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Le storie dei nostri clienti: Bertolotto cresce e acquisisce Gardesa

Il 2021 comincia con un carico di ottimismo per Bertolotto, l’azienda di Torre San Giorgio, in provincia di Cuneo, specializzata in produzione porte e complementi d’arredo. Alla vigilia di Capodanno 2020 è stata ufficializzata l’acquisizione dell’azienda piacentina Gardesa, un marchio storico di porte blindate riconosciuto a livello mondiale, che in questo modo torna ad essere italiano. 

La storia di Bertolotto è lunga e ricca di passione; inizialmente il suo nome era AB, dalle iniziali del suo fondatore Attilio Bertolotto, che nel 1987 la costituisce a Crociera di Barge, in provincia di Cuneo.

Ben presto Attilio, oggi settantenne, viene affiancato dal figlio Claudio, che nel 1993 comincia la sua attività nell’impresa di famiglia. Dal 2002, poco più che ventenne, Claudio è amministratore delegato dell’azienda che tutt’oggi guida nel cammino di crescita e innovazione. 

E proprio in funzione di un consapevole cammino di crescita che Bertolotto sigla questo accordo, rilevando la struttura, gli impianti produttivi e gli edifici di Gardesa. 

L’azienda ha acquisito il marchio dagli svedesi di Assa Abloy, gruppo leader nelle soluzioni di accesso, con un giro di affari da 9 miliardi l’anno. Significativo l’accordo firmato il 30 dicembre 2020: grazie a questa firma verranno mantenuti impianti e forza lavoro. 

Gardesa ha sede in provincia di Piacenza, a Cortemaggiore. Il marchio è nato nel 1979. Nel 2008 è stato acquisito dalla multinazionale svedese Assa Abloy con sede a Stoccolma. 

“Siamo felici di questa unione, perché, oltre a riconoscere la forza del marchio Gardesa che ci renderà più forti sui mercati – ha dichiarato Claudio Bertolotto – sappiamo di condividere i valori di una tradizione che è alla continua ricerca di qualità per un prodotto che veste e arreda le case dei nostri clienti. E non nascondo l’orgoglio di far tornare nel nostro Paese un brand che nasce e cresce in Italia. La nostra sfida è affiancare le competenze di due realtà differenti per creare una sinergia che, ne sono certo, porterà con l’impegno di tutti al successo.”

Le porte Made in Italy si confermano attestazione di eccellenza, agli occhi del mondo intero. Per Bertolotto le porte non sono semplici oggetti, ma creazioni su misura. Da qui nasce la più alta delle aspirazioni: concretizzare l’eccellenza che diventa parte del quotidiano. Le porte sono pensate, infatti, per chi sceglie di circondarsi di cose belle e arredare la propria casa con soluzioni capaci di esprimere valori duraturi. Il maggior punto di forza risiede nella possibilità di personalizzare ogni elemento e nel coinvolgimento dei migliori maestri artigiani.

Oggi la superficie produttiva ha superato i 30 mila metri quadrati e all’orizzonte c’è un nuovo intervento di sviluppo su un lotto di circa 11 mila metri quadrati.

Ma Bertolotto non si ferma qui. 

I progetti in corso e in cantiere sono molti, per gran parte legati a innovazione e Industria 4.0. 

Un esempio? La tecnologia RFID, da poco inserita sulle linee e sugli impianti in fabbrica ha permesso di tracciare l’avanzamento della produzione con maggiore efficacia, garantendo un allineamento dei tempi di produzione con la data di approntamento degli ordini cliente. 

“Negli ultimi anni – racconta Sergio Panero, Direttore di Stabilimento e Personale – sono stati effettuati molti investimenti, alcuni mirati a implementare soluzioni tecnologiche avanzate. Questo ci ha permesso di digitalizzare sempre più i processi e di investire anche in formazione, elevando le competenze delle donne e degli uomini che lavorano insieme a noi.” 

Per Bertolotto le persone sono al centro dell’azienda, per questo la formazione continua rappresenta uno strumento necessario per la motivazione e la crescita professionale; una priorità anche (e soprattutto) in un momento particolamente difficile come quello che stiamo affrontando. 

Formazione continua per tutti e a tutti i livelli: tra le principali iniziative formative ci sono i corsi manageriali, l’aggiornamento e modifica delle competenze, i corsi di lingue, la digitalizzazione dei processi e l’addestramento continuo sul campo. 

“É grazie alla sinergia con Be4 Innovation – continua il Dott. Panero – che riusciamo a finanziare buona parte dei nostri progetti, grazie alla ricerca continua di bandi per l’ottenimento del credito d’imposta. Anche nel 2021 l’azione congiunta di Be4 Innovation e Bertolotto continuerà, quest’anno anche per la gestione della formazione in aula.” 

Una bella storia tutta italiana di coraggio e innovazione, a cui siamo felici e orgogliosi di contribuire.

Come l’ambiente di lavoro può incidere sulle performance: intervista al Prof. Aldo Bottoli.

L’importanza dell’ambiente di lavoro viene spesso sottovalutata ma costituisce un fattore determinante per il successo di un’azienda. I dipendenti felici producono di più e sono più predisposti alla crescita, questo comporta un abbassamento del turnover, in quanto sono meno portati a cercare un’altra occupazione altrove.  

Ma come possiamo creare un ambiente ideale nel contesto lavorativo? Come possiamo rendere l’ufficio un luogo stimolante per avere un alto rendimento e una soddisfazione pari al 100%? 

Ne abbiamo parlato con Aldo Bottoli, Color e Perception designer, da più di trent’anni impegnato nella ricerca sulle apparenze cromatiche e sulla riqualificazione percettiva degli ambienti pubblici e privati. 

Buongiorno Prof. Bottoli. Lei è un designer, in particolare un Peception Designer: ci spiega in cosa consiste questa professione e perché è così legata al mondo del colore?

Alla parola design si associano concetti quali: forma/funzione, bellezza, comfort, emozione, e ancora per i più sensibili ai problemi ambientali: efficacia energetica, cicli di vita, smaltimento…

In tutti questi casi il protagonista appare più l’oggetto che l’utente, il ciclo produttivo e distributivo che le relazioni. Il perception design sposta l’attenzione verso la persona e le sue modalità percettive, cercando di coprire il gap esistente. Il progettare per le persone senza conoscerne a fondo le necessità. Il design si occupa di mercati e mode, il perception design delle persone e delle loro relazioni. Il design parla di utenti-clienti, il perception design di realtà sensibile mutuata dalle culture di riferimento. 

Il perception design utilizza in modo più consapevole il potenziale espressivo di luce e colore e del progetto multisensoriale.

Perché è importante il progetto percettivo negli ambienti di lavoro? Come incide sulle performace lavorative?

Per il semplice fatto che mette al centro non le cose e le superfici, ma le persone e il loro modo d’interagire con l’ambiente circostante. Nei luoghi di lavoro questa interazione è aumentata dalla contemporanea presenza di più fattori: si risiede a lungo in spazi artificiali racchiusi, vi si svolgono compiti molto vari dove ripetitività, calo di attenzione, rispetto dei protocolli di sicurezza, impiego di strumenti specifici, richiedono molta attenzione. Si svolgono relazioni ripetute con persone con le quali ci può essere scarsa affinità o intesa. Il comfort ambientale diventa una condizione indispensabile per ottenere buoni e duraturi risultati operativi. In molti casi la scena percettiva e relazionale assume un ruolo importante di attenuazione o di compensazione del mancato comfort o delle difficoltà relazionali.  

A Suo giudizio, la PMI è in grado di utilizzare alcuni “escamotage percettivi” per migliorare la qualità degli ambienti di lavoro?

Probabilmente è quella che ne può trarre i maggiori vantaggi/benefici perché le relazioni sono più personali, gli ambienti meno dispersivi e, di conseguenza, i segni di cura più avvertibili.

Il prima e il dopo un intervento di riqualificazione percettiva di una scuola superiore a Gattinara.

Imprenditori e dipendenti partecipano alla riqualificazione percettiva degli ambienti o la subiscono? Quanto conta il coinvolgimento delle persone che vivranno gli ambienti?

Molte volte il design lo subiscono perché nasce altrove ed è calato dall’alto. Il perception design richiede invece la partecipazione attiva e la consapevolezza di quanto si è predisposto e si sta facendo. Questo è garanzia di un’efficace implementazione di quanto predisposto, perché molte cose si scoprono con l’uso, e di un buon mantenimento delle performance iniziali.  

Ci racconti l’esperienza fatta presso Akzonobel di Cernobbio. Di cosa vi siete occupati? Quali ambienti avete “stravolto” con perception e color design?

È stata un’esperienza complessa che ha riguardato l’esterno degli edifici produttivi e gestionali e tutti gli interni. Sono passati molti anni, ma evidentemente il modello è ancora valido perché è stato ripetuto anche per gli edifici che nel tempo si sono aggiunti. In quel caso, sono stati utilizzati e messi ulteriormente a punto strumenti per il rilievo e la valutazione dei colori posti in lontananza e di forme che chiamiamo allogative per ottenere distrattori o attrattori visivi. Nella fattispecie sono serviti per rendere meno percepibili gli enormi volumi tecnici posti sulla copertura della torre uffici e per mascherare superfici in lamiera addossate all’unità produttiva nuova.  

La riqualificazione degli ambienti interni ed esterni dell’azienda Akzonobel di Cernobbio

L’industria 4.0 parla spesso di tecnologie, rapporto uomo-macchina e antropometria. Il perception design, per come lo intende lei, non è in qualche modo una “tecnologia”?

Non la definirei una tecnologia, ma un metodo che può essere modellizzato/reso seriale.

Certo presuppone una buona conoscenza delle modalità percettive e delle regole prossemiche che le molteplici attività in azienda richiedono. Oggi si aggiunge anche la necessità di adottare forme di distanziamento anti Covid19 e una buona gestione della prossemica può aiutare molto.

Lei è stato ed è un professore universitario. Dov’è possibile seguire corsi/master su color e perception design?

Con un certo rammarico devo dire che, relativamente al colore, vi è solo qualche raro corso semestrale presso Accademie di Belle Arti e Facoltà di Architettura e un master in Color Design & Technology in collaborazione con l’Associazione Italiana Colore di cui faccio parte come socio fondatore. Per quanto riguarda gli aspetti legati alla percezione al di la di alcuni titoli riferiti alla progettazione “sensibile” vi è ancora poco.  

Un’importante riflessione che abbiamo condiviso con piacere con il prof. Bottoli. La cura dei luoghi nella piccola e media impresa può essere il veicolo attraverso il quale trasmettere i valori della propria azienda. Coinvolgere tutti coloro che vivono l’impresa quotidianamente, nei diversi livelli, è un fattore chiave per creare nuovi stimoli e un ambiente di lavoro sano e produttivo. 

Aldo Bottoli È un color e perception designer. Nel 1984 ha organizzato per il Salone del Mobile di Milano il convegno “Il colore nell’architettura d’interni”. Da questo momento in poi il tema del colore è diventato un costante ambito di ricerca e di progetto applicato in particolare agli spazi abitati pubblici interni e urbani. Ha insegnato presso numerose scuole di Design e presso la Scuola di Design del Politecnico di Milano.

Attualmente mantiene l’attività di formazione presso RafflesMilano Istituto moda e design – Milano e attraverso lezioni ex cattedra e seminari presso corsi universitari e Ordini Professionali. Relativamente agli spazi racchiusi, l’attività di ricerca e progetto in corso è dedicata in particolare alla persona fragile sperimentando forme di coinvolgimento del gesto d’arte nel quotidiano. Relativamente agli spazi urbani propone una radicale evoluzione dei tradizionali Piani del Colore attraverso il nuovo strumento urbanistico chiamato PRP Piano di Riqualifcazione Percettiva.  

E’ tra i soci fondatori del Gruppo del Colore – Associazione Italiana Colore, membro del Comitato Tecnico Scientifico e componente del Comitato Direttivo.

Access Guard, la risposta di Marmoinox all’emergenza sanitaria

Come si reagisce ad un momento di incertezza? Da dove si riparte nel pieno di una crisi? 

Dalle idee. 

Ecco quello che ha fatto, in piena emergenza sanitaria, la Marmoinox, realtà italiana che produce macchinari e strutture in acciaio inox per il settore dell’imbottigliamento e del packaging.

Si tratta di una piccola azienda virtuosa di Canelli, che ha progettato un innovativo strumento che permette di automatizzare i controlli e prevenire i contagi, senza dimenticare l’importanza di adottare tutte le altre misure di contenimento, nel pieno rispetto dei Decreti Ministeriali. 

Così è nato Access Guard, il robot che permette di: 

  • rilevare la temperatura corporea attraverso una termocamera;
  • eseguire il riconoscimento facciale;
  • effettuare l’igienizzazione delle mani in automatico;
  • fornire mascherine di protezione;
  • sanificare la suola delle scarpe;
  • integrare il software ad altri dispositivi di gestione presenze.

Inizialmente Access Guard è stato progettato per garantire la sicurezza dei propri dipendenti durante la pandemia da Covid-19. Subito dopo, però, se ne è compresa la portata innovativa e le possibilità di utilizzo anche al termine dell’emergenza. Roberto e Paolo Marmo, alla guida oggi dell’azienda, hanno subito pensato di mettere a disposizione delle altre aziende il loro prodotto, partendo dal presupposto che l’emergenza finirà, ma le nostre abitudini non saranno mai più le stesse. 

Il robot si presenta come un “guardiano” della soglia, totalmente automatizzato, composto da una bussola in acciaio e vetro al cui interno, oltre a un tappeto realizzato con speciali fibre che trattengono polvere e impurità, è installata una telecamera termica che visualizza la persona, rilevandone la temperatura corporea. Grazie a questo dispositivo è possibile gestire gli ingressi e le uscite dei dipendenti, le bollature e l’ingresso dei visitatori, oltre a distribuire mascherine e guanti, sanificare la suola delle scarpe e effettuare l’igienizzazione delle mani. 

Access Guard ha riscosso molto successo, anche tra le grandi aziende, tanto da spingere Marmoinox a riconvertire un settore dell’azienda per dedicarlo alla produzione del robot. A colpire positivamente le aziende, la flessibilità del software che gestisce il robot, che si adatta alle esigenze più differenti permettendo una facile customizzazione. 

A ciò si aggiunge la possibilità di sfruttare le importanti agevolazioni legate all’industria 4.0, relative ai beni strumentali che permettono di recuperare il 40% in credito d’imposta, e all’emergenza sanitaria da Covid19, questa volta al 60% di credito d’imposta.

Vuoi saperne di più? 

Visita il sito https://www.marmoinox.it/access-guard o scrivi a info@be4innovation.it

Il digitale al centro delle strategie aziendali

Trascorsi quasi tre mesi dalla dichiarazione di isolamento nazionale, ci stiamo iniziando ad accorgere della sfida epocale che abbiamo davanti in termini di innovazione digitale. 

Stiamo assistendo al più grande tentativo di trasformazione digitale del nostro Paese. Un tentativo forzato, innaturale. Ma se è vero che almeno per un po’ dovremo abituarci a una nuova normalità e che l’innovazione digitale sarà una colonna portante di questa normalità, dobbiamo sbloccare quanto prima un freno storico: l’assenza di competenze digitali

Sarà necessario:

  • accrescere il grado di maturità digitale, ancora troppo basso;
  • innalzare il livello di competenze, drammaticamente basso, che ci pone ai margini delle classifiche internazionali;
  • mettere il digitale al centro delle strategie aziendali, in un sapiente mix di processi, organizzazione e tecnologia. 

È uno sforzo da compiere, perché l’antifragilità e la resilienza delle catene globali del valore si rafforzano con l’apporto del digitale. 

Gabbiotti recintati e postazioni remotizzate, realtà aumentata, Iot: gli strumenti per il grande balzo digitale anche in fabbrica ci sono. 

Le catene globali di valore sicuramente si accorceranno e con l’apporto delle tecnologie si creeranno filiere digitali

Per questo servono le aggregazioni, perché il tessuto industriale italiano, benché se ne parli da almeno un decennio, resta troppo frammentato e poco diversificato sull’export per competere. 

La digitalizzazione delle informazioni (produzione, immagazzinamento e condivisione dei dati), lungo l’intera catena del valore, potrà dare sicuri vantaggi a quelle imprese in grado di ripensare alla propria strategia con filiere a lunghezza variabile, gestite in maniera più smart con il supporto del digitale.

Le tecnologie digitali possono intervenire nell’individuazione dei nodi deboli e viceversa dei nodi forti, apportando vantaggi: ingegnerizzando nuovi servizi; imparando a fare sistema attraverso aggregazioni; essere più strutturati a competere in Italia e all’estero; aumentare la trasparenza e la visibilità lungo la catena a monte e a valle; gestire il portafoglio prodotti considerando la safety come un parametro valutativo in più; individuare percorsi di logistica alternativi e più attenti all’impatto ambientale; riorientare la supply chain, eliminando le ridondanze e andando verso fornitori più sicuri e affidabili; configurare in maniera flessibile, con costi noti, i diversi nodi delle catene.

In un periodo di probabile recessione come quello verso cui andiamo incontro nei prossimi mesi, in cui le stime vedono un Pil in caduta e una disoccupazione dilagante, le variabili su cui non ridurre gli investimenti sono essenzialmente due: 

  • la rivoluzione digitale che permette di mantenere attivi e profittevoli anche settori tradizionalmente non basati sull’information Technology;
  • l’attenzione alle persone, attraverso l’ascolto, il coinvolgimento e la creazione di condizioni lavorative, tecnologicamente avanzate, che permettano loro di contribuire alla produttività, nonché di continuare a dimostrare e sviluppare il loro potenziale innovativo.

La prova di una rapida diffusione del digitale nell’economia e il suo già evidente impatto sui mercati del lavoro mostrano quanto il governo e le aziende debbano agire per tenere il passo con questi cambiamenti. 

Il governo è consapevole, in vista della presidenza italiana nel 2021 del G20, di dover accelerare verso modelli di business digitali e innovativi nello svolgimento della produzione e della cooperazione commerciale internazionale con l’obiettivo di rafforzare la resilienza delle imprese, con particolare riferimento alle Pmi.

Servono competenze e formazione per far crescere le PMI

Le competenze e i ruoli necessari all’interno dei processi tecnologici nelle PMI italiane sono spesso troppo frazionati o quasi inesistenti. Quasi la metà (44%) delle aziende medio piccole italiane, infatti, affida il presidio delle aree ICT e Digital al Responsabile IT il quale, nella maggioranza dei casi, è impiegato a gestire attività non innovative, ma di manutenzione ordinaria dei sistemi informatici. Solo il 20% delle PMI infatti dichiara di avere in organico un Innovation Manager che porti avanti progetti legati a percorsi di innovazione sui prodotti o su interi processi aziendali.

Vi sono poi quelle aziende (18%) che non riescono a coordinare in maniera centralizzata i progetti innovativi, ma affidano a responsabili di singole aree gli ambiti specifici (come un responsabile della sicurezza informatica, un eCommerce Manager, un Data Scientist).

Molte aziende, inoltre, ricorrono all’outsourcing, cercando all’esterno servizi e opportunità strategici in termini di competitività, come ad esempio l’e-commerce, il CRM, le piattaforme web. A frenare gli investimenti sulle risorse interne sono le difficoltà di acquisire competenze specifiche in azienda e i costi legati all’aggiornamento e alla formazione delle risorse dedicate.

Proprio la formazione sulle tematiche digitali è un altro punto su cui le PMI italiane fanno ancora troppo poco. La maggior parte di esse riserva al singolo la facoltà di formarsi su questi temi.

Le previsioni di investimento in processi digitali nel 2020 parlano di stagnazione e in alcuni casi anche di contrazione rispetto all’anno appena trascorso, confermando una visione di sviluppo in ottica 4.0 ancora troppo timida.

Tra i fattori che possono spiegare questo andamento vi è una visione imprenditoriale più attenta al breve che al medio lungo termine, oltre alla presenza di alcuni elementi di freno, come i costi di acquisto dei servizi digitali. La ricerca ha infatti rilevato come tali spese siano percepite come troppo elevate dal 27% degli intervistati. Altri fattori identificati come rilevanti sono la mancanza di competenze e di cultura digitale nell’organizzazione (24%) e lo scarso supporto da parte delle istituzioni (11%).

Si riscontra anche una scarsa conoscenza, da parte di chi guida le PMI italiane, degli incentivi messi in campo dal Governo, e si è rilevato che ad esempio il 68% degli imprenditori non è aggiornato sui voucher consulenza in innovazione promossi dal MISE.

Il compito di Be4 Innovation è proprio questo. Mettere in luce le possibilità al servizio delle PMI italiane e accompagnarle nel cammino dell’innovazione. Il supporto tecnico, amministrativo ed economico permette alle aziende di cogliere tempestivamente le occasioni offerte e beneficiare degli incentivi, per crescere in maniera costante e sostenibile. 

Il 4.0 piace anche alle piccole imprese: il 34% ha usato gli incentivi

La digitalizzazione dell’industria non è una trasformazione per pochi eletti. Anche le piccole e medie imprese, con tutte le difficoltà del caso, si sono messe in marcia e ora un’indagine svolta dal Ministero dello Sviluppo Economico parla di una prima inversione di tendenza: quasi una su tre utilizza tecnologie 4.0 o ha in programma di farlo. In particolare, il 17,7% delle imprese che hanno tra 10 e 49 addetti già impiega sistemi che vanno dall’internet of things alla robotica, fino alla manifattura additiva al cloud. Il 9,4% ha intenzione di adottarli a breve. Un altro 1,2% è invece già dentro il paradigma 4.0 come produttore.

Il risveglio delle imprese fino a 50 dipendenti

Il picco naturalmente si registra oltre i 50 dipendenti: 32,2% di utilizzatori fino a 249 e 45,2% oltre i 250. Se poi si include nella valutazione tutto l’universo industriale, comprese le microimprese (1-9 addetti), meno sensibili alla svolta, il totale ovviamente si abbassa: 8,6% di «imprese 4.0». Ciò che appare chiaro però è il risveglio delle imprese tra 10 e 49 addetti. Anche l’Istat – nel suo recente rapporto sulla competitività dei settori produttivi – offre alcuni segnali interessanti, pur con la necessaria cautela.

Iperammortamento fiscale decisivo

Per oltre un terzo delle imprese con meno di 50 addetti (34,2%) l’iper ammortamento fiscale che incentiva l’acquisto di tecnologie 4.0 è stato rilevante per la scelta di investire, a fronte del 57,6% delle grandi. Le “piccole” hanno poi rappresentato il 68% delle imprese beneficiarie del credito di imposta per investimenti in ricerca e sviluppo, sempre più finalizzato alle trasformazioni digitali. Dall’altro lato però, per evitare trionfalismi prematuri, va ricordato che a fronte del 67% complessivo di imprese che nel 2017 ha dichiarato di aver effettuato nuovi investimenti, l’Istat stima che per le Pmi la quota si fermi ancora al 42%.

Lo scarto nella distribuzione territoriale

Non è irrilevante nemmeno la distribuzione territoriale. L’anticipazione dell’indagine segnala uno scarto significativo: 9,4% di diffusione al Centro Nord, 6,2% al Sud. Da uno studio del Laboratorio manifattura digitale dell’Università di Padova (vedi allegato) – condotto a campione sulle sole imprese manifatturiere di Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna – emergono dati ancora più chiari: in questo caso le imprese che adottano industria 4.0 salgono al 18,6% e tra queste sei su dieci sono micro piccole imprese.

«Competenze» ancora inadeguate

Gabriele Zanon, A.D. di BE4 Innovation, parla di una diffusione sempre maggiore pur in un quadro di «competenze» ancora inadeguate. «Il Governo ha disegnato strumenti semplici proprio a misura di piccole imprese – dice -: incentivi automatici di immediato utilizzo. E si iniziano a vedere i risultati: non è vero che Industria 4.0 è un programma per le grandi aziende». Poi però emerge netto il deficit di competenze, difficoltà principale per un quarto delle imprese che inizia a investire. «Certo, al di là delle dimensioni – aggiunge Zanon – conta anche la sensibilità all’innovazione del singolo imprenditore ed incide la presenza di competenze adeguate tra i dipendenti e gli stessi manager. Il Governo ha intrapreso un nuovo processo per sbloccare il credito di imposta per la formazione 4.0 e avviare i competence center per accelerare anche in questo campo».

Dopo le elezioni: che fine farà Industria 4.0?

L’esito delle elezioni sta sollevando non poche preoccupazioni da parte di chi aveva apprezzato la politica industriale dei governi Renzi e Gentiloni, con particolare riferimento al piano Industria 4.0, poi Impresa 4.0. Che cosa possiamo aspettarci che accada nel nuovo scenario politico disegnato il 4 marzo dagli elettori italiani?

Industria 4.0, fine di un’era?

“È finita l’era di Industria 4.0?”. Con la fine dei governi di centrosinistra e l’avvento di un futuro governo di cui ancora non si conosce la formazione, ma che avrà verosimilmente una guida marcata Movimento 5 Stelle o Lega, la domanda è certamente legittima. La risposta va articolata su almeno tre livelli.

Innanzitutto il piano tecnologico. È banale, ma va detto: non saranno le elezioni italiane a determinare la fine della quarta rivoluzione industriale, che del resto non ha certamente matrici politiche. L’adozione di incentivi serve come acceleratore per l’adozione di tecnologie e la formazione di competenze. Il piano nazionale industria 4.0 – impresa 4.0 sta consentendo alle imprese italiane di “stare davanti”, guidare una rivoluzione che, altrimenti, si rischierebbe di vivere nelle retrovie, senza sfruttare appieno il vantaggio degli “early adopter”, che spesso si tramuta in maggiore competitività sui mercati internazionali.

Gli incentivi automatici

Secondo, il piano tecnico. Dal punto di vista degli incentivi, il piano nazionale Industria 4.0 si basa sulla convinzione di fondo di Carlo Calenda e del suo staff che gli incentivi a bando non siano efficaci. Per questo la stragrande maggioranza delle misure adottate prevede la concessione di incentivi automatici. Super e iperammortamento, così come il credito d’imposta in ricerca e sviluppo o quello previsto dalla nuova Sabatini, ma anche il più recente bonus per la formazione 4.0, sono tutti incentivi ai quali possono accedere tutti quelli che soddisfano i requisiti previsti, nella maggior parte dei casi con una semplice autocertificazione e passando la documentazione al commercialista. Questa è, se vogliamo, la parte più rivoluzionaria del piano di incentivi made in Italy. E, benché l’idea degli incentivi automatici non abbia colore politico, non è detto che il futuro Ministro dello Sviluppo Economico abbia le stesse idee.

Marcare la discontinuità

Terzo, il livello più propriamente politico. Il piano nazionale industria 4.0 nasce innanzitutto dalla necessità di permettere al sistema manifatturiero italiano di ammodernare un parco macchine vetusto, favorendo, laddove vi fosse già un buon livello di maturità tecnologica, l’adozione delle tecnologie abilitanti per la digital transformation. Un piano, insomma, che risponde a una precisa esigenza posta dal mondo delle imprese.

Come però abbiamo avuto modo di vedere nella nostra rassegna pre-elettorale, gli schieramenti in campo, coalizione di centrosinistra a parte, non hanno previsto nei loro programmi misure che in qualche modo potessero inserirsi in continuità con quanto fatto negli ultimi anni. Il che da una parte è dovuto a una comprensibile esigenza di differenziazione e caratterizzazione politica, visto che le misure simbolo, come quella dell’iperammortamento, sono legate a doppio filo alla figura del ministro Calenda; dall’altra però l’esigenza di marcare la discontinuità rischia di vanificare il corposo sforzo, anche finanziario, finora messo in campo.

Se infatti è vero che alcune misure-simbolo avevano la funzione di produrre uno “shock” positivo (e hanno sicuramente colpito nel segno), ma si avvicinavano in ogni caso al capolinea (“L’iperammortamento non può durare per sempre”, aveva detto Calenda già lo scorso mese di giugno all’assemblea di Assolombarda), va anche detto che il sostegno al percorso di digital transformation del sistema manifatturiero italiano deve diventare strutturale. “Smontare Jobs Act e il piano Industria 4.0 significa rallentare, invece dobbiamo accelerare se vogliamo ridurre il divario e aumentare l’occupazione nel Paese”, ha dichiarato stamattina il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia.

Gli scenari, misura per misura

Allo stato attuale, con una maggioranza parlamentare ancora tutta da verificare, non si può immaginare con ragionevole certezza quello che accadrà. Tuttavia, se ipotizziamo che il Partito Democratico non farà parte del governo (o che comunque, se anche una parte dei suoi parlamentari appoggeranno un futuro governo non ne saranno certamente protagonisti), possiamo fare un piccolo esercizio di analisi di scenario.

Con la proroga inserita nell’ultima legge di bilancio si chiuderà probabilmente il ciclo di vita di super e iperammortamento. Chi quindi ha intenzione di sfruttare il corposo incentivo del credito d’imposta al 250% per l’investimento in macchinari e tecnologie 4.0 farebbe meglio a non sperare in ulteriori proroghe. Il termine ultimo per effettuare l’ordine è il 31/12/2018, mentre per le consegne c’è tempo ancora tutto il 2019.

Futuro incerto per la nuova Sabatini. Le risorse messe in campo con l’ultima finanziaria si esauriranno verosimilmente verso metà 2018, sancendo tecnicamente la fine di una delle misure di maggior successo degli ultimi anni. Non è escluso però che questa misura, che ha radici decisamente “antiche” (la prima Sabatini risale addirittura agli anni Sessanta), possa vivere una quarta vita.

Il credito d’imposta per le spese in ricerca e sviluppo è una misura pluriennale già finanziata e, salvo sorprese, non dovrebbe essere smontata almeno fino alla sua naturale scadenza (2020).

Per quanto riguarda la novità 2018, il credito d’imposta per le spese in formazione 4.0, difficilmente l’esperimento previsto per il 2018 (per il quale siamo ancora in attesa del regolamento attuativo) sarà ripreso anche nel 2019. Sappiamo però che le imprese premono perché anche gli investimenti nel capitale umano siano incentivati (“Se non vogliamo arretrare in competitività, Impresa 4.0 deve continuare con grande impegno sulla Formazione 4.0”, ha dichiarato Alfredo Mariotti, direttore di Ucimu – Sistemi per Produrre). Non è quindi da escludere una riformulazione della norma con diverse modalità di fruizione e scenari applicativi, con la probabile esclusione dei sindacati dalla partita.

Il futuro

Difficilmente un ipotetico governo a guida Centrodestra sarà sordo difronte alle richieste delle imprese. Anche perché l’ultima voce del programma di coalizione parlava esplicitamente di un “Piano di ristrutturazione delle tecnostrutture e migliore utilizzo delle risorse per le nuove tecnologie per tutto il sistema delle imprese, con particolare riferimento alle piccole e medie”.

È quindi possibile che l’eredità del piano impresa 4.0 venga in qualche modo raccolta da altre norme di incentivo. Tuttavia, visto l’orientamento di questa parte politica a scommettere maggiormente sulla riduzione delle aliquote fiscali con l’introduzione della flat tax, si fa fatica a immaginare dove potrebbero essere reperite ulteriori risorse da destinare a programmi di incentivazione.

Nel caso in cui sia invece il Movimento 5 Stelle a prendere le redini del governo, il piano è chiaramente esplicitato nel programma e va prevalentemente nella direzione della sburocratizzazione.

“Agire come attori della quarta rivoluzione industriale significa essere in grado di coglierne le opportunità per creare oggi nuove imprese e nuovi posti di lavoro realizzando prodotti e servizi innovativi. Questo prevede uno sforzo in due direzioni: da un lato è necessario favorire la nascita e la crescita di nuove impreseattraverso la sburocratizzazione e la riduzione degli oneri fiscali, dall’altro è fondamentale diffondere conoscenza in merito nel Paese e in particolar modo tra le generazioni che si apprestano a scegliere un percorso universitario o una carriera lavorativa”.

Concretamente il M5S “vuole sin da subito abolire le barriere che oggi limitano la nascita e lo sviluppo delle idee innovative. Da una parte andando a eliminare burocrazia e oneri per le imprese, specie nei primi anni di attività (come il contributo minimale INPS che impone il pagamento di 3600€/anno per ogni socio amministratore o dipendente di SRL, anche se fattura zero), dall’altra favorendo l’incontro degli innovatori tramite eventi o grazie all’istituzione di nuovi spazi di coworking laddove esistano locali pubblici inutilizzati”. A questo si giunge lo sviluppo di “hard e soft skills (STEAM – Science Technology Engineering Art Mathematics) sin dai più inferiori livelli di istruzione, instillando nei protagonisti di domani la conoscenza e le competenze per affrontare le nuove sfide”.

 

Fonte: articolo presente sul sito Innovation Post https://www.innovationpost.it/2018/03/06/dopo-le-elezioni-che-fine-fara-industria-4-0/
di Franco Canna.

Fondo Nazionale Efficienza Energetica

Cos’è

Il Fondo Nazionale per l’efficienza energetica favorisce gli interventi necessari per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di efficienza energetica, promuovendo il coinvolgimento di istituti finanziari, nazionali e comunitari, e investitori privati sulla base di un’adeguata condivisione dei rischi.

Istituito presso il Ministero dello sviluppo economico (articolo 15, comma 1, del decreto legislativo 4 luglio 2014, n. 102), il Fondo è disciplinato dal decreto interministeriale 22 dicembre 2017.

Cosa sostiene

Il Fondo sostiene gli interventi di efficienza energetica realizzati dalle imprese, ivi comprese le ESCO, e dalla Pubblica Amministrazione, su immobili, impianti e processi produttivi.

Nello specifico gli interventi sostenuti devono riguardare:

  • la riduzione dei consumi di energia nei processi industriali,
  • la realizzazione e l’ampliamento di reti per il teleriscaldamento,
  • l’efficientamento di servizi ed infrastrutture pubbliche, inclusa l’illuminazione pubblica
  • la riqualificazione energetica degli edifici.

Le sezioni

Il Fondo ha una natura rotativa e si articola in due sezioni che operano per:

  1. la concessione di garanzie su singole operazioni di finanziamento, cui è destinato il 30% delle risorse che annualmente confluiscono nel Fondo;
  2. l’erogazione di finanziamenti a tasso agevolato cui è destinato il 70% delle risorse che annualmente confluiscono nel Fondo

La sezione garanzie prevede inoltre, una riserva del 30% per gli i interventi riguardanti reti o impianti di teleriscaldamento, mentre il 20% delle risorse stanziate per la concessione di finanziamenti è riservata alla PA.

Cumulabilità

È altresì previsto che le agevolazioni concesse alle imprese siano cumulabili con agevolazioni contributive o finanziarie previste da altre normative comunitarie, nazionali e regionali nel limite del Regolamento de minimis laddove applicabile, o entro le intensità di aiuto massime consentite dalla vigente normativa dell’Unione Europea in materia di aiuti di Stato.

Per quanto riguarda le agevolazioni concesse alla Pubblica Amministrazione, esse sono cumulabili con altri incentivi, nei limiti di un finanziamento complessivo massimo pari al 100 per cento dei costi ammissibili.

Gestione

La gestione del Fondo sarà affidata ad Invitalia sulla base di apposita convenzione con il Ministero dello sviluppo economico e il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, che provvederà a pubblicare le modalità operative per la presentazione dei progetti.

Per l’avvio della fase operativa, il Fondo potrà contare su 150 milioni di euro già resi disponibili dal Ministero dello Sviluppo economico, che destinerà anche ulteriori 100 milioni di euro nel triennio 2018-2020.

Il Fondo sarà, inoltre, alimentato con le risorse messe a disposizione dal Ministero dell’Ambiente. Con i 150 milioni già disponibili si stima una mobilitazione di investimenti nel settore dell’efficienza di oltre 800 milioni di euro.

Normativa


Calenda: «Industria 4.0, i miei conti In arrivo altri 10 miliardi di incentivi»

Sarà un salto per le imprese e per il lavoro. Ancora poche le aziende italiane che innovano e internazionalizzano. Recuperare in fretta per evitare un altro choc»

Globalizzazione e progresso tecnologico accompagnano da sempre l’evoluzione dell’uomo e dal XV secolo in poi hanno iniziato ad accelerare fino a quando, alla fine del XX secolo, hanno preso un ritmo mai prima sperimentato che ha profondamente messo in crisi il nostro tessuto economico, sociale, culturale e politico.
Le classi dirigenti liberal democratiche dell’Occidente, per le quali progresso scientifico e internazionalizzazione hanno sempre rappresentato dogmi indiscutibili, non hanno compreso che questi fenomeni andavano governati e non solo promossi e sostenuti. Oggi c’è una consapevolezza diffusa sugli effetti polarizzanti — vincitori/vinti — della globalizzazione, molto meno su quelli persino più profondi dell’innovazione tecnologica che sta innescando un vero e proprio salto evoluzionistico (consiglio a questo proposito la lettura dei due straordinari saggi di Yuval Noah Harari). Questa premessa è utile per spiegare che tutto l’Occidente sta attraversando un crocevia della storia appassionante ma difficilissimo che non possiamo gestire con strumenti ordinari o peggio ignorare, come è successo per anni in Italia.

L’arrivo della Cina

Da quando la Cina nel 2001 è entrata nell’organizzazione mondiale del commercio, l’Italia ha perso circa il 20% di base manifatturiera ma ha guadagnato oltre 140 miliardi di esportazioni. Ancora quest’anno, mentre il nostro export cresce all’8% — ovvero il doppio di quello francese e più di quello tedesco — la crescita del Paese rimane inferiore rispetto a quella europea, per non parlare della produttività e dell’occupazione.

Un mondo di mezzo

Queste apparenti contraddizioni derivano dal fatto che il sistema produttivo italiano è diviso tra un 20% di imprese competitive, un 20% di imprese in crisi e un universo di mezzo che sopravvive ma non ha ancora fatto il «salto». In poche parole sono ancora troppo poche le imprese italiane che innovano e si internazionalizzano. Aumentare gli investimenti in questi due driver di crescita è dunque la chiave per costruire un benessere duraturo. Il tempo è poco e il nostro paese è partito in ritardo. Recuperare il terreno perduto è fondamentale se non vogliamo essere investiti da un altro choc come quello che abbiamo vissuto in Italia con la prima fase della globalizzazione. Fino a un anno fa la conoscenza di industria 4.0 era bassissima: da un’indagine del Politecnico di Milano risulta che nel 2016 circa il 40% delle aziende dichiarava di non conoscerla affatto, oggi questo dato è sceso all’8%. Questo cambiamento è stato il frutto dello sforzo corale che ha accompagnato l’approvazione e l’implementazione del Piano nazionale industria (oggi Impresa) 4.0.

Gli investimenti del Governo

L’anno scorso il Governo ha varato strumenti finanziari e incentivi fiscali automatici all’innovazione e agli investimenti tecnologici per circa 20 miliardi di euro. Il risultato è stato un aumento esponenziale degli investimenti delle imprese italiane, con picchi di quasi il 70% nell’incremento degli ordinativi delle macchine utensili nell’ultimo trimestre. Ma, ancora più dei numeri, è importante la ritrovata spinta di tutto il sistema Paese, dai sindacati alle imprese, verso una nuova visione di politica industriale che ha abbandonato velleità, metodi dirigisti e strumenti barocchi e inutili, primi fra tutti i famigerati incentivi a bando. E va riconosciuto il fatto che, per una volta, anche tutto il sistema politico, maggioranza e opposizione, ha sostenuto il Piano nazionale.

Il secondo capitolo

Quest’anno con la Legge di bilancio vareremo il secondo capitolo del piano, che affiancherà agli stimoli fiscali agli investimenti un credito d’imposta dedicato alla formazione e il potenziamento degli Istituti tecnici superiori. Complessivamente altri 10 miliardi di euro che rendono il piano italiano il più imponente in Europa. Aggiungo che super/iperammortamenti e crediti d’imposta hanno il vantaggio di anticipare gli investimenti e spalmare l’impatto sulla finanza pubblica nel corso degli anni successi. Un’allocazione delle risorse virtuosa, al contrario di quanto avviene negli investimenti pubblici che “atterrano” sul paese molti anni dopo essere stati appostati nel bilancio dello Stato. La sfida è però lungi dall’essere vinta. La quarta rivoluzione industriale porta con sé anche rischi seri per l’occupazione.

Limiti e lentezze

Per questo da qui in avanti le priorità saranno competenze e formazione sulle quali scontiamo un ritardo decennale e dove oggettivamente anche il nostro Piano ha mostrato limiti e lentezze nel primo anno di applicazione. Quanto fatto in questi due anni non servirà a nulla se il piano non continuerà in futuro, diventando sempre più una missione per tutto il Paese. Una missione che ci è congeniale ma che continuerà a richiedere un poderoso sforzo, prima di tutto culturale, a imprese, lavoratori e pubblica amministrazione.

Fonte:
Articolo di Carlo Calenda – Corriere della Sera online – www.corriere.it