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Fondo Nazionale Efficienza Energetica

Cos’è

Il Fondo Nazionale per l’efficienza energetica favorisce gli interventi necessari per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di efficienza energetica, promuovendo il coinvolgimento di istituti finanziari, nazionali e comunitari, e investitori privati sulla base di un’adeguata condivisione dei rischi.

Istituito presso il Ministero dello sviluppo economico (articolo 15, comma 1, del decreto legislativo 4 luglio 2014, n. 102), il Fondo è disciplinato dal decreto interministeriale 22 dicembre 2017.

Cosa sostiene

Il Fondo sostiene gli interventi di efficienza energetica realizzati dalle imprese, ivi comprese le ESCO, e dalla Pubblica Amministrazione, su immobili, impianti e processi produttivi.

Nello specifico gli interventi sostenuti devono riguardare:

  • la riduzione dei consumi di energia nei processi industriali,
  • la realizzazione e l’ampliamento di reti per il teleriscaldamento,
  • l’efficientamento di servizi ed infrastrutture pubbliche, inclusa l’illuminazione pubblica
  • la riqualificazione energetica degli edifici.

Le sezioni

Il Fondo ha una natura rotativa e si articola in due sezioni che operano per:

  1. la concessione di garanzie su singole operazioni di finanziamento, cui è destinato il 30% delle risorse che annualmente confluiscono nel Fondo;
  2. l’erogazione di finanziamenti a tasso agevolato cui è destinato il 70% delle risorse che annualmente confluiscono nel Fondo

La sezione garanzie prevede inoltre, una riserva del 30% per gli i interventi riguardanti reti o impianti di teleriscaldamento, mentre il 20% delle risorse stanziate per la concessione di finanziamenti è riservata alla PA.

Cumulabilità

È altresì previsto che le agevolazioni concesse alle imprese siano cumulabili con agevolazioni contributive o finanziarie previste da altre normative comunitarie, nazionali e regionali nel limite del Regolamento de minimis laddove applicabile, o entro le intensità di aiuto massime consentite dalla vigente normativa dell’Unione Europea in materia di aiuti di Stato.

Per quanto riguarda le agevolazioni concesse alla Pubblica Amministrazione, esse sono cumulabili con altri incentivi, nei limiti di un finanziamento complessivo massimo pari al 100 per cento dei costi ammissibili.

Gestione

La gestione del Fondo sarà affidata ad Invitalia sulla base di apposita convenzione con il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, che provvederà a pubblicare le modalità operative per la presentazione dei progetti.

Per l’avvio della fase operativa, il Fondo potrà contare su 150 milioni di euro già resi disponibili dal Ministero dello Sviluppo economico, che destinerà anche ulteriori 100 milioni di euro nel triennio 2018-2020.

Il Fondo sarà, inoltre, alimentato con le risorse messe a disposizione dal Ministero dell’Ambiente. Con i 150 milioni già disponibili si stima una mobilitazione di investimenti nel settore dell’efficienza di oltre 800 milioni di euro.

Normativa


Industria 4.0: dopo gli incentivi è l’ora delle competenze

Il piano industria 4.0 entra finalmente (con ritardo) nella seconda fase, la più delicata, quella della formazione. Dopo il poderoso piano di incentivi (tra tutti iperammortamento e superammortamento) per l’acquisto di macchinari e beni digitali che hanno rilanciato gli investimenti, nel 2018 parte la seconda gamba del piano voluto dal Governo per accompagnare le imprese nella quarta rivoluzione industriale:  manager, quadri e operai potranno formarsi e aggiornarsi sulla manifattura 4.0 grazie agli incentivi fiscali sulla formazione. Bussando anche ai competence center, i poli università-imprese, che saranno scelti dopo la pubblicazione del bando che fa partire oggi la selezione.

L’ultima legge di bilancio ha introdotto un’agevolazione fiscale chi si vuole formare sulle tecnologie 4.0. Il Mise sta lavorando in questi giorni al decreto attuativo che dovrà stabilire in particolare chi certifica la formazione e le modalità per accedere al bonus. Il resto però è già noto. L’incentivo consiste in un credito d’imposta (con un importo massimo annuale del bonus di 300milaeuro) pari al 40%, non del costo del corso o del master che sarà seguito dall’imprenditore e dai suoi dipendenti, ma del «solo costo aziendale del personale dipendente» (retribuzione e contributi a carico del datore), che sarà sostenuto nel periodo in cui lo stesso sarà «occupato in attività di formazione» 4.0. Saranno agevolate le spese sostenute nel 2018 (periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2017).

L’obiettivo formativo è acquisire le conoscenze delle tecnologie previste dal Piano nazionale Industria 4.0. E cioè: big data e analisi dei dati, cloud e fog computing, cyber security, sistemi cyber-fisici, prototipazione rapida, sistemi di visualizzazione e realtà aumentata, robotica avanzata e collaborativa, interfaccia uomo macchina, manifattura additiva, internet delle cose e delle macchine e integrazione digitale dei processi aziendali. Tutte tecnologie applicate negli ambiti – ci sono ben 106 voci – elencati in un allegato alla manovra che sono divisi in tre categorie: «vendita e marketing», «informatica» e «tecniche e tecnologie di produzione». Le attività di formazione dovranno poi essere «pattuite attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali».

Il 2018 è anche l’anno dell’avvio degli attesi competence center. Si tratta di poli costituiti da università di eccellenza e imprese che si dovranno occupare dell’orientamento e della formazione delle imprese (in particolare pmi) e dell’attuazione di progetti di innovazione, trasferimento tecnologico, ricerca industriale e sviluppo sperimentale. Il ministero dello sviluppo ha appena pubblicato sul suo sito il bando per la presentazione di progetti per la costituzione di Centri di competenza ad alta specializzazione previsti appunto dal Piano nazionale Industria 4.0.Le domande potranno essere presentate dal 1 febbraio al 30 aprile. Entro l’estate il Mise sceglierà i poli – non più di 6-8 – che potranno beneficiare dei 40 milioni messi a disposizione dal Governo.

Fonte:
Articolo tratto dal sito web http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-02-01/industria-40-gli-incentivi-e-l-ora-competenze-111925.shtml?uuid=AEoIRgsD&refresh_ce=1
di Marzio Bartoloni.

Calenda: «Industria 4.0, i miei conti In arrivo altri 10 miliardi di incentivi»

Sarà un salto per le imprese e per il lavoro. Ancora poche le aziende italiane che innovano e internazionalizzano. Recuperare in fretta per evitare un altro choc»

Globalizzazione e progresso tecnologico accompagnano da sempre l’evoluzione dell’uomo e dal XV secolo in poi hanno iniziato ad accelerare fino a quando, alla fine del XX secolo, hanno preso un ritmo mai prima sperimentato che ha profondamente messo in crisi il nostro tessuto economico, sociale, culturale e politico.
Le classi dirigenti liberal democratiche dell’Occidente, per le quali progresso scientifico e internazionalizzazione hanno sempre rappresentato dogmi indiscutibili, non hanno compreso che questi fenomeni andavano governati e non solo promossi e sostenuti. Oggi c’è una consapevolezza diffusa sugli effetti polarizzanti — vincitori/vinti — della globalizzazione, molto meno su quelli persino più profondi dell’innovazione tecnologica che sta innescando un vero e proprio salto evoluzionistico (consiglio a questo proposito la lettura dei due straordinari saggi di Yuval Noah Harari). Questa premessa è utile per spiegare che tutto l’Occidente sta attraversando un crocevia della storia appassionante ma difficilissimo che non possiamo gestire con strumenti ordinari o peggio ignorare, come è successo per anni in Italia.

L’arrivo della Cina

Da quando la Cina nel 2001 è entrata nell’organizzazione mondiale del commercio, l’Italia ha perso circa il 20% di base manifatturiera ma ha guadagnato oltre 140 miliardi di esportazioni. Ancora quest’anno, mentre il nostro export cresce all’8% — ovvero il doppio di quello francese e più di quello tedesco — la crescita del Paese rimane inferiore rispetto a quella europea, per non parlare della produttività e dell’occupazione.

Un mondo di mezzo

Queste apparenti contraddizioni derivano dal fatto che il sistema produttivo italiano è diviso tra un 20% di imprese competitive, un 20% di imprese in crisi e un universo di mezzo che sopravvive ma non ha ancora fatto il «salto». In poche parole sono ancora troppo poche le imprese italiane che innovano e si internazionalizzano. Aumentare gli investimenti in questi due driver di crescita è dunque la chiave per costruire un benessere duraturo. Il tempo è poco e il nostro paese è partito in ritardo. Recuperare il terreno perduto è fondamentale se non vogliamo essere investiti da un altro choc come quello che abbiamo vissuto in Italia con la prima fase della globalizzazione. Fino a un anno fa la conoscenza di industria 4.0 era bassissima: da un’indagine del Politecnico di Milano risulta che nel 2016 circa il 40% delle aziende dichiarava di non conoscerla affatto, oggi questo dato è sceso all’8%. Questo cambiamento è stato il frutto dello sforzo corale che ha accompagnato l’approvazione e l’implementazione del Piano nazionale industria (oggi Impresa) 4.0.

Gli investimenti del Governo

L’anno scorso il Governo ha varato strumenti finanziari e incentivi fiscali automatici all’innovazione e agli investimenti tecnologici per circa 20 miliardi di euro. Il risultato è stato un aumento esponenziale degli investimenti delle imprese italiane, con picchi di quasi il 70% nell’incremento degli ordinativi delle macchine utensili nell’ultimo trimestre. Ma, ancora più dei numeri, è importante la ritrovata spinta di tutto il sistema Paese, dai sindacati alle imprese, verso una nuova visione di politica industriale che ha abbandonato velleità, metodi dirigisti e strumenti barocchi e inutili, primi fra tutti i famigerati incentivi a bando. E va riconosciuto il fatto che, per una volta, anche tutto il sistema politico, maggioranza e opposizione, ha sostenuto il Piano nazionale.

Il secondo capitolo

Quest’anno con la Legge di bilancio vareremo il secondo capitolo del piano, che affiancherà agli stimoli fiscali agli investimenti un credito d’imposta dedicato alla formazione e il potenziamento degli Istituti tecnici superiori. Complessivamente altri 10 miliardi di euro che rendono il piano italiano il più imponente in Europa. Aggiungo che super/iperammortamenti e crediti d’imposta hanno il vantaggio di anticipare gli investimenti e spalmare l’impatto sulla finanza pubblica nel corso degli anni successi. Un’allocazione delle risorse virtuosa, al contrario di quanto avviene negli investimenti pubblici che “atterrano” sul paese molti anni dopo essere stati appostati nel bilancio dello Stato. La sfida è però lungi dall’essere vinta. La quarta rivoluzione industriale porta con sé anche rischi seri per l’occupazione.

Limiti e lentezze

Per questo da qui in avanti le priorità saranno competenze e formazione sulle quali scontiamo un ritardo decennale e dove oggettivamente anche il nostro Piano ha mostrato limiti e lentezze nel primo anno di applicazione. Quanto fatto in questi due anni non servirà a nulla se il piano non continuerà in futuro, diventando sempre più una missione per tutto il Paese. Una missione che ci è congeniale ma che continuerà a richiedere un poderoso sforzo, prima di tutto culturale, a imprese, lavoratori e pubblica amministrazione.

Fonte:
Articolo di Carlo Calenda – Corriere della Sera online – www.corriere.it