria di una utilitaria, senza considerare che anche quel latte perderà tutte le proprietà nutritive, diluite in una quantità “innaturale” di produzione. 

“Una bufala vive anche 15 anni, produce meno latte, è un animale più forte per natura. A noi spetta il dovere di garantire una vita sana ad ogni capo per una produzione di qualità. Non c’è solo l’aspetto genetico dell’animale infatti: qui subentra l’aspetto manageriale. Occorre gestire al meglio l’animale con stalle e spazi adeguati, personale formato per allevarlo senza stressarlo, garantire a ogni bufala un’alimentazione genuina, perchè un animale in costante cattiva digestione è nervoso, dura meno e produce un prodotto di qualità scarsa.”

Come viene gestita la qualità e la certificazione nella vostra azienda? 

“Stiamo creando un modello Moris di allevamento e di agricoltura di trasformazione. Vogliamo trasmetterlo al cliente per dare a lui la sicurezza di ciò che acquista. Perchè un conto è la qualità del prodotto, un conto invece è la sicurezza del metodo che deve essere certificato in altro modo.”

Uno sguardo al futuro 

“Crediamo molto nella qualità. Vogliamo ingrandire e sviluppare la nostra azienda per continuare a vederla crescere anche se nel nostro settore non è semplice; più animali vuol dire più terra, più spazi, più stalle. Abbiamo trovato in Be4 Innovation il partner ideale per seguire la crescita aziendale e investire in maniera mirata e sostenibile nei macchinari necessari.

Stiamo mettendo in piedi un modello di agricoltura sempre più sostenibile, per trarre la qualità massima dal prodotto senza l’utilizzo di chimica. Il Caseificio Moris punta a diventare a breve Antibiotic Free, cosa che per noi è una soddisfazione immensa. 

Inoltre, siamo totalmente autosufficiente per energia elettrica e termica, ormai da anni. Nel 2010 è stato strutturato un impianto di Biogas, pensato secondo una precisa ottica aziendale. Questa scelta ha avuto un forte impatto sulla nostra economia e sull’ambiente, e rientra in quel sistema di economia circolare su cui stiamo investendo da anni.

L’idea è realizzare pienamente un’azienda a impatto zero. Produrre cibo è una grande responsabilità. Se compro un oggetto e si rompe, me ne farò una ragione. Ma se compro qualcosa che dovrò mangiare, devo essere sicuro che mi faccia bene e che mi dia energia.” 

Il settore è in continua evoluzione, anche grazie alla tecnoglie. Ma è la lungimiranza degli imprenditori di diverse generazioni come Franco e Ivan che permetterà di continuare a far nascere opportunità per continuare a crescere. 

Dal temporary al fractional, il nuovo volto del management all’interno della PMI.

Per fare il punto sullo scenario e sulle opportunità a disposizione degli imprenditori abbiamo intervistato Luca Aimo, CFO Business Partner e membro di YOURGroup. 

Non è solo il mondo della PMI e dell’impresa a cambiare, ma anche quello del management e, in questo caso, non si tratta di un cambiamento normativo o formativo ma culturale. La fluidità che permane il mercato del lavoro non risparmia il mondo dei dirigenti, in cui spesso figure apicali preferiscono abbandonare ruoli di rilievo in gruppi internazionali in favore di un miglior equilibrio tra vita lavorativa e familiare. Il risultato? L’apertura di queste figure verso realtà medio grandi, spesso a connotazione familiare, che altrettanto spesso però non hanno accesso a profili senior per necessari vincoli di costi e struttura.

Per risolvere questo problema nasce nel 2011 YOURGroup, la prima società italiana di Fractional management che oggi conta su un team di 200 senior manager di grande esperienza in azienda di vario settore e dimensione, dalle start-up alle PMI fino ai gruppi multinazionali. 

Ne abbiamo parlato con Luca Aimo, CFO Business Partner che ha scelto anni fa di aderire a questo network virtuoso. 

Fractional Vs Temporary 

Partiamo dal principio e chiariamo questi due concetti che non sono assimilabili fra loro. 

Eravamo già abituati a sentir parlare di Temporary Management, pratica in cui la gestione di un’impresa o una sua parte viene affidata a manager altamente qualificati e motivati per accrescere le competenze manageriali esistenti o risolvere momenti critici, negativi (tagli o riassestamento economico e finanziare) e positivi (crescita e sviluppo di nuovi business). 

Il Temporary Manager è in grado di gestire le fasi strategiche di un processo aziendale, per questo viene “investito” di tutti i poteri necessari per portare a termine il suo lavoro, aspetto che lo differenzia nettamente da un consulente. 

Il consulente interpellato consiglia, il Temporary Manager gestisce ed esegue. Per questo non si tratta di una soluzione alternativa, ma di una vera e propria terza via che affianca il Temporary Manager alla consulenza e alla dirigenza tradizionale. Si noti bene che il Temporary Manager non è un riempitivo ma rappresenta una professione full time che sempre più giovani professionisti scelgono di intraprendere, in contrasto con l’idea di una professione adatta a manager in fine di carriera. 

Il Fractional Management può essere considerato come una particolare declinazione del Temporary Management, nata proprio sulla spinta della domanda di imprese molto piccole (es. sotto i 5 milioni di fatturato), spesso in difficoltà nell’affidarsi a figure manageriali di alto livello anche a causa dei costi da sostenere. Per la PMI anche il classico Temporary Manager risulta insostenibile per tempi e costi, ed è per questo che il “Temporary part-time” risulta la scelta più appropriata. Si tratta di un’opzione scelta anche dalle PMI più grandi, a partire da 100-150 dipendenti, che adottano questa modalità per dare una guida operativa ad alcune funzioni di staff in fasi di crescita accelerata. 

La differenza sostanziale tra Temporary Management e Fractional Management è racchiusa nelle modalità operative. Mentre il TM prevede un impegno praticamente a tempo pieno del manager in un periodo concordato, il FM prevede che l’impegno avvenga su base part time, ad esempio 2 o 3 giornate a settimana. Per il resto non ci sono molte differenze: gli attori restano gli stessi, caratterizzati da elevata seniority ed esperienza di gestione, grande motivazione, approccio pragmatico. 

Il modello YOURGroup 

È Luca Aimo a raccontarci YOURGroup, a partire dalla sua esperienza professionale. Manager nel settore finance, esperto nello sviluppo e gestione di grandi cambiamenti all’interno delle aziende, comincia la sua carriera all’interno di multinazionali per poi avvicinarsi ad un mondo più familiare, spinto dalla voglia di entrare in contatto con le persone dietro i grandi brand. 

Dal 2001 accetta l’incarico di Head of Controlling per la Paravia Bruno Mondadori Editori, storica casa editrice italiana in cui può vivere al contempo il contesto familiare e il fermento di un’azienda che si affaccia in un contesto internazionale. 

A questa realtà ne seguiranno altre: Pearson, Multinazionale UK, leader nei servizi e prodotti per l’Education che nel 2006 acquisisce Paravia Bruno Mondadori; Wall Street English Italy, per cui segue un vero e proprio processo di ristrutturazione prima e sviluppo poi, con l’apertura di nuovi mercati. 

Dal 2019 aderisce al progetto YOURGroup. Ma di cosa si tratta? 

Fondata nel 2011, YOURGroup ha introdotto in Italia il concetto di Fractional Executive: manager esperti che operano in azienda in modalità frazionale, on demand e temporary. 

Come funziona il modello YOURGroup? 

Il modello fractional, essendo più vicino alla modalità manageriale che a quella consulenziale, tende a coinvolgere un professionista per volta in azienda, per lo meno nella fase iniziale. Tuttavia l’esperienza ci ha insegnato che sono sempre di più i casi nei quali, apprezzato il modello, il cliente chiede di proporre professionalità diverse e complementari, motivo per il quale dall’originaria yourCFO, prima divisione nata con Andrea Pietrini, fondatore di yourGroup, il gruppo si è allargato praticamente a tutte le funzioni C-level.

Al momento abbiamo 8 divisioni, per un totale di circa 200 professionisti con competenze diverse in settori e mercati differenti. 

Ogni funzione è legata a un’area di riferimento: da yourHR che abbraccia il mondo delle Risorse Umane, a yourDigital, legata al mondo dell’innovazione e del digitale in cui applichiamo l’innovativo Metodo Belli per inserire la digital transformation all’interno di una strategia omnicomprensiva; fino a yourNEXT, che si occupa dell’area della comunicazione e delle relazioni istituzionali.

Il modello associativo prevede una selezione molto forte, che non guarda solo al curriculum ma anche alle soft skill e alla motivazione. Entrare all’interno del gruppo non è una scelta di ripiego dettata dalla contingenza, ma una consapevole presa di coscienza che spinge il professionista a modificare il proprio modello lavorativo. 

Io la definisco “una lotta per la libertà”, una sfida continua in cui anche il professionista si assume dei rischi, ma allo stesso tempo ha la possibilità di toccare con mano i risultati portati in azienda, di avere la precisa percezione del valore aggiunto che il suo intervento apporta. 

Quali sono i valori che guidano il gruppo? 

Qualsiasi progetto parte dal valore e dalle competenze di ogni singola persona, messe in comune e al servizio dell’impresa. Siamo efficaci e concreti, abituati a fornire delle risposte, dati alla mano.  Allo stesso tempo siamo anche agili, lavoriamo in modo lean, specie nelle missioni brevi in cui è necessario essere rapidi e trovare soluzioni alternative. La sola competenza non basta più: occorre lavorare con passione ed etica e dare importanza ad ogni singola relazione, perché sono proprio i rapporti a creare valore nel tempo. 

È un valore che portiamo anche all’interno del gruppo: abbiamo sviluppato un forte senso di unità e molti dei clienti acquisiti sono arrivati proprio tramite scambio di relazioni tra soci. Non abbiamo gerarchie all’interno, esiste solo la volontà dell’individuo e quella del gruppo di cui fa parte di far accadere le cose. 

Qual è il valore che YOURgroup può portare all’interno di una PMI?

Il tessuto delle piccole e medie imprese italiane ha molto spesso radici comuni: una tipica impresa familiare, spesso gestita da un imprenditore o imprenditrice di prima o seconda generazione, oggi affiancati dai propri figli, in cui alle competenze spesso si predilige la fiducia.

Una persona esterna all’azienda è in grado di portare non solo esperienza in ambiti diversi e competenze specialistiche, ma anche una visione più lucida e professionale del contesto aziendale, dei punti di forza e delle aree di miglioramento. 

Quando entriamo in una nuova azienda abbiamo a disposizione uno strumento che ci permette di fotografare la situazione e averne piena coscienza: yourCHECK-UP. 

È un pre- intervento realizzato da manager d’azienda esperti in gestione d’impresa e sviluppo della performance che ci permette di: 

-Individuare le opportunità di miglioramento e punti di forza da valorizzare;

-Confrontare la percezione interna con un’analisi strutturata super partes;

-Acquisire un quadro completo anche relativamente a competenze non disponibili internamente. 

Successivamente, siamo in grado di proporre interventi mirati su un target specifico, dove la presenza del Fractional Manager è definita nel tempo e negli scopi. Di conseguenza, siamo in grado anche di ottimizzarne i costi, aspetto che fino a qualche anno fa rendeva impossibile un intervento del genere all’interno della PMI italiana. 

Si apre davanti a noi un decennio di grande importanza e intensità di frequentazione tra imprenditore e manager, un nuovo modello di interazione che permette di raggiungere gli obiettivi prefissati nel minor tempo possibile. Proprio per questo cambiare oggi è urgente e necessario, per sviluppare una cultura del management come servizio legato al raggiungimento di obiettivi pianificati più che all’ambizione interna di una stessa azienda. Si tratta di un percorso lungo, ma possibile, che consente alla PMI di accedere a possibilità di crescita fino ad oggi mai esplorate.

Internazionalizzazione delle PMI, un’occasione da cogliere.

Cosa devono fare le aziende che vogliono aprirsi ai mercati esteri e in quali rischi incorrono? Proviamo a scoprirlo in questo articolo parlando con l’avvocato Maria Cristina Pasi. 

Globalizzazione e rivoluzione digitale sono i due agenti principali che hanno portato all’attenzione di piccole e medie imprese la parola “internazionalizzazione”. 

Il processo di internazionalizzazione, però, non è facile come può sembrare e non si limita alla mera esportazione dei propri prodotti all’estero; prevede invece l’insediarsi, da parte di un’azienda, all’interno di uno o più mercati esteri mettendo a punto una serie di strategie e attività. Si tratta quindi di un processo complesso che prevede diverse fasi da rispettare e requisiti da avere. 

Per fare chiarezza, abbiamo intervistato l’Avvocato Maria Cristina Pasi, Presidente Nazionale dell’Ordine giovani Avvocati e titolare dello Studio Legale Pasi, con sede in Cuneo. 

L’Avv. Maria Cristina Pasi, Presidente Nazionale dell’Ordine giovani Avvocati.

Qual è il giusto approccio che le PMI devono adottare per affacciarsi verso il mercato internazionale? 

Per le PMI il mercato internazionale può costituire un’immensa opportunità di sviluppo: in primo luogo, le nostre imprese beneficiano della fama di cui il Made in Italy gode nel mondo per cui vi è continua ricerca di qualità italiana. Inoltre, avere uno sbocco internazionale può svolgere un’importante funzione di ammortizzazione e attenuazione delle flessioni del mercato interno; chiaramente, è necessario avere un target di Paesi dove il mercato dei beni italiani sia costituito non tanto dalla fascia media della popolazione, bensì a quella alta e molto alta. 

Ecco un esempio concreto: un bene che ha un prezzo considerato medio in Italia, in Paesi dove il reddito pro-capite è sensibilmente più basso diventa in automatico, a prezzo invariato, un bene di lusso, e i mercati di fascia alta sono quelli che, statistiche alla mano, hanno subito meno flessione nei momenti di crisi.

Tengo sempre a rimarcare la netta distinzione tra delocalizzazione e internazionalizzazione:l’internazionalizzazione crea un circolo virtuoso grazie al quale razionalizzando le risorse dell’azienda allocando parte dei cicli produttivi all’estero, si riesce a mantenere una struttura solida e competitiva in Italia. L’impresa, in poche parole, diventa molto più elastica, perché risente meno delle flessioni dei mercati, e ciò innesca molti benefici, quali ad esempio più risorse per gli investimenti, non dover ricorrere a ridimensionamenti o a tagli del personale in Italia.

Il modo giusto per porsi, secondo la mia esperienza, è stabilire in base alle proprie esigenze l’obiettivoche si persegue: ad esempio, l’imprenditore che fa lavorazione di materie prime nel settore metallurgico si rivolgerà ad alcuni Paesi, l’imprenditore agricolo ad altri.

L’esperienza pluriennale nei Paesi dell’Est e nei Balcani che ho maturato mi porta a dire tranquillamente che là vi sono magnifiche opportunità, grossi incentivi statali e sistemi fiscali decisamente competitivi, ormai anche le infrastrutture, con la pioggia di contributi europei, sono decisamente ammodernate. Tuttavia, come spesso accade, là dove ci sono le migliori possibilità vi sono anche le maggiori insidie: è necessario prestare molta attenzione a tutte quelle associazioni private che spesso hanno nomi evocativi come “camera di commercio tal dei tali”, in realtà spesso già diffidate da Assocamerestero dall’uso di tali denominazioni in quanto sono solo un modo per fare soldi facili con servizi inutili o fasulli che non sono altro che un modo per far spendere nell’immediato soldi all’imprenditore senza dargli nulla in cambio.

Qual è l’approccio giusto che un imprenditore deve avere verso il tema internazionalizzazione? Quali i passaggi che deve effettuare per non rischiare di commettere errori?

L’approccio giusto che l’imprenditore deve avere è quello rigoroso e pragmatico: prima di tutto capire che vi sono grandi differenze culturali per cui non farsi scoraggiare dal modo diverso di fare impresa all’estero, e poi affrontare l’internazionalizzazione con una rete di professionisti seri e competenti. La scelta del Paese giusto per il core-business della propria azienda, dei professionisti giusti che possano offrire un panorama fiscale completo è fondamentale: infatti, spesso si viene attratti da fiscalità di favore sulla tassazione dei proventi da impresa, tuttavia la tassazione degli utili può variare sensibilmente da Paese a Paese, così come anche la stabilità dei diversi sistemi bancari, per cui è necessario fare scelte strategiche che permettano di valutare tutti i pro e i contro a trecentosessanta gradi.

La possibilità di poter avere accesso a informazioni date dalle Ambasciate e dalle rappresentanze diplomatiche si rivela molto spesso utilissima, in questo ambito.

Non bisogna poi scordare un vantaggio molto grande, specie per chi internazionalizza nei Paesi dell’Est Europa: oltre a un fisco che premia l’impresa e non la mortifica, sono geograficamente vicini per cui facilmente raggiungibili e l’imprenditore può controllare personalmente l’impianto produttivo affrontando un viaggio di poche ore; inoltre, la manodopera è specializzata nell’esecuzione e per una questione di ottima mentalità esecutiva ma scarsa creatività, l’imprenditore italiano non corre il rischio di vedere il proprio know-how copiato dopo poco tempo come può accadere a chi si rivolge, ad esempio, al mercato cinese.

Per prima cosa è opportuno l’avere un approccio molto pragmatico e rigoroso: ben si sa che i Paesi che offrono più opportunità, sono spesso quelli dove il rischio è più alto, motivo per cui è necessario poter contare su una rete di professionisti seri e competenti che consiglino l’imprenditore in base all’attività della sua azienda: per l’agricoltura, ad esempio, è ottima l’area balcanica e in particolare la Macedonia, per il settore minerario, del legname e metallurgico l’Ucraina, per quello dei semilavorati l’Ungheria e la Bulgaria, insomma, è opportuno scegliere in modo sartoriale il Paese in base ai settori imprenditoriali e, molto importante, in base alla stabilità del sistema bancario e alla fiscalità.

Un esempio: l’Ungheria attrae investitori esteri con una tassazione, molto vantaggiosa, del 9% sugli utili. Nessuno dice, però, che a chiusura bilancio l’imprenditore dovrà pagare anche un 2% di imposta comunale obbligatoria sul fatturato e la tassazione sui dividendi è al 15%, mentre in altri Paesi, come la Bulgaria, scende al 5%. E’ fondamentale inoltre rivolgersi a chi abbia chiare conoscenze delle realtà geopolitiche: ad esempio, vi sono grandissimi incentivi alla costruzione di stabilimenti produttivi nelle zone vicine al Donbas in Ucraina: tuttavia, è una realtà molto vicina al teatro di guerra russo-ucraino, per cui è necessario fare prudenti valutazioni. E’ chiaro che la scelta finale spetta all’imprenditore, ciò nonostante, egli deve essere messo in condizione di avere il più grande numero di informazioni a sua disposizione.

Pochi sanno, ad esempio, delle free zone in Macedonia, aree ad esenzione fiscale decennale in cui è possibile concordare con i Ministeri di riferimento in base all’attività che si vuole avviare la misura dei contributi dello Stato alla costruzione degli impianti produttivi.

Quali sono i mercati che lei ritiene più interessanti per il Made in Italy?

Il Made in Italy è ricercato e corteggiato in tutto il mondo, come sinonimo di assoluta qualità e artigianalità, per cui ritengo che il mercato di riferimento possa essere l’intero mondo, tuttavia l’imprenditore deve scegliere, in base anche alle sue dimensioni aziendali, un Paese in base alla sua raggiungibilità, alle infrastrutture, alla qualificazione della manodopera in relazione al costo, alla fiscalità e alla stabilità bancaria.

Occupandomi di Est Europa e Balcani, ritengo che, sempre in relazione all’attività che si vuole svolgere, Paesi europei che possono ancora offrire molto siano la Bulgaria, in relazione a determinate attività  l’Ungheria, mentre per restare nell’ambito “vicino” ma extra Unione Europea, senza dubbio Macedonia (settore agricolo e produttivo nelle free tax zone), Montenegro, Armenia (specie nel settore calzaturiero e della distillazione) e, nella parte centrale e occidentale, l’Ucraina (materie prime, settore metalmeccanico e metallurgico).

Infine, che importanza rivestono la rete vendita, la rete logistica e l’utilizzo dei canali digitali nel processo di internazionalizzazione?

Tutte e tre le cose rivestono importanza grandissima: come detto prima, le infrastrutture e la rete logistica devono  fare parte della prima fase di valutazione sull’internazionalizzazione: è infatti inutile avere condizioni produttive vantaggiose se poi la rete logistico-infrastrutturale è carente, perché la velocità della circolazione dei beni è fondamentale e una rete non adeguata può rallentarla e aumentare i costi.

I canali digitali sono il futuro dato che, attraverso siti specializzati, anche il piccolo imprenditore di nicchia che difficilmente avrebbe visibilità se non nel suo settore di riferimento, può offrire i suoi prodotti e farsi conoscere dall’altra parte del globo. Web marketing, implementazione dei propri siti di riferimento, ricerca e creazione di nuovi canali digitali di distribuzione sono fondamentali per aggredire un mercato sempre più globale e questo aspetto in Italia attualmente viene ancora purtroppo molto spesso trascurato o ritenuto di secondo piano.

La tecnologia per il sorriso: il centro odontoiatrico 4.0

Abbiamo condiviso alcune riflessioni sul tema di Gabriele Zanon AD di BE4 Innovation, e due esperienze di eccellenza: quella del Centro Brunelleschi con la Dott.ssa Barbara Casiraghi, e quella del Centro Medico Lombardo con la Dott.ssa Barbara Della Fiore.

Per far tornare il sorriso occorre competenza, empatia e un’alta dose di esperienza. Ma non solo. Il Centro odontoiatrico moderno è una realtà in continua evoluzione, che si avvale di strumenti tecnologici 4.0.

Questo articolo vuole essere uno spunto per parlare di come i tempi sono cambiati e la nuova frontiera dell’odontoiatria sia rappresentata dalla digitalizzazione di gran parte dei protocolli terapeutici. Negli anni passati abbiamo potuto assistere all’introduzione di CAD-CAM System sempre più sofisticati, software performanti nella programmazione ortodontica di allineamento dentario, software per la progettazione di chirurgie implantari, non ultimo indagini strumentali sempre più dettagliate a tal punto da fornire indicazioni così fini da essere utilizzate in endodonzia. Ancora, l’odontoiatria preventiva, che si occupa non di una malattia del cavo orale, bensì del rischio che si manifesti, grazie ai nuovi strumenti per l’indagine radiologica. 

Finalmente l’upgrade di software di progettazione di restauri protesici ci permette in gran concerto con le tecniche fotografiche di studiare l’estetica del sorriso rapportata ai tessuti periorali e quindi di ottimo impatto per il paziente per la visualizzazione del risultato finale ma anche di estremo aiuto per il clinico esperto nel definire i nuovi restauri in tempi inferiori rispetto alle tecniche tradizionali.

Siamo tutti consapevoli di vivere in un’epoca straordinaria, pertanto “Odontoiatria 4.0” è un titolo adeguato per indicare una situazione evolutiva che molti studi e cliniche stanno percorrendo, che descrive come con la digitalizzazione dei protocolli operativi e la tecnologia abilitante per la cura del paziente sia assolutamente necessaria per fornire servizi sempre più qualificati. 

Per prima cosa”, dichiara Gabriele Zanon Amministratore Delegato di Be4 Innovation, “l’odontoiatra deve saper fare il suo lavoro, la professione per la quale ha studiato, senza dimenticare che si tratta pur sempre di impresa. Oggi, tra gli studi c’è una iper-competizione e, in questo quadro, sono necessari alcuni cambiamenti fondamentali. In primo luogo, nella relazione con il cliente-paziente: occorre, infatti, capire quali sono i mercati emergenti, vale a dire le nuove richieste dei pazienti, che vanno nella direzione, soprattutto, del wellness e del wellbeing. Ecco, allora, che gli odontoiatri devono diventare sempre più partner dei loro clienti, con un ruolo consulenziale a tutto tondo”.

“Per essere al passo con il paziente però, continua Zanon, “occorre investire e sviluppare digitalizzazione e informatizzazione dello studio. Le nuove tecnologie, con strumenti come il CRM, permettono di raccogliere e analizzare dati sui pazienti e sul funzionamento dello studio, danno indicazioni su come strutturare al meglio la giornata lavorativa e permettono di rimodulare l’offerta verso una maggiore ottimizzazione e una migliore risposta al paziente”

Chiaramente BE4 Innovation è in grado di governare il processo di attivazione di tutte le iniziative applicabili per garantire l’ottenimento di tutte le agevolazioni messe a disposizione dalle istituzioni.

Infatti, la nuova formulazione del credito d’imposta del 2021 porta novità positive sul fronte della Formazione 4.0 sia per i professionisti che per i dipendenti di uno studio dentistico. Associando il beneficio fiscale del credito d’imposta con quello della deduzione ordinaria del costo e del risparmio contributivo, oggi è possibile ricevere formazione senza spendere soldi. Al contrario, con una formulazione corretta del progetto formativo è anche possibile trarre un vantaggio economico diretto. Oltre a ciò, attivando il Credito d’Imposta per l’acquisto dei Beni strumentali 4.0 è possibile ottenere il 50% di recupero sul totale del valore del bene.

Il Centro Brunelleschi 

Il Centro Brunelleschi nasce nel 2009 dall’allora innovativo progetto di Vitaldent, che introduceva in Italia il modello delle cliniche con vetrina su strada. Nel 2014 il Centro Brunelleschi si stacca del franchisor acquisendo una propria identità: oggi si occupa principalmente di implantologia e ortodonzia, con 2 implantologi e 2 specialisti in ortognatodonzia all’interno del team.

“Abbiamo costantemente in testa l’idea di rispondere a tutte le aspettative che il paziente può avere in termini di accoglienza, stile degli ambienti operativi, puntualità, qualità delle cure e dei servizi, post-terapia, follow-up periodici” – spiega la Dott.ssa Casiraghi. 

“Ci interroghiamo in continuazione su cosa può essere modificato e migliorato per incontrare le mutevoli esigenze della clientela. Da noi è raro che un protocollo di gestione della clientela rimanga invariato per più di 6 mesi. Ci fregiamo di essere etici e trasparenti. Da noi tutto è scritto ed è ispezionabile.” 

Il Centro Brunelleschi nasce già digitale, con ben due gestionali, uno per la parte clinica e l’altro per la parte amministrativa. Addio carta e penna: le cartelle cliniche sono scomparse già da anni, sostituite da quelle digitali che permettono di avere sempre, immediatamente sottomano la storia clinica del paziente da integrare con tutte le altre informazioni utili che arricchiscono la cartella individuale, dalle immagini radiografiche, ai codici di sterilizzazione, fino alle bolle di consegna della componentistica acquisita per un determinato caso. Tutto è integrato e tracciabile nella cartella del paziente, digitale.

“Da sempre sono convinta che aprirsi alla trasformazione tecnologica sia importante. 

 La tecnologia accelera i processi e quando non li porta ad errore zero, riduce moltissimo il margine all’interno del quale l’errore si può annidare. Il problema della tecnologia, per me, è che costa troppo per i tempi di ammortamento che ha. Andrebbe sostituita in continuazione perché software e hardware evolvono molto rapidamente. In questo trova ragione la partnership con Be4 Innovation, che mette sul tavolo le opportunità normative che permettono di non smettere di investire.”

Be4 Innovation ha affiancato il Centro Brunelleschi in numerose attività, a partire dai più routinari crediti d’imposta sugli investimenti certificabili come 4.0 fino ai progetti di  formazione. 

“Con Be4 Innovation stiamo lavorando benissimo in termini di formazione e aggiornamento delle competenze, che è un aspetto che abbiamo sempre curato molto. Per me la formazione non costa mai. E’ concime che fa crescere i semi che sonnecchiano nell’humus delle persone. E’ incredibile scoprire quante possano essere le risorse individuali se si lascia loro la possibilità di esprimersi.

I membri del nostro staff devono annualmente seguire qualche corso di formazione, ma a volte non è detto che sia necessariamente inerente alle loro specifiche mansioni. Ma esporsi a temi anche nuovi e diversi aiuta ad ampliare le proprie capacità di problem solving. Abbiamo un gruppo fortissimo che come dico sempre io “chiude i cerchi” senza quasi che lo si debba dire.”

La Dott.ssa ha le idee chiare sui progetti futuri del Centro Brunelleschi: diventare il centro di riferimento per Torino e Provincia per quanto attiene l’implantologia e l’ortodonzia. 

Il Centro Medico Lombardo 

Il Centro Medico Lombardo di Milano nasce dalla volontà del suo fondatore, il dottor Marco De Angelis, marito di Barbara Della Fiore, di aprire più studi dopo aver iniziato la sua attività come odontoiatra in un piccolo studio di Garlasco. Oggi il Centro Medico Lombardo gestisce sei cliniche dentali nel raggio di 40 km da Milano, di cui due sono anche cliniche polispecialistiche. 

Si tratta di una realtà che vuole mettere al centro delle cure il paziente fornendo prestazioni di alto livello con materiali e tecnologie di altissima qualità a prezzo accessibile. 

Quali innovazioni 4.0 avete introdotto nel vostro Centro? “La digitalizzazione nel settore dentale negli ultimi anni ha fatto passi da gigante” – ci racconta la Dott.ssa Della Fiore – “sia all’interno della pratica clinica che all’interno dei flussi di lavoro gestionali/organizzativi/amministrativi. Siamo passati dall’impronta tradizionale a quella ottica fatta con telecamere intraorali. La creazione di denti non avviene più a mano ma progettati con software CAD e realizzati in automatico con macchine che fresano materiali differenti. I gestionali che prima si occupavano solo di calendarizzare le prenotazioni dei pazienti ora fanno da supporto per tutti gli aspetti del flusso di lavoro interno tra cui la fatturazione, la preventivazione, la gestione degli esami radiografici, le comunicazioni con i pazienti.”

È determinante oggi aprirsi all’innovazione per ottimizzare il lavoro e innalzare la qualità delle cure, solo così i Centri odontoiatrici potranno rimanere competitivi. 

Be4 Innovation ha supportato il Centro Medico Lombardo nella stesura del progetto formativo 4.0, nella presentazione delle domande e nella rendicontazione; abbiamo presentato domanda anche per il Fondo Nuove Competenze ANPAL, ottenendo fondi preziosi per la formazione del personale. Essendo il settore dentale in continua evoluzione, la formazione risulta fondamentale a tutti i livelli della società. L’azienda investe molto in formazione non soltanto per i nuovi assunti ma anche per il personale esistente. 

Inoltre, il Centro Medico ha richiesto supporto per ottenere alcuni benefici contributivi.

Il Centro guarda già al futuro: l’obiettivo è aprire nuove cliniche replicando il modello di qualità e rispetto per il paziente che ad oggi è ciò che lo contraddistingue.