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Il 4.0 piace anche alle piccole imprese: il 34% ha usato gli incentivi

La digitalizzazione dell’industria non è una trasformazione per pochi eletti. Anche le piccole e medie imprese, con tutte le difficoltà del caso, si sono messe in marcia e ora un’indagine svolta dal Ministero dello Sviluppo Economico parla di una prima inversione di tendenza: quasi una su tre utilizza tecnologie 4.0 o ha in programma di farlo. In particolare, il 17,7% delle imprese che hanno tra 10 e 49 addetti già impiega sistemi che vanno dall’internet of things alla robotica, fino alla manifattura additiva al cloud. Il 9,4% ha intenzione di adottarli a breve. Un altro 1,2% è invece già dentro il paradigma 4.0 come produttore.

Il risveglio delle imprese fino a 50 dipendenti

Il picco naturalmente si registra oltre i 50 dipendenti: 32,2% di utilizzatori fino a 249 e 45,2% oltre i 250. Se poi si include nella valutazione tutto l’universo industriale, comprese le microimprese (1-9 addetti), meno sensibili alla svolta, il totale ovviamente si abbassa: 8,6% di «imprese 4.0». Ciò che appare chiaro però è il risveglio delle imprese tra 10 e 49 addetti. Anche l’Istat – nel suo recente rapporto sulla competitività dei settori produttivi – offre alcuni segnali interessanti, pur con la necessaria cautela.

Iperammortamento fiscale decisivo

Per oltre un terzo delle imprese con meno di 50 addetti (34,2%) l’iper ammortamento fiscale che incentiva l’acquisto di tecnologie 4.0 è stato rilevante per la scelta di investire, a fronte del 57,6% delle grandi. Le “piccole” hanno poi rappresentato il 68% delle imprese beneficiarie del credito di imposta per investimenti in ricerca e sviluppo, sempre più finalizzato alle trasformazioni digitali. Dall’altro lato però, per evitare trionfalismi prematuri, va ricordato che a fronte del 67% complessivo di imprese che nel 2017 ha dichiarato di aver effettuato nuovi investimenti, l’Istat stima che per le Pmi la quota si fermi ancora al 42%.

Lo scarto nella distribuzione territoriale

Non è irrilevante nemmeno la distribuzione territoriale. L’anticipazione dell’indagine segnala uno scarto significativo: 9,4% di diffusione al Centro Nord, 6,2% al Sud. Da uno studio del Laboratorio manifattura digitale dell’Università di Padova (vedi allegato) – condotto a campione sulle sole imprese manifatturiere di Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna – emergono dati ancora più chiari: in questo caso le imprese che adottano industria 4.0 salgono al 18,6% e tra queste sei su dieci sono micro piccole imprese.

«Competenze» ancora inadeguate

Gabriele Zanon, A.D. di BE4 Innovation, parla di una diffusione sempre maggiore pur in un quadro di «competenze» ancora inadeguate. «Il Governo ha disegnato strumenti semplici proprio a misura di piccole imprese – dice -: incentivi automatici di immediato utilizzo. E si iniziano a vedere i risultati: non è vero che Industria 4.0 è un programma per le grandi aziende». Poi però emerge netto il deficit di competenze, difficoltà principale per un quarto delle imprese che inizia a investire. «Certo, al di là delle dimensioni – aggiunge Zanon – conta anche la sensibilità all’innovazione del singolo imprenditore ed incide la presenza di competenze adeguate tra i dipendenti e gli stessi manager. Il Governo ha intrapreso un nuovo processo per sbloccare il credito di imposta per la formazione 4.0 e avviare i competence center per accelerare anche in questo campo».

Dopo le elezioni: che fine farà Industria 4.0?

L’esito delle elezioni sta sollevando non poche preoccupazioni da parte di chi aveva apprezzato la politica industriale dei governi Renzi e Gentiloni, con particolare riferimento al piano Industria 4.0, poi Impresa 4.0. Che cosa possiamo aspettarci che accada nel nuovo scenario politico disegnato il 4 marzo dagli elettori italiani?

Industria 4.0, fine di un’era?

“È finita l’era di Industria 4.0?”. Con la fine dei governi di centrosinistra e l’avvento di un futuro governo di cui ancora non si conosce la formazione, ma che avrà verosimilmente una guida marcata Movimento 5 Stelle o Lega, la domanda è certamente legittima. La risposta va articolata su almeno tre livelli.

Innanzitutto il piano tecnologico. È banale, ma va detto: non saranno le elezioni italiane a determinare la fine della quarta rivoluzione industriale, che del resto non ha certamente matrici politiche. L’adozione di incentivi serve come acceleratore per l’adozione di tecnologie e la formazione di competenze. Il piano nazionale industria 4.0 – impresa 4.0 sta consentendo alle imprese italiane di “stare davanti”, guidare una rivoluzione che, altrimenti, si rischierebbe di vivere nelle retrovie, senza sfruttare appieno il vantaggio degli “early adopter”, che spesso si tramuta in maggiore competitività sui mercati internazionali.

Gli incentivi automatici

Secondo, il piano tecnico. Dal punto di vista degli incentivi, il piano nazionale Industria 4.0 si basa sulla convinzione di fondo di Carlo Calenda e del suo staff che gli incentivi a bando non siano efficaci. Per questo la stragrande maggioranza delle misure adottate prevede la concessione di incentivi automatici. Super e iperammortamento, così come il credito d’imposta in ricerca e sviluppo o quello previsto dalla nuova Sabatini, ma anche il più recente bonus per la formazione 4.0, sono tutti incentivi ai quali possono accedere tutti quelli che soddisfano i requisiti previsti, nella maggior parte dei casi con una semplice autocertificazione e passando la documentazione al commercialista. Questa è, se vogliamo, la parte più rivoluzionaria del piano di incentivi made in Italy. E, benché l’idea degli incentivi automatici non abbia colore politico, non è detto che il futuro Ministro dello Sviluppo Economico abbia le stesse idee.

Marcare la discontinuità

Terzo, il livello più propriamente politico. Il piano nazionale industria 4.0 nasce innanzitutto dalla necessità di permettere al sistema manifatturiero italiano di ammodernare un parco macchine vetusto, favorendo, laddove vi fosse già un buon livello di maturità tecnologica, l’adozione delle tecnologie abilitanti per la digital transformation. Un piano, insomma, che risponde a una precisa esigenza posta dal mondo delle imprese.

Come però abbiamo avuto modo di vedere nella nostra rassegna pre-elettorale, gli schieramenti in campo, coalizione di centrosinistra a parte, non hanno previsto nei loro programmi misure che in qualche modo potessero inserirsi in continuità con quanto fatto negli ultimi anni. Il che da una parte è dovuto a una comprensibile esigenza di differenziazione e caratterizzazione politica, visto che le misure simbolo, come quella dell’iperammortamento, sono legate a doppio filo alla figura del ministro Calenda; dall’altra però l’esigenza di marcare la discontinuità rischia di vanificare il corposo sforzo, anche finanziario, finora messo in campo.

Se infatti è vero che alcune misure-simbolo avevano la funzione di produrre uno “shock” positivo (e hanno sicuramente colpito nel segno), ma si avvicinavano in ogni caso al capolinea (“L’iperammortamento non può durare per sempre”, aveva detto Calenda già lo scorso mese di giugno all’assemblea di Assolombarda), va anche detto che il sostegno al percorso di digital transformation del sistema manifatturiero italiano deve diventare strutturale. “Smontare Jobs Act e il piano Industria 4.0 significa rallentare, invece dobbiamo accelerare se vogliamo ridurre il divario e aumentare l’occupazione nel Paese”, ha dichiarato stamattina il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.

Gli scenari, misura per misura

Allo stato attuale, con una maggioranza parlamentare ancora tutta da verificare, non si può immaginare con ragionevole certezza quello che accadrà. Tuttavia, se ipotizziamo che il Partito Democratico non farà parte del governo (o che comunque, se anche una parte dei suoi parlamentari appoggeranno un futuro governo non ne saranno certamente protagonisti), possiamo fare un piccolo esercizio di analisi di scenario.

Con la proroga inserita nell’ultima legge di bilancio si chiuderà probabilmente il ciclo di vita di super e iperammortamento. Chi quindi ha intenzione di sfruttare il corposo incentivo del credito d’imposta al 250% per l’investimento in macchinari e tecnologie 4.0 farebbe meglio a non sperare in ulteriori proroghe. Il termine ultimo per effettuare l’ordine è il 31/12/2018, mentre per le consegne c’è tempo ancora tutto il 2019.

Futuro incerto per la nuova Sabatini. Le risorse messe in campo con l’ultima finanziaria si esauriranno verosimilmente verso metà 2018, sancendo tecnicamente la fine di una delle misure di maggior successo degli ultimi anni. Non è escluso però che questa misura, che ha radici decisamente “antiche” (la prima Sabatini risale addirittura agli anni Sessanta), possa vivere una quarta vita.

Il credito d’imposta per le spese in ricerca e sviluppo è una misura pluriennale già finanziata e, salvo sorprese, non dovrebbe essere smontata almeno fino alla sua naturale scadenza (2020).

Per quanto riguarda la novità 2018, il credito d’imposta per le spese in formazione 4.0, difficilmente l’esperimento previsto per il 2018 (per il quale siamo ancora in attesa del regolamento attuativo) sarà ripreso anche nel 2019. Sappiamo però che le imprese premono perché anche gli investimenti nel capitale umano siano incentivati (“Se non vogliamo arretrare in competitività, Impresa 4.0 deve continuare con grande impegno sulla Formazione 4.0”, ha dichiarato Alfredo Mariotti, direttore di Ucimu – Sistemi per Produrre). Non è quindi da escludere una riformulazione della norma con diverse modalità di fruizione e scenari applicativi, con la probabile esclusione dei sindacati dalla partita.

Il futuro

Difficilmente un ipotetico governo a guida Centrodestra sarà sordo difronte alle richieste delle imprese. Anche perché l’ultima voce del programma di coalizione parlava esplicitamente di un “Piano di ristrutturazione delle tecnostrutture e migliore utilizzo delle risorse per le nuove tecnologie per tutto il sistema delle imprese, con particolare riferimento alle piccole e medie”.

È quindi possibile che l’eredità del piano impresa 4.0 venga in qualche modo raccolta da altre norme di incentivo. Tuttavia, visto l’orientamento di questa parte politica a scommettere maggiormente sulla riduzione delle aliquote fiscali con l’introduzione della flat tax, si fa fatica a immaginare dove potrebbero essere reperite ulteriori risorse da destinare a programmi di incentivazione.

Nel caso in cui sia invece il Movimento 5 Stelle a prendere le redini del governo, il piano è chiaramente esplicitato nel programma e va prevalentemente nella direzione della sburocratizzazione.

“Agire come attori della quarta rivoluzione industriale significa essere in grado di coglierne le opportunità per creare oggi nuove imprese e nuovi posti di lavoro realizzando prodotti e servizi innovativi. Questo prevede uno sforzo in due direzioni: da un lato è necessario favorire la nascita e la crescita di nuove impreseattraverso la sburocratizzazione e la riduzione degli oneri fiscali, dall’altro è fondamentale diffondere conoscenza in merito nel Paese e in particolar modo tra le generazioni che si apprestano a scegliere un percorso universitario o una carriera lavorativa”.

Concretamente il M5S “vuole sin da subito abolire le barriere che oggi limitano la nascita e lo sviluppo delle idee innovative. Da una parte andando a eliminare burocrazia e oneri per le imprese, specie nei primi anni di attività (come il contributo minimale INPS che impone il pagamento di 3600€/anno per ogni socio amministratore o dipendente di SRL, anche se fattura zero), dall’altra favorendo l’incontro degli innovatori tramite eventi o grazie all’istituzione di nuovi spazi di coworking laddove esistano locali pubblici inutilizzati”. A questo si giunge lo sviluppo di “hard e soft skills (STEAM – Science Technology Engineering Art Mathematics) sin dai più inferiori livelli di istruzione, instillando nei protagonisti di domani la conoscenza e le competenze per affrontare le nuove sfide”.

 

Fonte: articolo presente sul sito Innovation Post https://www.innovationpost.it/2018/03/06/dopo-le-elezioni-che-fine-fara-industria-4-0/
di Franco Canna.

Industria 4.0: dopo gli incentivi è l’ora delle competenze

Il piano industria 4.0 entra finalmente (con ritardo) nella seconda fase, la più delicata, quella della formazione. Dopo il poderoso piano di incentivi (tra tutti iperammortamento e superammortamento) per l’acquisto di macchinari e beni digitali che hanno rilanciato gli investimenti, nel 2018 parte la seconda gamba del piano voluto dal Governo per accompagnare le imprese nella quarta rivoluzione industriale:  manager, quadri e operai potranno formarsi e aggiornarsi sulla manifattura 4.0 grazie agli incentivi fiscali sulla formazione. Bussando anche ai competence center, i poli università-imprese, che saranno scelti dopo la pubblicazione del bando che fa partire oggi la selezione.

L’ultima legge di bilancio ha introdotto un’agevolazione fiscale chi si vuole formare sulle tecnologie 4.0. Il Mise sta lavorando in questi giorni al decreto attuativo che dovrà stabilire in particolare chi certifica la formazione e le modalità per accedere al bonus. Il resto però è già noto. L’incentivo consiste in un credito d’imposta (con un importo massimo annuale del bonus di 300milaeuro) pari al 40%, non del costo del corso o del master che sarà seguito dall’imprenditore e dai suoi dipendenti, ma del «solo costo aziendale del personale dipendente» (retribuzione e contributi a carico del datore), che sarà sostenuto nel periodo in cui lo stesso sarà «occupato in attività di formazione» 4.0. Saranno agevolate le spese sostenute nel 2018 (periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2017).

L’obiettivo formativo è acquisire le conoscenze delle tecnologie previste dal Piano nazionale Industria 4.0. E cioè: big data e analisi dei dati, cloud e fog computing, cyber security, sistemi cyber-fisici, prototipazione rapida, sistemi di visualizzazione e realtà aumentata, robotica avanzata e collaborativa, interfaccia uomo macchina, manifattura additiva, internet delle cose e delle macchine e integrazione digitale dei processi aziendali. Tutte tecnologie applicate negli ambiti – ci sono ben 106 voci – elencati in un allegato alla manovra che sono divisi in tre categorie: «vendita e marketing», «informatica» e «tecniche e tecnologie di produzione». Le attività di formazione dovranno poi essere «pattuite attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali».

Il 2018 è anche l’anno dell’avvio degli attesi competence center. Si tratta di poli costituiti da università di eccellenza e imprese che si dovranno occupare dell’orientamento e della formazione delle imprese (in particolare pmi) e dell’attuazione di progetti di innovazione, trasferimento tecnologico, ricerca industriale e sviluppo sperimentale. Il ministero dello sviluppo ha appena pubblicato sul suo sito il bando per la presentazione di progetti per la costituzione di Centri di competenza ad alta specializzazione previsti appunto dal Piano nazionale Industria 4.0.Le domande potranno essere presentate dal 1 febbraio al 30 aprile. Entro l’estate il Mise sceglierà i poli – non più di 6-8 – che potranno beneficiare dei 40 milioni messi a disposizione dal Governo.

Fonte:
Articolo tratto dal sito web http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-02-01/industria-40-gli-incentivi-e-l-ora-competenze-111925.shtml?uuid=AEoIRgsD&refresh_ce=1
di Marzio Bartoloni.

Calenda: «Industria 4.0, i miei conti In arrivo altri 10 miliardi di incentivi»

Sarà un salto per le imprese e per il lavoro. Ancora poche le aziende italiane che innovano e internazionalizzano. Recuperare in fretta per evitare un altro choc»

Globalizzazione e progresso tecnologico accompagnano da sempre l’evoluzione dell’uomo e dal XV secolo in poi hanno iniziato ad accelerare fino a quando, alla fine del XX secolo, hanno preso un ritmo mai prima sperimentato che ha profondamente messo in crisi il nostro tessuto economico, sociale, culturale e politico.
Le classi dirigenti liberal democratiche dell’Occidente, per le quali progresso scientifico e internazionalizzazione hanno sempre rappresentato dogmi indiscutibili, non hanno compreso che questi fenomeni andavano governati e non solo promossi e sostenuti. Oggi c’è una consapevolezza diffusa sugli effetti polarizzanti — vincitori/vinti — della globalizzazione, molto meno su quelli persino più profondi dell’innovazione tecnologica che sta innescando un vero e proprio salto evoluzionistico (consiglio a questo proposito la lettura dei due straordinari saggi di Yuval Noah Harari). Questa premessa è utile per spiegare che tutto l’Occidente sta attraversando un crocevia della storia appassionante ma difficilissimo che non possiamo gestire con strumenti ordinari o peggio ignorare, come è successo per anni in Italia.

L’arrivo della Cina

Da quando la Cina nel 2001 è entrata nell’organizzazione mondiale del commercio, l’Italia ha perso circa il 20% di base manifatturiera ma ha guadagnato oltre 140 miliardi di esportazioni. Ancora quest’anno, mentre il nostro export cresce all’8% — ovvero il doppio di quello francese e più di quello tedesco — la crescita del Paese rimane inferiore rispetto a quella europea, per non parlare della produttività e dell’occupazione.

Un mondo di mezzo

Queste apparenti contraddizioni derivano dal fatto che il sistema produttivo italiano è diviso tra un 20% di imprese competitive, un 20% di imprese in crisi e un universo di mezzo che sopravvive ma non ha ancora fatto il «salto». In poche parole sono ancora troppo poche le imprese italiane che innovano e si internazionalizzano. Aumentare gli investimenti in questi due driver di crescita è dunque la chiave per costruire un benessere duraturo. Il tempo è poco e il nostro paese è partito in ritardo. Recuperare il terreno perduto è fondamentale se non vogliamo essere investiti da un altro choc come quello che abbiamo vissuto in Italia con la prima fase della globalizzazione. Fino a un anno fa la conoscenza di industria 4.0 era bassissima: da un’indagine del Politecnico di Milano risulta che nel 2016 circa il 40% delle aziende dichiarava di non conoscerla affatto, oggi questo dato è sceso all’8%. Questo cambiamento è stato il frutto dello sforzo corale che ha accompagnato l’approvazione e l’implementazione del Piano nazionale industria (oggi Impresa) 4.0.

Gli investimenti del Governo

L’anno scorso il Governo ha varato strumenti finanziari e incentivi fiscali automatici all’innovazione e agli investimenti tecnologici per circa 20 miliardi di euro. Il risultato è stato un aumento esponenziale degli investimenti delle imprese italiane, con picchi di quasi il 70% nell’incremento degli ordinativi delle macchine utensili nell’ultimo trimestre. Ma, ancora più dei numeri, è importante la ritrovata spinta di tutto il sistema Paese, dai sindacati alle imprese, verso una nuova visione di politica industriale che ha abbandonato velleità, metodi dirigisti e strumenti barocchi e inutili, primi fra tutti i famigerati incentivi a bando. E va riconosciuto il fatto che, per una volta, anche tutto il sistema politico, maggioranza e opposizione, ha sostenuto il Piano nazionale.

Il secondo capitolo

Quest’anno con la Legge di bilancio vareremo il secondo capitolo del piano, che affiancherà agli stimoli fiscali agli investimenti un credito d’imposta dedicato alla formazione e il potenziamento degli Istituti tecnici superiori. Complessivamente altri 10 miliardi di euro che rendono il piano italiano il più imponente in Europa. Aggiungo che super/iperammortamenti e crediti d’imposta hanno il vantaggio di anticipare gli investimenti e spalmare l’impatto sulla finanza pubblica nel corso degli anni successi. Un’allocazione delle risorse virtuosa, al contrario di quanto avviene negli investimenti pubblici che “atterrano” sul paese molti anni dopo essere stati appostati nel bilancio dello Stato. La sfida è però lungi dall’essere vinta. La quarta rivoluzione industriale porta con sé anche rischi seri per l’occupazione.

Limiti e lentezze

Per questo da qui in avanti le priorità saranno competenze e formazione sulle quali scontiamo un ritardo decennale e dove oggettivamente anche il nostro Piano ha mostrato limiti e lentezze nel primo anno di applicazione. Quanto fatto in questi due anni non servirà a nulla se il piano non continuerà in futuro, diventando sempre più una missione per tutto il Paese. Una missione che ci è congeniale ma che continuerà a richiedere un poderoso sforzo, prima di tutto culturale, a imprese, lavoratori e pubblica amministrazione.

Fonte:
Articolo di Carlo Calenda – Corriere della Sera online – www.corriere.it