Bonus Formazione 4.0: cos’è e chi può usufruirne

Ne parliamo oggi con Rita Pierandrea, co-fondatrice di Be4 Innovation. 

La Legge di Bilancio ha prorogato ulteriormente l’agevolazione per le imprese che investono sul capitale umano per lo sviluppo dell’industria 4.0. Cominciamo dal principio: cos’è il Bonus Formazione 4.0? 

Il Bonus formazione 4.0 è un credito d’imposta fino al 50% sulle spese sostenute dalle aziende per la formazione dei dipendenti, sulle tecnologie rilevanti per la trasformazione tecnologica e digitale, usufruibile in compensazione F24 in maniera automatica, salvo i dovuti adempimenti. 

Si tratta di un’agevolazione a corollario di quelle previste dal “Piano nazionale Impresa 4.0”, che nasce per finanziare le spese sostenute dalle imprese, principalmente per la formazione dei dipendenti sui nuovi macchinari/software 4.0, ma anche per la diffusione della cultura dell’innovazione sulle tecnologie rilevanti. 

Come affermato dal Mise, l’obiettivo è: 

Stimolare gli investimenti delle imprese nella formazione del personale nelle materie aventi a oggetto le tecnologie rilevanti per il processo di trasformazione tecnologica e digitale delle imprese previsto dal “Piano Transizione 4.0”, cosiddette “tecnologie abilitanti”.

Quali sono le principali novità introdotte dalla Finanziaria 2020? 

Le principali novità non riguardano i contenuti della formazione, che restano sempre gli stessi, ma si rileva certamente la volontà di semplificare gli adempimenti (è stato eliminato l’obbligo di disciplinare lo svolgimento delle attività di formazione attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali) per incoraggiare l’utilizzo di questa forma di agevolazione sconosciuta a molti imprenditori che hanno investito e continuano ad investire nella 4.0. A proposito di novità, si evidenzia un credito d’imposta aumentato su specifici casio ridotto come ad esempio è accaduto per le spese di formazione delle medie imprese per via dell’abbassamento dei limiti massimi annuali.

Come viene attribuito il credito d’imposta? 

Per le spese sostenute successivamente al 31 dicembre 2019, il credito di imposta viene attribuito in questo modo:

·       Piccole imprese: 50% delle spese sostenute e nel limite massimo annuale di 300.000 euro.

·       Medie imprese: 40% delle spese sostenute e nel limite massimo annuale di 250.000 euro.

·       Grandi imprese: 30% delle spese sostenute e nel limite massimo annuale di 250.000 euro.

Il Credito d’Imposta aumenta al 60% per tutte le imprese, lasciando invariato il limite massimo annuale, se a fruire della formazione sono lavoratori dipendenti appartenenti a categoria svantaggiate o ultra svantaggiate.

Quali sono le spese ammissibili? 

Il credito d’imposta del 30%, 40% o 50% è riconosciuto sulle le spese sostenute per la formazione del personale dipendente nelle materie caratterizzanti il piano Industria 4.0, ovvero:

  • big data e analisi dei dati,
  • cloud,
  • fog computing,
  • cyber security,
  • sistemi cyber-fisici,
  • prototipazione rapida,
  • sistemi di visualizzazione e realtà aumentata,
  • robotica avanzata e collaborativa,
  • interfaccia uomo macchina,
  • manifattura additiva,
  • internet delle cose e delle macchine,
  • integrazione digitale dei processi aziendali.

Sono escluse dal beneficio le attività di formazione, ordinaria o periodica, organizzata dall’impresa per conformarsi alle norme in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro e di protezione dell’ambiente o ad altre norme obbligatorie in materia di formazione.

Chi può usufruire del Bonus Formazione 4.0? 

La norma prevede che l’agevolazione spetti a tutte le imprese indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico e dal regime contabile adottato (sono esclusi i lavoratori autonomi)

Non sono ammesse al beneficio, oltre che le imprese in difficoltà come definite dall’art. 2, punto 18, del regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014 anche le imprese:

  • destinatarie di sanzioni interdittive ai sensi dell’art. 9, co. 2 del D.Lgs 231/2001;
  • che non risultino in regola con le normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro;
  • che non risultino in regola con gli obblighi di versamento dei contributi previdenziali e assistenziali a favore dei lavoratori.

Ulteriore novità introdotta dalla Legge di Bilancio 2020 è la previsione che nel caso in cui le attività di formazione siano erogate da soggetti esterni all’impresa si considerano ammissibili al credito d’imposta anche le attività commissionate agli Istituti Tecnici Superiori.

Come si accede al Bonus? 

In modo automatico con compensazione del credito in F24 a decorrere dal periodo d’imposta successivo all’anno in cui sono state sostenute le spese, salvo i necessari adempimenti, che prevedono una corretta rendicontazione, un’attenta verifica dei requisiti, la certificazione di un revisore legale dei costi e le dovute comunicazioni telematiche. Per questo le imprese devono sempre farsi affiancare in questi percorsi da personale qualificato per affrontare in tutta tranquillità l’intero processo che porta poi alla maturazione del credito ed al suo utilizzo.  

È possibile richiedere il Bonus Formazione 4.0 anche per i corsi online?

Certo! Il bonus formazione 4.0 spetta anche per le spese sostenute in merito a corsi online in formula di e-learning.

In questo caso il MISE ha chiarito che sarà necessario rispettare una serie di regole perché queste risultino agevolabili.

Bisogna, innanzitutto controllare la presenza alle attività del personale dipendente e mettere in atto strumenti di controllo idonei ad assicurare l’effettiva e continua partecipazione del personale impegnato nelle attività formative.

I corsi devono essere interattivi e prevedere dei momenti di verifica che rispondano ai seguenti requisiti:

  • devono essere almeno quattro per ogni ora;
  • devono essere strutturati su quesiti a risposta multipla;
  • devono essere proposti a intervalli irregolari e non prevedibili dall’utente.

Anche al termine del corso online i partecipanti devono affrontare e superare una prova di verifica rispondendo correttamente alla metà delle domande proposte.

Come si misura l’efficienza di queste agevolazioni sul lungo termine? 

L’efficienza di questa agevolazione la possiamo misurare con i nostri occhi tutte le volte che visitiamo aziende che continuano ad investire nell’innovazione tecnologica ed in cui i dipendenti ci raccontano con entusiasmo il loro nuovo modo di lavorare. Ci sono ragazzi e ci sono uomini d’esperienza che mettono a fattor comune le loro competenze 4.0 per crescere al passo con i tempi. La formazione rende curiosi e crea interesse in tutte le fasce d’età e questo è il sogno di ogni imprenditore investire nei giovani e tramandare l’esperienza dei dipendenti che fino ad oggi hanno fatto l’azienda. Formazione ed innovazione vanno di pari passo, attualmente le aziende di successo hanno fatto tantissima formazione, soprattutto on the job, e ne raccolgono ogni giorno i risultati con un’importante incremento del fatturato e recupero dei relativi costi grazie alle agevolazioni della formazione 4.0.  

Quali consigli daresti a un’azienda che ha subito un forte arresto negli ultimi mesi? 

Consiglio di investire nella digitalizzazione e nell’innovazione e di non avere paura del cambiamento. Le aziende più tecnologiche, nonostante le gravi difficoltà connesse ai contagi dovuti al Covid 19, hanno continuato a lavorare in tutta sicurezza a pieno regime.

Blended Learning, come rivoluzionare la formazione aziendale

La formazione aziendale non sarà mai più la stessa, ora che questo periodo ha spinto tutte le aziende e i collaboratori verso un uso più ampio della tecnologia. Proprio per questo è necessario accelerare la digital transformation e l’acquisizione delle competenze digitali e delle soft skill da parte dei dipendenti.  

La risposta a queste esigenze in ambito formativo è il blended learning, un approccio alla formazione che si basa sull’utilizzo di diverse metodologie, strumenti e linguaggi integrati fra loro. 

L’approccio blended era già un trend crescente che l’emergenza sanitaria ha accelerato.

Quali sono i vantaggi del Blended Learning?

  • L’abbattimento radicale dei tempi e dei costi. Rispetto alla formazione tradizionale il tempo diventa più breve e di maggiore qualità, approfondendo le tematiche più complesse e condividendo esperienze, sensazioni e paure;
  • La capacità di aumentare il grado di coinvolgimento e di interazione, l’apprendimento collaborativo e, di conseguenza, l’efficacia. 
  • La flessibilità e personalizzazione dei programmi in base all’età, al livello di digitalizzazione e allo stile di apprendimento del target. Un programma id blended learning permette di trovare e realizzare il giusto equilibrio, anche in gruppi molto eterogenei.
  • È divertente. La formazione non deve essere per forza noiosa. Tecniche come la gamification rivoluzionano la formazione e il concetto di apprendimento.

La logica dietro questo approccio, nonché la sua potenza, sta nel concepire la formazione non come un momento ma come un processo continuo. 

Quali sono le combinazioni possibili? 

Tantissime. Abbiamo già detto che la peculiarità del blended learning è legata alla combinazione di elementi differenti. La buona riuscita del percorso è data dalla bravura del progettista/formatore nel trovare il giusto mix di insegnamento. 

La modalità più diffusa è quella che unisce l’apprendimento online (webinar e video-lezioni) e quello offline, in aula o in azienda. A questa potremmo aggiungere anche una modalità di apprendimento più informale, utilizzando i social network o la gamification, con piattaforme dedicate alla formazione aziendale e l’autoapprendimento.

BE4 propone un percorso di Blended Learning che fornisce soluzioni educative innovative attraverso un efficace mix di insegnamento in presenza e a distanza per insegnanti, formatori e studenti. 

Se vuoi saperne di più scrivi a info@be4innovation.it

Ripartire con la digitalizzazione delle imprese

Nel 2019 il mercato dell’Industria 4.0 è cresciuto del 22% a sfiorare i 4 miliardi di valore, e oggi come non mai, in tempi di Covid-19, la digitalizzazione delle imprese è chiamata ad avere un ruolo fondamentale nel consentire la ripartenza economica. Ma nonostante l’ottimo risultato e le prospettive di una tendenza in una certa direzione, non mancano le perplessità: intanto sulle scelte del Governo, che per ora ha dato continuità al piano lanciato 4 anni fa dal precedente esecutivo, e poi sulle imprese che sono ancora molto disorganizzate nella gestione dei loro progetti di innovazione. E’ questo il quadro che emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, presentata al convegno online “Digital New Normal: essere 4.0 ai tempi del Covid

Il digitale al centro delle strategie aziendali

Trascorsi quasi tre mesi dalla dichiarazione di isolamento nazionale, ci stiamo iniziando ad accorgere della sfida epocale che abbiamo davanti in termini di innovazione digitale. 

Stiamo assistendo al più grande tentativo di trasformazione digitale del nostro Paese. Un tentativo forzato, innaturale. Ma se è vero che almeno per un po’ dovremo abituarci a una nuova normalità e che l’innovazione digitale sarà una colonna portante di questa normalità, dobbiamo sbloccare quanto prima un freno storico: l’assenza di competenze digitali

Sarà necessario:

  • accrescere il grado di maturità digitale, ancora troppo basso;
  • innalzare il livello di competenze, drammaticamente basso, che ci pone ai margini delle classifiche internazionali;
  • mettere il digitale al centro delle strategie aziendali, in un sapiente mix di processi, organizzazione e tecnologia. 

È uno sforzo da compiere, perché l’antifragilità e la resilienza delle catene globali del valore si rafforzano con l’apporto del digitale. 

Gabbiotti recintati e postazioni remotizzate, realtà aumentata, Iot: gli strumenti per il grande balzo digitale anche in fabbrica ci sono. 

Le catene globali di valore sicuramente si accorceranno e con l’apporto delle tecnologie si creeranno filiere digitali

Per questo servono le aggregazioni, perché il tessuto industriale italiano, benché se ne parli da almeno un decennio, resta troppo frammentato e poco diversificato sull’export per competere. 

La digitalizzazione delle informazioni (produzione, immagazzinamento e condivisione dei dati), lungo l’intera catena del valore, potrà dare sicuri vantaggi a quelle imprese in grado di ripensare alla propria strategia con filiere a lunghezza variabile, gestite in maniera più smart con il supporto del digitale.

Le tecnologie digitali possono intervenire nell’individuazione dei nodi deboli e viceversa dei nodi forti, apportando vantaggi: ingegnerizzando nuovi servizi; imparando a fare sistema attraverso aggregazioni; essere più strutturati a competere in Italia e all’estero; aumentare la trasparenza e la visibilità lungo la catena a monte e a valle; gestire il portafoglio prodotti considerando la safety come un parametro valutativo in più; individuare percorsi di logistica alternativi e più attenti all’impatto ambientale; riorientare la supply chain, eliminando le ridondanze e andando verso fornitori più sicuri e affidabili; configurare in maniera flessibile, con costi noti, i diversi nodi delle catene.

In un periodo di probabile recessione come quello verso cui andiamo incontro nei prossimi mesi, in cui le stime vedono un Pil in caduta e una disoccupazione dilagante, le variabili su cui non ridurre gli investimenti sono essenzialmente due: 

  • la rivoluzione digitale che permette di mantenere attivi e profittevoli anche settori tradizionalmente non basati sull’information Technology;
  • l’attenzione alle persone, attraverso l’ascolto, il coinvolgimento e la creazione di condizioni lavorative, tecnologicamente avanzate, che permettano loro di contribuire alla produttività, nonché di continuare a dimostrare e sviluppare il loro potenziale innovativo.

La prova di una rapida diffusione del digitale nell’economia e il suo già evidente impatto sui mercati del lavoro mostrano quanto il governo e le aziende debbano agire per tenere il passo con questi cambiamenti. 

Il governo è consapevole, in vista della presidenza italiana nel 2021 del G20, di dover accelerare verso modelli di business digitali e innovativi nello svolgimento della produzione e della cooperazione commerciale internazionale con l’obiettivo di rafforzare la resilienza delle imprese, con particolare riferimento alle Pmi.

Lavoro da remoto: il cambiamento è alle porte

E’ palese che qualcosa stia cambiando nel modo di affrontare il lavoro. Nel periodo di lockdown da Coronavirus, il 55% delle aziende ha adottato la modalità remote working, come sottolinea il sondaggio lanciato da Capterra che ha coinvolto 3.108 dipendenti di piccole e medie imprese che hanno lavorato in remoto e a tempo pieno durante la quarantena, in Spagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito. I partecipanti provengono da svariati settori commerciali e rappresentano diversi livelli di anzianità.

Il seguente grafico riporta i tre principali insight legati alla percezione del lavoro da remoto da parte dei dipendenti delle aziende europee. Il riscontro sembra essere molto positivo e rafforza un trend già in atto: già a fine 2019, Gartner aveva predetto che entro il 2030 sarebbe aumentata di almeno il 30% la domanda di remote working a livello globale, in quanto modalità di lavoro preferita dalla Generazione Z. Adesso, complice il lokdown, sta cominciando una nuova fase che richiederà un cambio di mentalità e una maggiore flessibilità tanto a livello europeo quanto a livello italiano.

Le linee guida per il lavoro da remoto

Gli analisti di Capterra hanno chiesto alle aziende coinvolte nel sondaggio quali linee guide hanno inviato ai dipendenti per organizzare al meglio il remote working. Sono emersi i seguenti dati:

  • il 36% ha dato direttive sui meeting che avrebbero dovuto tenere a distanza;
  • il 35% ha dato specifiche informazioni su come gestire le ore lavorative. Infatti, lavorando da casa aumenta il rischio di non organizzare al meglio il tempo o di fare delle ore in più;
  • il 34% ha dato delle linee guida generali su come gestire la comunicazione da remoto, ma come vedremo ci sono state diverse lacune e difficoltà, sottolineate dai dipendenti;
  • il 30% si è concentrato sul regolare l’utilizzo di device personali per questioni lavorative.

5 vantaggi e 5 sfide per il remote working a livello europeo

I paesi che hanno amato di più lavorare da casa sono stati la Spagna (80%) e l’Italia (75%), mentre la percentuale è più bassa in paesi come la Gran Bretagna (68%) e l’Olanda (62%). Questa differenza molto probabilmente è dovuta al fatto che nei paesi del mediterraneo il lavoro da remoto finora era ancora poco diffuso, quindi i vantaggi portati dalla quarantena forzata sicuramente si sono fatti sentire di più.

I vantaggi principali? Vanno dall’assenza di spostamenti per recarsi in ufficio, con un conseguente risparmio di tempo normalmente impiegato in coda nel traffico, cosa che incide su umore e livelli di stress del lavoratore, a una maggiore produttività.

Le sfide invece riguardano aspetti più tecnici e di relazione, con i colleghi e con i clienti.

Consigli per la produttività e la comunicazione

Sulla base dei dati analizzati, emerge quindi che per le PMI italiane ottenere un buon livello di comunicazione e mantenere la concentrazione e il giusto livello di produttività sono due priorità a cui dare seguito, soprattutto se il lavoro da remoto verrà sempre più non solo utilizzato ma anche richiesto. Ecco alcuni dei consigli forniti da Brian Kropp (Vice-President di Gartner dell’area di ricerca) per aiutare i dipendenti a migliorare la produttività e la comunicazione per il remote working:

1. Fornire gli strumenti giusti ai dipendenti

I dipendenti delle PMI devono poter utilizzare la tecnologia di cui hanno bisogno per fare al meglio il proprio lavoro. Da una precedente analisi di Capterra Italia sul livello di digitalizzazione delle imprese pre-Covid, era già emerso che il 75% dei dipendenti riscontrava un reale beneficio nel proprio lavoro dall’utilizzo dei software. Vista l’evoluzione portata dalla pandemia questo numero probabilmente potrebbe salire ulteriormente.

2. Focalizzarsi sui risultati piuttosto che sui processi

Una maggiore flessibilità e l’introduzione del lavoro da casa in modo più strutturato porterà a dover cambiare mentalità: bisogna lasciarsi alle spalle la vecchia logica del controllo legata fortemente al fatto di vedere fisicamente i dipendenti mentre lavorano. Il datore di lavoro e responsabili devono iniziare a focalizzarsi sui risultati effettivi del dipendente, definendo obiettivi precisi per avere una visione chiara delle responsabilità e monitorare meglio gli effettivi livelli di produttività. È necessario quindi focalizzarsi sul lavoro portato a termine, non sulle ore lavorate in una giornata.

3. Comunicare bidirezionalmente

Oltre a facilitare la comunicazione fra i dipendenti e fra datore di lavoro/manager e dipendenti, c’è un’altra grande sfida da affrontare: instaurare un dialogo reciproco fra manager e dipendenti. Da un lato, i dipendenti devono comprendere le decisioni e i bisogni aziendali e dall’altro il management deve comprendere le sfide, i desideri e le preoccupazioni dei dipendenti.

Infine, per migliorare la comunicazione con il proprio team, soprattutto se si lavora da remoto, è consigliato:

1. Programmare riunioni di aggiornamento

I meeting possono avere cadenza giornaliera o settimanale, a seconda delle esigenze del singolo gruppo di lavoro. Tanto da remoto quanto in ufficio, organizzare meeting di aggiornamento aiuta a tenere informati tutti i dipendenti sullo stato di avanzamento dei lavori e su eventuali cambiamenti.

2. Programmare sessioni di brainstorming

In tempi di grandi cambiamenti le nuove idee possono fare la differenza nel successo di un business. I dipendenti si sentiranno più coinvolti se potranno esserne parte attiva e se potranno condividere le loro idee, quindi è ideale pianificare sessioni fisse (una o due volte al mese) di brainstorming per confrontarsi con i propri dipendenti.

3. Scegliere lo strumento adeguato

Per ogni tipo di comunicazione serve la modalità adeguata, si deve quindi comprendere cosa si deve comunicare per decidere con quale strumento comunicarla (telefono, chat aziendale, email, ecc.). In alcuni casi, se si vuol adottare un approccio integrato e strutturale serve acquistare un software adeguato e per farlo bisogna stare bene attenti a quale esigenza bisogna risolvere e cosa potrebbe risolverla. 

A questo punto lo smart working potrebbe diventare un modello continuativo che sull’esperienza maturata in questo periodo potrebbe portare soltanto enormi vantaggi.

I vantaggi dello Smart Working per i lavoratori

  • Creazione di un rapporto fiduciario con il proprio manager e con i colleghi;
  • Maggior consapevolezza del proprio lavoro e dei propri obiettivi e opportunità di crescita professionale e personale;
  • Maggior flessibilità a lavoro sia in termini di orari (non esiste più l’8–17 e timbro del cartellino) sia in termini di spazi (lavoro da coworking, da casa, da parco, da filiale, da qualsiasi posto, garantendo la sicurezza dei dati);
  • Possibilità di lavorare in un ambiente dinamico, trasparente, innovativo e collaborativo;
  • Possibilità di gestire meglio il proprio tempo e migliorare l’equilibrio vita lavorativa – vita personale;
  • Aumento produttività: più serenità a lavoro significa più produttività.

I vantaggi dello Smart Working per le aziende

  • Riduzione dei costi. Riorganizzando gli spazi ed inserendo politiche di desk sharing, ambienti comuni, silent room, per andare incontro alla mobilità e flessibilità del lavoro, gli uffici si riducono, come i costi collegati. La riduzione dei costi è anche legata all’ottimizzazione dei processi (riduzione tempistiche, anomalie, rischi) e all’utilizzo di tecnologie collaborative che migliorano gli standard di lavoro.
  • Aumento brand awareness: un’azienda che adotta politiche di Smart Working, si distingue sul mercato ed è più attrattiva: per clienti, come per partner e – soprattutto – per futuri dipendenti. Si è più appetibili sul mercato e ci sono meno difficoltà nella ricerca di talenti.
  • Aumento produttività: lavoratore più produttivo significa team più produttivo, che a sua volta significa organizzazione più produttiva.
  • Possibilità di avere un ambiente di lavoro coeso, trasparente, collaborativo (perché il lavoratore è ingaggiato e coinvolto. Come già citato sopra nei vantaggi del lavoratore), che genera continuamente idee e le sperimenta internamente, per migliorare processi o offerta ai clienti.

Servono competenze e formazione per far crescere le PMI

Le competenze e i ruoli necessari all’interno dei processi tecnologici nelle PMI italiane sono spesso troppo frazionati o quasi inesistenti. Quasi la metà (44%) delle aziende medio piccole italiane, infatti, affida il presidio delle aree ICT e Digital al Responsabile IT il quale, nella maggioranza dei casi, è impiegato a gestire attività non innovative, ma di manutenzione ordinaria dei sistemi informatici. Solo il 20% delle PMI infatti dichiara di avere in organico un Innovation Manager che porti avanti progetti legati a percorsi di innovazione sui prodotti o su interi processi aziendali.

Vi sono poi quelle aziende (18%) che non riescono a coordinare in maniera centralizzata i progetti innovativi, ma affidano a responsabili di singole aree gli ambiti specifici (come un responsabile della sicurezza informatica, un eCommerce Manager, un Data Scientist).

Molte aziende, inoltre, ricorrono all’outsourcing, cercando all’esterno servizi e opportunità strategici in termini di competitività, come ad esempio l’e-commerce, il CRM, le piattaforme web. A frenare gli investimenti sulle risorse interne sono le difficoltà di acquisire competenze specifiche in azienda e i costi legati all’aggiornamento e alla formazione delle risorse dedicate.

Proprio la formazione sulle tematiche digitali è un altro punto su cui le PMI italiane fanno ancora troppo poco. La maggior parte di esse riserva al singolo la facoltà di formarsi su questi temi.

Le previsioni di investimento in processi digitali nel 2020 parlano di stagnazione e in alcuni casi anche di contrazione rispetto all’anno appena trascorso, confermando una visione di sviluppo in ottica 4.0 ancora troppo timida.

Tra i fattori che possono spiegare questo andamento vi è una visione imprenditoriale più attenta al breve che al medio lungo termine, oltre alla presenza di alcuni elementi di freno, come i costi di acquisto dei servizi digitali. La ricerca ha infatti rilevato come tali spese siano percepite come troppo elevate dal 27% degli intervistati. Altri fattori identificati come rilevanti sono la mancanza di competenze e di cultura digitale nell’organizzazione (24%) e lo scarso supporto da parte delle istituzioni (11%).

Si riscontra anche una scarsa conoscenza, da parte di chi guida le PMI italiane, degli incentivi messi in campo dal Governo, e si è rilevato che ad esempio il 68% degli imprenditori non è aggiornato sui voucher consulenza in innovazione promossi dal MISE.

Il compito di Be4 Innovation è proprio questo. Mettere in luce le possibilità al servizio delle PMI italiane e accompagnarle nel cammino dell’innovazione. Il supporto tecnico, amministrativo ed economico permette alle aziende di cogliere tempestivamente le occasioni offerte e beneficiare degli incentivi, per crescere in maniera costante e sostenibile. 

Industria 4.0 ai tempi del Coronavirus

I virus rappresentano un serio rischio sia per l’umanità che per il mondo digitale. L’epidemia di COVID-19 sta mettendo a dura prova tutta l’economia mondiale in generale e quella italiana in particolare. Com’è noto, l’unico mezzo per evitare un’ulteriore diffusione del contagio è quello di ridurre al minimo i contatti fisici con altre persone. Di qui le ordinanze di quarantena che hanno bloccato prima gran parte della Cina e ora la maggior parte dei paesi industriali, tra cui purtroppo primeggia l’Italia.

Per continuare a gestire in qualche modo le attività delle aziende, l’unica alternativa è costituita dal cosiddetto Smart Working (lavoro agile), una versione più moderna del lavoro a domicilio, che si basa sull’utilizzo di vari strumenti come PC, tablet e smartphone in grado di comunicare in rete in modo più o meno interattivo.

Mentre il puro scambio di dati è alla portata di tutti, utilizzando strumenti come e-mail, file transfer (FTP, We Transfer), messaggistica (WhatsApp), Social Network, condivisione di file in cloud (Microsoft OneDrive, Google Drive, Dropbox, etc), videochiamate e videoconferenza a livello base (Skype, Google Hangouts), l’utilizzo di piattaforme di collaborazione più avanzate, come MS Teams, WebEx, Goggle Hagouts Meets e Zoom (il più scaricato in questo periodo secondo Forbes) è più complesso poiché richiede un impegno organizzativo, un coordinamento da parte delle aziende e un minimo di formazione degli utenti.

Un altro limite è costituito dai problemi di sicurezza. Infatti, non è semplicissimo per personale digiuno di informatica destreggiarsi tra VPN, Firewall e sistemi di CyberSecurity.

Ancora più complesso è il governo dei sistemi produttivi. Premesso che ovviamente le fabbriche richiedono comunque una presenza umana per gestire le macchine e movimentare le materie prime e i prodotti finiti, le tecnologie abilitanti di Industria 4.0 forniscono un importantissimo contributo per rendere possibile il funzionamento delle fabbriche e della logistica con un minimo di personale.

Macchinari Intelligenti. I macchinari e gli impianti “4.0” sono dotati di PLC e PC industriali e sono programmati da potenti sistemi CAD e CAM. Questo rende possibile convertire velocemente la produzione, per esempio per produrre mascherine filtranti o parti di strumenti medicali, mentre i sistemi di tele-monitoraggio e tele-manutenzione consentono di controllarli a distanza, utilizzando programmi come Team Viewer, minimizzando quindi il numero di operatori presenti in fabbrica.

Robotica. I robot permettono di svolgere moltissime azioni in modo automatico o controllato a distanza dagli operatori nel campo della produzione e della logistica, ma anche operazioni di pulizia, sanificazione, movimentazione e vigilanza.

IoT. L’elevato grado di connettività presente in molte fabbriche e impianti semplifica il funzionamento cooperativo, il controllo a distanza degli ambienti produttivi e la gestione degli allarmi.

Stampa 3D. È possibile realizzare velocemente parti di ricambio per sistemi medicali come pubblicato dal Corriere della Sera nell’articolo “Coronavirus, mancano le valvole per i respiratori: ingegnere ne dona 100 prodotte con la stampa 3D”  e da StartupItalia nell’articolo “Coronavirus, le valvole salvavita stampate in 3D (in 6 ore)“. Ed è possibile modificare prodotti esistenti per utilizzarli nella lotta al virus come pubblicato da Rai News nell’articolo “Coronavirus. Maschere da snorkeling diventano ventilatori ospedalieri grazie alla stampa 3D”, o creare nuovi prodotti in tempi ridottissimi come pubblicato da 3D printing “Coronavirus: Wasp stampa in 3D mascherine e caschi da lavoro“, integrando la creatività e l’abilità artigianale italiana con la flessibilità della produzione additiva. Anche la Commissione Europea ha chiesto aiuto agli operatori della stampa 3D come pubblicato da “Polimerica“.

Realtà Aumentata – I sistemi di AR, consentono di utilizzare in tempo reale le competenze di esperti che possono trovarsi ovunque, anche in quarantena, per supportare il personale presente in sede.

Quindi possiamo affermare con certezza che le tecnologie Industria 4.0 abilitano il paradigma della fabbrica sostenibile, iper-connessa, agile, flessibile, resiliente, affidabile e che in questo periodo di criticità, possono essere un valido sostegno nella gestione di alcune delle difficoltà che le aziende si trovano ad affrontare. 

Nello specifico, richiamiamo l’attenzione su quanto già presente a favore dell’adozione di tecnologie che consentono di controllare e gestire i processi aziendali da remoto.

La Legge di bilancio 2020 ha introdotto un nuovo credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali riportati agli Allegati A e B della L. 232/2016, in sostituzione delle precedenti misure agevolative note come “super ammortamento” e “iper ammortamento”. In particolare, alcune categorie agevolate di beni immateriali “Industria 4.0” possono risultare particolarmente utili nel presente contesto, quali ad esempio i software, sistemi, piattaforme e applicazioni per la gestione e il coordinamento della produzione con elevate caratteristiche di integrazione delle attività di servizio, come la logistica di fabbrica e la manutenzione (sistemi di comunicazione intra-fabbrica, bus di campo/fieldbus, sistemi SCADA, sistemi MES, sistemi CMMS, soluzioni innovative con caratteristiche riconducibili ai paradigmi dell’IoT e/o del cloud computing).

Il 4.0 piace anche alle piccole imprese: il 34% ha usato gli incentivi

La digitalizzazione dell’industria non è una trasformazione per pochi eletti. Anche le piccole e medie imprese, con tutte le difficoltà del caso, si sono messe in marcia e ora un’indagine svolta dal Ministero dello Sviluppo Economico parla di una prima inversione di tendenza: quasi una su tre utilizza tecnologie 4.0 o ha in programma di farlo. In particolare, il 17,7% delle imprese che hanno tra 10 e 49 addetti già impiega sistemi che vanno dall’internet of things alla robotica, fino alla manifattura additiva al cloud. Il 9,4% ha intenzione di adottarli a breve. Un altro 1,2% è invece già dentro il paradigma 4.0 come produttore.

Il risveglio delle imprese fino a 50 dipendenti

Il picco naturalmente si registra oltre i 50 dipendenti: 32,2% di utilizzatori fino a 249 e 45,2% oltre i 250. Se poi si include nella valutazione tutto l’universo industriale, comprese le microimprese (1-9 addetti), meno sensibili alla svolta, il totale ovviamente si abbassa: 8,6% di «imprese 4.0». Ciò che appare chiaro però è il risveglio delle imprese tra 10 e 49 addetti. Anche l’Istat – nel suo recente rapporto sulla competitività dei settori produttivi – offre alcuni segnali interessanti, pur con la necessaria cautela.

Iperammortamento fiscale decisivo

Per oltre un terzo delle imprese con meno di 50 addetti (34,2%) l’iper ammortamento fiscale che incentiva l’acquisto di tecnologie 4.0 è stato rilevante per la scelta di investire, a fronte del 57,6% delle grandi. Le “piccole” hanno poi rappresentato il 68% delle imprese beneficiarie del credito di imposta per investimenti in ricerca e sviluppo, sempre più finalizzato alle trasformazioni digitali. Dall’altro lato però, per evitare trionfalismi prematuri, va ricordato che a fronte del 67% complessivo di imprese che nel 2017 ha dichiarato di aver effettuato nuovi investimenti, l’Istat stima che per le Pmi la quota si fermi ancora al 42%.

Lo scarto nella distribuzione territoriale

Non è irrilevante nemmeno la distribuzione territoriale. L’anticipazione dell’indagine segnala uno scarto significativo: 9,4% di diffusione al Centro Nord, 6,2% al Sud. Da uno studio del Laboratorio manifattura digitale dell’Università di Padova (vedi allegato) – condotto a campione sulle sole imprese manifatturiere di Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna – emergono dati ancora più chiari: in questo caso le imprese che adottano industria 4.0 salgono al 18,6% e tra queste sei su dieci sono micro piccole imprese.

«Competenze» ancora inadeguate

Gabriele Zanon, A.D. di BE4 Innovation, parla di una diffusione sempre maggiore pur in un quadro di «competenze» ancora inadeguate. «Il Governo ha disegnato strumenti semplici proprio a misura di piccole imprese – dice -: incentivi automatici di immediato utilizzo. E si iniziano a vedere i risultati: non è vero che Industria 4.0 è un programma per le grandi aziende». Poi però emerge netto il deficit di competenze, difficoltà principale per un quarto delle imprese che inizia a investire. «Certo, al di là delle dimensioni – aggiunge Zanon – conta anche la sensibilità all’innovazione del singolo imprenditore ed incide la presenza di competenze adeguate tra i dipendenti e gli stessi manager. Il Governo ha intrapreso un nuovo processo per sbloccare il credito di imposta per la formazione 4.0 e avviare i competence center per accelerare anche in questo campo».

Voucher digitalizzazione 2019: non perdere l’occasione!

Il Disegno di Legge di Bilancio 2019 prevede l’avvio di un nuovo incentivo per le imprese, novità inserita nel pacchetto di misure rientranti nel Piano Nazionale Industria 4.0.

Il contributo a fondo perduto, nella forma di voucher, potrà essere richiesto per l’acquisto di prestazioni consulenziali di natura specialistica finalizzate a sostenere i processi di trasformazione tecnologica e digitale attraverso le tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale Impresa 4.0 e di ammodernamento degli assetti gestionali e organizzativi dell’impresa, compreso l’accesso ai mercati finanziari e dei capitali.

Per ciascun periodo d’imposta, ovvero dal 2019 al 2020, l’importo del voucher per la digitalizzazione sarà pari al 50% o al 30% dei costi sostenuti, entro il limite di 40.000 euro o 25.000 euro.

L’importo dell’agevolazione sarà commisurato in base alle dimensioni dell’impresa richiedente:

  • alle micro, piccole e medie imprese sarà riconosciuto un contributo a fondo perduto pari al 50% delle spese sostenute fino al limite massimo di 40.000 euro;
  • alle medie imprese il contributo per la digitalizzazione riconosciuto sarà pari al 30% dei costi sostenuti ed entro il limite massimo di 25.000 euro.

Voucher digitalizzazione fino ad 80.000 euro per i contratti di rete

Ancora più corposo sarà il contributo riconosciuto nel caso di stipula di contratti di rete tra imprese, aventi come programma comune lo sviluppo di processi innovativi in materia di trasformazione tecnologica e digitale attraverso le tecnologie abilitanti previste dal Piano nazionale Impresa 4.0 e di organizzazione, pianificazione e gestione delle attività, compreso l’accesso ai mercati finanziari e dei capitali.

Sempre nel limite del 50% dei costi agevolabili, il limite massimo del voucher concesso salirà ad 80.000 euro.

L’emendamento alla Legge di Bilancio 2019 prevede inoltre che ai fini dell’erogazione dei contributi previsti sarà necessaria la sottoscrizione di un contratto di servizio di consulenza tra le imprese o le reti beneficiarie e le società di consulenza o i manager qualificati iscritti in un elenco istituito con apposito decreto del Ministro dello sviluppo economico, da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.

Sarà lo stesso decreto attuativo del MISE a dover stabilire i requisiti necessari per l’iscrizione nell’elenco delle società di consulenza e dei manager qualificati, nonché i criteri, le modalità e gli adempimenti formali per l’erogazione dei contributi e per l’eventuale riserva di una quota delle risorse da destinare prioritariamente alle micro e piccole imprese e alle reti d’impresa.

Dopo le elezioni: che fine farà Industria 4.0?

L’esito delle elezioni sta sollevando non poche preoccupazioni da parte di chi aveva apprezzato la politica industriale dei governi Renzi e Gentiloni, con particolare riferimento al piano Industria 4.0, poi Impresa 4.0. Che cosa possiamo aspettarci che accada nel nuovo scenario politico disegnato il 4 marzo dagli elettori italiani?

Industria 4.0, fine di un’era?

“È finita l’era di Industria 4.0?”. Con la fine dei governi di centrosinistra e l’avvento di un futuro governo di cui ancora non si conosce la formazione, ma che avrà verosimilmente una guida marcata Movimento 5 Stelle o Lega, la domanda è certamente legittima. La risposta va articolata su almeno tre livelli.

Innanzitutto il piano tecnologico. È banale, ma va detto: non saranno le elezioni italiane a determinare la fine della quarta rivoluzione industriale, che del resto non ha certamente matrici politiche. L’adozione di incentivi serve come acceleratore per l’adozione di tecnologie e la formazione di competenze. Il piano nazionale industria 4.0 – impresa 4.0 sta consentendo alle imprese italiane di “stare davanti”, guidare una rivoluzione che, altrimenti, si rischierebbe di vivere nelle retrovie, senza sfruttare appieno il vantaggio degli “early adopter”, che spesso si tramuta in maggiore competitività sui mercati internazionali.

Gli incentivi automatici

Secondo, il piano tecnico. Dal punto di vista degli incentivi, il piano nazionale Industria 4.0 si basa sulla convinzione di fondo di Carlo Calenda e del suo staff che gli incentivi a bando non siano efficaci. Per questo la stragrande maggioranza delle misure adottate prevede la concessione di incentivi automatici. Super e iperammortamento, così come il credito d’imposta in ricerca e sviluppo o quello previsto dalla nuova Sabatini, ma anche il più recente bonus per la formazione 4.0, sono tutti incentivi ai quali possono accedere tutti quelli che soddisfano i requisiti previsti, nella maggior parte dei casi con una semplice autocertificazione e passando la documentazione al commercialista. Questa è, se vogliamo, la parte più rivoluzionaria del piano di incentivi made in Italy. E, benché l’idea degli incentivi automatici non abbia colore politico, non è detto che il futuro Ministro dello Sviluppo Economico abbia le stesse idee.

Marcare la discontinuità

Terzo, il livello più propriamente politico. Il piano nazionale industria 4.0 nasce innanzitutto dalla necessità di permettere al sistema manifatturiero italiano di ammodernare un parco macchine vetusto, favorendo, laddove vi fosse già un buon livello di maturità tecnologica, l’adozione delle tecnologie abilitanti per la digital transformation. Un piano, insomma, che risponde a una precisa esigenza posta dal mondo delle imprese.

Come però abbiamo avuto modo di vedere nella nostra rassegna pre-elettorale, gli schieramenti in campo, coalizione di centrosinistra a parte, non hanno previsto nei loro programmi misure che in qualche modo potessero inserirsi in continuità con quanto fatto negli ultimi anni. Il che da una parte è dovuto a una comprensibile esigenza di differenziazione e caratterizzazione politica, visto che le misure simbolo, come quella dell’iperammortamento, sono legate a doppio filo alla figura del ministro Calenda; dall’altra però l’esigenza di marcare la discontinuità rischia di vanificare il corposo sforzo, anche finanziario, finora messo in campo.

Se infatti è vero che alcune misure-simbolo avevano la funzione di produrre uno “shock” positivo (e hanno sicuramente colpito nel segno), ma si avvicinavano in ogni caso al capolinea (“L’iperammortamento non può durare per sempre”, aveva detto Calenda già lo scorso mese di giugno all’assemblea di Assolombarda), va anche detto che il sostegno al percorso di digital transformation del sistema manifatturiero italiano deve diventare strutturale. “Smontare Jobs Act e il piano Industria 4.0 significa rallentare, invece dobbiamo accelerare se vogliamo ridurre il divario e aumentare l’occupazione nel Paese”, ha dichiarato stamattina il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.

Gli scenari, misura per misura

Allo stato attuale, con una maggioranza parlamentare ancora tutta da verificare, non si può immaginare con ragionevole certezza quello che accadrà. Tuttavia, se ipotizziamo che il Partito Democratico non farà parte del governo (o che comunque, se anche una parte dei suoi parlamentari appoggeranno un futuro governo non ne saranno certamente protagonisti), possiamo fare un piccolo esercizio di analisi di scenario.

Con la proroga inserita nell’ultima legge di bilancio si chiuderà probabilmente il ciclo di vita di super e iperammortamento. Chi quindi ha intenzione di sfruttare il corposo incentivo del credito d’imposta al 250% per l’investimento in macchinari e tecnologie 4.0 farebbe meglio a non sperare in ulteriori proroghe. Il termine ultimo per effettuare l’ordine è il 31/12/2018, mentre per le consegne c’è tempo ancora tutto il 2019.

Futuro incerto per la nuova Sabatini. Le risorse messe in campo con l’ultima finanziaria si esauriranno verosimilmente verso metà 2018, sancendo tecnicamente la fine di una delle misure di maggior successo degli ultimi anni. Non è escluso però che questa misura, che ha radici decisamente “antiche” (la prima Sabatini risale addirittura agli anni Sessanta), possa vivere una quarta vita.

Il credito d’imposta per le spese in ricerca e sviluppo è una misura pluriennale già finanziata e, salvo sorprese, non dovrebbe essere smontata almeno fino alla sua naturale scadenza (2020).

Per quanto riguarda la novità 2018, il credito d’imposta per le spese in formazione 4.0, difficilmente l’esperimento previsto per il 2018 (per il quale siamo ancora in attesa del regolamento attuativo) sarà ripreso anche nel 2019. Sappiamo però che le imprese premono perché anche gli investimenti nel capitale umano siano incentivati (“Se non vogliamo arretrare in competitività, Impresa 4.0 deve continuare con grande impegno sulla Formazione 4.0”, ha dichiarato Alfredo Mariotti, direttore di Ucimu – Sistemi per Produrre). Non è quindi da escludere una riformulazione della norma con diverse modalità di fruizione e scenari applicativi, con la probabile esclusione dei sindacati dalla partita.

Il futuro

Difficilmente un ipotetico governo a guida Centrodestra sarà sordo difronte alle richieste delle imprese. Anche perché l’ultima voce del programma di coalizione parlava esplicitamente di un “Piano di ristrutturazione delle tecnostrutture e migliore utilizzo delle risorse per le nuove tecnologie per tutto il sistema delle imprese, con particolare riferimento alle piccole e medie”.

È quindi possibile che l’eredità del piano impresa 4.0 venga in qualche modo raccolta da altre norme di incentivo. Tuttavia, visto l’orientamento di questa parte politica a scommettere maggiormente sulla riduzione delle aliquote fiscali con l’introduzione della flat tax, si fa fatica a immaginare dove potrebbero essere reperite ulteriori risorse da destinare a programmi di incentivazione.

Nel caso in cui sia invece il Movimento 5 Stelle a prendere le redini del governo, il piano è chiaramente esplicitato nel programma e va prevalentemente nella direzione della sburocratizzazione.

“Agire come attori della quarta rivoluzione industriale significa essere in grado di coglierne le opportunità per creare oggi nuove imprese e nuovi posti di lavoro realizzando prodotti e servizi innovativi. Questo prevede uno sforzo in due direzioni: da un lato è necessario favorire la nascita e la crescita di nuove impreseattraverso la sburocratizzazione e la riduzione degli oneri fiscali, dall’altro è fondamentale diffondere conoscenza in merito nel Paese e in particolar modo tra le generazioni che si apprestano a scegliere un percorso universitario o una carriera lavorativa”.

Concretamente il M5S “vuole sin da subito abolire le barriere che oggi limitano la nascita e lo sviluppo delle idee innovative. Da una parte andando a eliminare burocrazia e oneri per le imprese, specie nei primi anni di attività (come il contributo minimale INPS che impone il pagamento di 3600€/anno per ogni socio amministratore o dipendente di SRL, anche se fattura zero), dall’altra favorendo l’incontro degli innovatori tramite eventi o grazie all’istituzione di nuovi spazi di coworking laddove esistano locali pubblici inutilizzati”. A questo si giunge lo sviluppo di “hard e soft skills (STEAM – Science Technology Engineering Art Mathematics) sin dai più inferiori livelli di istruzione, instillando nei protagonisti di domani la conoscenza e le competenze per affrontare le nuove sfide”.

 

Fonte: articolo presente sul sito Innovation Post https://www.innovationpost.it/2018/03/06/dopo-le-elezioni-che-fine-fara-industria-4-0/
di Franco Canna.