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Innovazione tecnologica e impresa 4.0 nel settore agroalimentare: quattro chiacchiere con Ezio Miroglio

L’aumento della domanda, la trasformazione dei gusti dei consumatori e il passaggio al digitale stanno rivoluzionando il settore alimentare. Quali sono le innovazioni necessarie? Come stanno reagendo le aziende piemontesi? Ne abbiamo parlato insieme a Ezio Miroglio, che ha condiviso con noi la sua esperienza.  

L’azienda F.lli Miroglio 

La F.lli Miroglio Snc è una delle più antiche aziende italiane dedita alla commercializzazione di pollame e affini, nonché il più longevo Macello di Avicoli in Piemonte. 

Già nel 1855 un membro della famiglia – Lorenzo – fondò il Mercato del Pollame in Piazza della Commenda, a Genova. In quegli anni il commercio era effettuato per mezzo di calessi e carrette che, partendo dalla provincia di Asti, dopo un lungo e tortuoso viaggio, arrivavano a Genova con il loro carico di polli “nostrani”, vere e proprie prelibatezze che finivano sulla tavola dei buongustai. 

Ancora oggi l’azienda Fratelli Miroglio reperisce i suoi polli “nostrani” sugli stessi mercati di allora, nelle cascine e nei piccoli allevamenti famigliari che hanno conservato la vera tradizione della Bionda di Villanova. Negli anni ’80 e ’90 l’Azienda Miroglio è stata, infatti, l’unica a continuare la macellazione e la commercializzazione della “Bionda”, e di fatto la salvaguardia di questa razza, quando tutti ritenevano che avesse perso ogni interesse economico, in un mercato già pesantemente globalizzato e dominato da prodotti allevati in gabbia o in modo estensivo.

Valerio e Virginio Miroglio (padri dei titolari odierni) divennero gli ambasciatori di questo prodotto, oggi rinomato. Resero la Bionda di Villanova apprezzata e ricercata su mercati extraregionali come la Lombardia e l’Emilia Romagna, in cui la ricetta tradizionale delle Paste in Brodo e dei Bolliti misti non potevano prescindere da una buona “gallina grassa e gialla”.

Oltre alla macellazione e alla selezione di tutti i generi di avicoli (polli, faraone, galline, capponi) la F.lli Miroglio ha implementato una serie di elaborazioni a base di carni bianche che vengono definite di “terza e quarta generazione”, ovvero arrosti, prodotti ripieni, spiedini, hamburger, prodotti panati) 

La loro attività non è relegata solo al territorio nazionale. Ormai da 15 anni importano dalla Francia prodotti avicoli di pregio, come il Pollo di Bresse, unico pollo al mondo ad avere la D.O.C., il Pollo Noir della Borgogna, le Anatre di Dombes, il Fois Gras di Anatra del Sud Ovest “Ferm’Adour” IGP, piccioni e quaglie giganti di Bretagna, in un catalogo che complessivamente conta circa duemila articoli tra freschi e congelati. 

Quali sono i progetti realizzati nel 2020? 

“Lo scorso anno abbiamo cominciato insieme a Be4 Innovation un percorso di innovazione 4.0, in cui credo fermamente” dice Ezio.”

Siamo partiti dall’analisi dei processi per poi stendere un piano di digitalizzazione per logistica e produzione. Il progetto prevede di lavorare soprattutto sul magazzino, ma non solo. 

Stiamo implementando nuovi sistemi uomo/macchina con l’utilizzo di apparati tecnologici con l’idea di rendere più efficiente il magazzino.”

Quanto vi sentite digitalmente “maturi”? 

“Partiamo dal presupposto che per il tipo di settore commerciale, la tipologia delle lavorazioni, la collocazione geografica e la clientela cui ci rivolgiamo, siamo stati e continuiamo ad essere un Azienda tradizionalista, nei valori ma anche nella mentalità.

Mi spiego meglio: i nostri clienti da sempre apprezzano l’elaborazione “artigianale” dei prodotti, curata dal punto di vista visivo ma soprattutto dal punto di vista sostanziale di quello che va nel piatto del cliente finale.

Questo ci ha portato per tantissimi anni a non credere eccessivamente nell’automazione troppo spinta dei processi e a rimanere più legati possibili ad un lavoro fatto manualmente per ciò che riguarda il sezionamento, l’elaborazione, la cernita manuale e il confezionamento delle nostre carni. Su ogni pezzo venduto mettiamo la nostra firma che è storicamente apprezzata e considerata degna di fiducia. Da qui la reticenza a cambiare.   

Ecco perché fino a quattro anni fa siamo stati un’azienda prettamente “analogica” e molto tradizionale nei processi di lavoro. 

Solo alla fine del 2016 abbiamo iniziato la nostra piccola “rivoluzione”: il primo passo è stato prendere gli ordini ed elaborarli in digitale.”

Quali sono le innovazioni introdotte ad oggi? 

“Subito dopo la digitalizzazione degli ordini abbiamo introdotto nella gestione del magazzino in entrata e in uscita una rintracciabilità dei lotti, attraverso i codici a barre e la rilevazione con devices a tecnologia laser.

In contemporanea abbiamo cominciato a gestire anche gli articoli e le etichette emesse dalle bilance attraverso un programma che viene controllato direttamente dal nostro ufficio e che gestisce in questa maniera le liste ingredienti, le composizioni e i lotti di ogni prodotto che esce dal nostro stabilimento.

Dal 2019 abbiamo poi iniziato l’introduzione della tecnologia “Internet delle macchine” anche in produzione, mettendo in collegamento alcuni apparati del nostro impianto di macellazione con unità di controllo e rilevazione dati da remoto.”

E i progetti per il 2021?

“Per il 2021 contiamo di arrivare alla completa digitalizzazione del magazzino merci, in entrata e in uscita, aggiornando anche le postazioni di approntamento ordini con computer touchscreen e terminali portatili che dialogano tra di loro e con le bilance intelligenti che abbiamo in preventivo di acquisire entro il mese di giugno. Tutti i dispositivi saranno in grado di collegarsi con la parte informatica dell’azienda, andando a sostituire tutta la mole di documenti cartacei che condiziona la velocità delle operazioni e che ci permetterà un risparmio sul consumo di supporti cartacei di varia natura, aspetto non indifferente anche dal punto di vista ecologico (stimiamo una riduzione del 15/20% del consumo di carta durante questa transizione digitale).

Stiamo valutando anche la creazione di una nostra App per la gestione degli ordini e delle offerte alla clientela e sempre in ottica di evoluzione commerciale stiamo progettando il nostro primo negozio “on line”. Un e-commerce per la vendita diretta di una serie di prodotti elaborati in vetro che stiamo realizzando con uno chef stellato della nostra regione.    

Ovviamente si può sempre fare di più. Abbiamo in mente anche di digitalizzare tutti i controlli delle macchine per la macellazione, per il taglio e per il confezionamento in modo da avere un controllo immediato sulla produzione.”

Con la diffusione di nuove tecnologie cresce anche la complessità dei processi e delle competenze richieste, non solo digitali. Quanto conta per voi la formazione? Avete investito in questo ambito nel corso del 2020? 

Uno dei settori in cui abbiamo investito in questi ultimi anni è sicuramente quello della formazione del personale che deve utilizzare tecnologie informatiche e devices moderni nel magazzino merci.

Siamo stati comunque molto impressionati dalla velocità con cui il personale ha appreso l’utilizzo di elaboratori, pistole a lettura laser e etichettatrici digitali.

Con Be4 Innovation abbiamo già organizzato corsi di formazione in questo ambito e ne abbiamo in programma altri sempre finalizzati all’evoluzione e alla crescita dei nostri collaboratori.

Ogni sei mesi programmiamo alternativamente anche corsi sulla sicurezza su posto di lavoro, sul benessere animale, sull’utilizzo di apparecchi e macchine presenti in azienda.” 

La trasformazione dell’intero settore grazie alla tecnologia continuerà, quindi, a creare interessanti opportunità, specie per aziende lungimiranti come la F.lli Miroglio di Baldichieri di Asti. In un mercato in così rapida evoluzione sarà sicuramente necessario non perdere mai di vista le opportunità derivanti dall’utilizzo di Fondi Europei e Nazionali per il finanziamento di progetti di sviluppo, volti a migliorare ambienti di lavoro e metodologie applicate. Una grande opportunità per continuare a crescere. 

Digital transformation e PMI: intervista a Tatiana Mazali

Qual è il ruolo della PMI nell’epoca di grandi trasformazioni, non solo digitali, che stiamo vivendo? Come sarà l’imprenditore del futuro? Quali caratteristiche avrà il lavoratore 4.0?

Ne abbiamo parlato insieme a Tatiana Mazali, sociologa e ricercatrice dei processi culturali e comunicativi, docente del Politecnico di Torino. Tatiana si occupa di cultura digitale, linguaggi dei media e trasformazioni del lavoro, e collabora con Torino Nord Ovest. L’abbiamo incontrata durante una delle tappe del percorso di alta formazione Alambicco dedicata ai nuovi equilibri tra soft e hard skill, di cui è stata docente.

Ci daresti una tua definizione di Industria 4.0?

Industria 4.0 per me ha il suo cuore nella comunicazione. Corrisponde all’irruzione della comunicazione nella produzione. Quindi centrale in Industria 4.0 non è la tecnologia, e nemmeno il fattore umano considerato nella sua singola dimensione, bensì la comunicazione, ossia i sistemi intelligenti che compongono i sistemi socio-tecnici (macchine, persone, organizzazioni): flussi di informazione, capacità di elaborare conoscenza. 

Qual è il ruolo della PMI italiana nella trasformazione digitale in corso?

Nel caso delle PMI italiane Industria 4.0 permette di “industrializzare l’artigianato” (efficienza, gestione intelligente, data decision making…) mantenendo il loro grande valore legato alla capacità di fare prodotti e servizi di qualità adattandoli in modo agile per rispondere alle richieste di mercati più flessibili. 

Nei Paesi dove prevale la grande industria il paradigma 4.0 è orientato a flessibilizzare la produzione verso la mass customization, ma flessibilità e customizzazione sono già presenti in molti PMI italiane, pensiamo a quelle dei settori Made in Italy, quindi in questo caso Industria 4.0 serve a mettere efficienza (ma non solo) in produzioni che sono ancora molto legate al modello artigianale. 

L’automazione: risorsa o minaccia per le aziende italiane?

L’automazione è strada intrapresa da ben prima della diffusione del digitale. L’automazione digitale a differenza di quella meccanica è un’automazione che permette di creare conoscenza (partendo dai dati). Quindi direi che è sia una risorsa (in termini di efficienza e di “intelligenza” della produzione) sia una minaccia (in termini di sostituzione del lavoro). Va detto che le imprese che innovano e restano saldamente sul mercato difficilmente riducono la propria forza lavoro, anche quando sono imprese fortemente automatizzate. 

Se dovessi disegnare un identikit del lavoratore 4.0, come sarebbe? 

Molte le parole che ne identificano i tratti salienti, sintetizzando: agile, appassionato, disposto a ricollocarsi in pratiche del lavoro che cambiano, con un medio-alto livello di scolarizzazione, che sappia unire sapere tecnico e competenze trasversali. 

E dell’imprenditore 4.0?E dell’imprenditore 4.0? 

L’imprenditore 4.0, ma direi l’imprenditore tout court, sa che l’organizzazione socio-tecnica (quindi l’unione e le relazioni tra persone, tecnologie, strumenti, pratiche, norme, valori) è frutto di un delicato equilibrio che va progettato e mantenuto nel tempo. Questo richiede visione, capacità di trasformare la propria organizzazione quando necessario, energia e investimenti per accompagnare le persone nei percorsi di innovazione, che non hanno mai solo a che vedere con una determinata tecnologia. 

L’imprenditore 4.0 deve saper coniugare scelte innovative, saperi tecnologici, valorizzazione delle persone.

La digital transformation è davvero per tutti?

Diciamo che è accessibile, certamente più oggi di ieri. Ma direi anche che è per chi la vuole e la riconosce. 

Parlaci del tuo lavoro di ricerca e della collaborazione con Torino Nord Ovest 

Torino Nord Ovest, centro di ricerca e impresa sociale che si occupa di ricerca socio-economica e divulgazione scientifica, mi ha permesso di intraprendere il primo grande viaggio di ricerca su Industria 4.0 in tempi non sospetti. Quando ad occuparsi di Industria 4.0 c’erano solo i tedeschi, la comunità europea, e pochi accademici, Torino Nord Ovest intraprese la prima ricerca empirica sul nostro territorio nazionale. E da lì non si è fermata, dopo aver guardato le grandi imprese ha intrapreso la seconda importante ricerca nazionale focalizzata sulle PMI del Made in Italy. Ne sono nati due libri, che hanno viaggiato tanto e ci hanno permesso di viaggiare molto incontrabndo pubblici diversi in Paesi diversi: “Industria 4.0. Uomini e macchine nella fabbrica digitale” e “Il lavoro che serve. Persone nell’Industria 4.0” editi da Guerini.  

Queste ricerche mi hanno permesso di scoprire imprese e professionisti-lavoratori incredibili. 

Sei stata nostra docente nell’ultima tappa dell’Alambicco, evento di Alta Formazione rivolto a manager e imprenditori. In questa occasione ci hai parlato della figura del trasformatore. Ci spiegheresti il suo ruolo in azienda? 

In ogni impresa che si fa 4.0, c’è una persona al centro del meccanismo. 

È istruita, di solito è ingegnere ma con varie specializzazioni, sempre più spesso è donna, ha un’età intorno ai quarant’anni. Incarna perfettamente la filosofia aziendale, perché sa interpretare i valori tradizionali della sua impresa in una chiave nuova, sa portare avanti la macchina senza mai strappare. Si occupa essenzialmente di processi e lavora sempre in squadra, è creativa ma pragmatica e il suo compito principale è cercare soluzioni ai problemi – veri o presunti – che i processi di innovazione tecnologica portano con sé. 

È un facilitatore, creativo e insieme pragmatico, il suo compito è far accadere le cose

Al centro del crogiuolo di forze tecnologiche, sociali e di business che si ricombinano nel campo della trasformazione industriale c’è dunque una persona in carne ed ossa. 

Scoprire, conoscere, raccontare queste persone è la nuova ricerca che Torino Nord Ovest vorrebbe intraprendere, ci stiamo lavorando insieme all’interno della convenzione di ricerca tra Torino Nord Ovest e Politecnico di Torino, speriamo di darvi presto aggiornamenti! 

Ripartire con la digitalizzazione delle imprese

Nel 2019 il mercato dell’Industria 4.0 è cresciuto del 22% a sfiorare i 4 miliardi di valore, e oggi come non mai, in tempi di Covid-19, la digitalizzazione delle imprese è chiamata ad avere un ruolo fondamentale nel consentire la ripartenza economica. Ma nonostante l’ottimo risultato e le prospettive di una tendenza in una certa direzione, non mancano le perplessità: intanto sulle scelte del Governo, che per ora ha dato continuità al piano lanciato 4 anni fa dal precedente esecutivo, e poi sulle imprese che sono ancora molto disorganizzate nella gestione dei loro progetti di innovazione. E’ questo il quadro che emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, presentata al convegno online “Digital New Normal: essere 4.0 ai tempi del Covid

Il digitale al centro delle strategie aziendali

Trascorsi quasi tre mesi dalla dichiarazione di isolamento nazionale, ci stiamo iniziando ad accorgere della sfida epocale che abbiamo davanti in termini di innovazione digitale. 

Stiamo assistendo al più grande tentativo di trasformazione digitale del nostro Paese. Un tentativo forzato, innaturale. Ma se è vero che almeno per un po’ dovremo abituarci a una nuova normalità e che l’innovazione digitale sarà una colonna portante di questa normalità, dobbiamo sbloccare quanto prima un freno storico: l’assenza di competenze digitali

Sarà necessario:

  • accrescere il grado di maturità digitale, ancora troppo basso;
  • innalzare il livello di competenze, drammaticamente basso, che ci pone ai margini delle classifiche internazionali;
  • mettere il digitale al centro delle strategie aziendali, in un sapiente mix di processi, organizzazione e tecnologia. 

È uno sforzo da compiere, perché l’antifragilità e la resilienza delle catene globali del valore si rafforzano con l’apporto del digitale. 

Gabbiotti recintati e postazioni remotizzate, realtà aumentata, Iot: gli strumenti per il grande balzo digitale anche in fabbrica ci sono. 

Le catene globali di valore sicuramente si accorceranno e con l’apporto delle tecnologie si creeranno filiere digitali

Per questo servono le aggregazioni, perché il tessuto industriale italiano, benché se ne parli da almeno un decennio, resta troppo frammentato e poco diversificato sull’export per competere. 

La digitalizzazione delle informazioni (produzione, immagazzinamento e condivisione dei dati), lungo l’intera catena del valore, potrà dare sicuri vantaggi a quelle imprese in grado di ripensare alla propria strategia con filiere a lunghezza variabile, gestite in maniera più smart con il supporto del digitale.

Le tecnologie digitali possono intervenire nell’individuazione dei nodi deboli e viceversa dei nodi forti, apportando vantaggi: ingegnerizzando nuovi servizi; imparando a fare sistema attraverso aggregazioni; essere più strutturati a competere in Italia e all’estero; aumentare la trasparenza e la visibilità lungo la catena a monte e a valle; gestire il portafoglio prodotti considerando la safety come un parametro valutativo in più; individuare percorsi di logistica alternativi e più attenti all’impatto ambientale; riorientare la supply chain, eliminando le ridondanze e andando verso fornitori più sicuri e affidabili; configurare in maniera flessibile, con costi noti, i diversi nodi delle catene.

In un periodo di probabile recessione come quello verso cui andiamo incontro nei prossimi mesi, in cui le stime vedono un Pil in caduta e una disoccupazione dilagante, le variabili su cui non ridurre gli investimenti sono essenzialmente due: 

  • la rivoluzione digitale che permette di mantenere attivi e profittevoli anche settori tradizionalmente non basati sull’information Technology;
  • l’attenzione alle persone, attraverso l’ascolto, il coinvolgimento e la creazione di condizioni lavorative, tecnologicamente avanzate, che permettano loro di contribuire alla produttività, nonché di continuare a dimostrare e sviluppare il loro potenziale innovativo.

La prova di una rapida diffusione del digitale nell’economia e il suo già evidente impatto sui mercati del lavoro mostrano quanto il governo e le aziende debbano agire per tenere il passo con questi cambiamenti. 

Il governo è consapevole, in vista della presidenza italiana nel 2021 del G20, di dover accelerare verso modelli di business digitali e innovativi nello svolgimento della produzione e della cooperazione commerciale internazionale con l’obiettivo di rafforzare la resilienza delle imprese, con particolare riferimento alle Pmi.

Il 4.0 piace anche alle piccole imprese: il 34% ha usato gli incentivi

La digitalizzazione dell’industria non è una trasformazione per pochi eletti. Anche le piccole e medie imprese, con tutte le difficoltà del caso, si sono messe in marcia e ora un’indagine svolta dal Ministero dello Sviluppo Economico parla di una prima inversione di tendenza: quasi una su tre utilizza tecnologie 4.0 o ha in programma di farlo. In particolare, il 17,7% delle imprese che hanno tra 10 e 49 addetti già impiega sistemi che vanno dall’internet of things alla robotica, fino alla manifattura additiva al cloud. Il 9,4% ha intenzione di adottarli a breve. Un altro 1,2% è invece già dentro il paradigma 4.0 come produttore.

Il risveglio delle imprese fino a 50 dipendenti

Il picco naturalmente si registra oltre i 50 dipendenti: 32,2% di utilizzatori fino a 249 e 45,2% oltre i 250. Se poi si include nella valutazione tutto l’universo industriale, comprese le microimprese (1-9 addetti), meno sensibili alla svolta, il totale ovviamente si abbassa: 8,6% di «imprese 4.0». Ciò che appare chiaro però è il risveglio delle imprese tra 10 e 49 addetti. Anche l’Istat – nel suo recente rapporto sulla competitività dei settori produttivi – offre alcuni segnali interessanti, pur con la necessaria cautela.

Iperammortamento fiscale decisivo

Per oltre un terzo delle imprese con meno di 50 addetti (34,2%) l’iper ammortamento fiscale che incentiva l’acquisto di tecnologie 4.0 è stato rilevante per la scelta di investire, a fronte del 57,6% delle grandi. Le “piccole” hanno poi rappresentato il 68% delle imprese beneficiarie del credito di imposta per investimenti in ricerca e sviluppo, sempre più finalizzato alle trasformazioni digitali. Dall’altro lato però, per evitare trionfalismi prematuri, va ricordato che a fronte del 67% complessivo di imprese che nel 2017 ha dichiarato di aver effettuato nuovi investimenti, l’Istat stima che per le Pmi la quota si fermi ancora al 42%.

Lo scarto nella distribuzione territoriale

Non è irrilevante nemmeno la distribuzione territoriale. L’anticipazione dell’indagine segnala uno scarto significativo: 9,4% di diffusione al Centro Nord, 6,2% al Sud. Da uno studio del Laboratorio manifattura digitale dell’Università di Padova (vedi allegato) – condotto a campione sulle sole imprese manifatturiere di Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna – emergono dati ancora più chiari: in questo caso le imprese che adottano industria 4.0 salgono al 18,6% e tra queste sei su dieci sono micro piccole imprese.

«Competenze» ancora inadeguate

Gabriele Zanon, A.D. di BE4 Innovation, parla di una diffusione sempre maggiore pur in un quadro di «competenze» ancora inadeguate. «Il Governo ha disegnato strumenti semplici proprio a misura di piccole imprese – dice -: incentivi automatici di immediato utilizzo. E si iniziano a vedere i risultati: non è vero che Industria 4.0 è un programma per le grandi aziende». Poi però emerge netto il deficit di competenze, difficoltà principale per un quarto delle imprese che inizia a investire. «Certo, al di là delle dimensioni – aggiunge Zanon – conta anche la sensibilità all’innovazione del singolo imprenditore ed incide la presenza di competenze adeguate tra i dipendenti e gli stessi manager. Il Governo ha intrapreso un nuovo processo per sbloccare il credito di imposta per la formazione 4.0 e avviare i competence center per accelerare anche in questo campo».