Internazionalizzazione delle PMI, un’occasione da cogliere.

Cosa devono fare le aziende che vogliono aprirsi ai mercati esteri e in quali rischi incorrono? Proviamo a scoprirlo in questo articolo parlando con l’avvocato Maria Cristina Pasi. 

Globalizzazione e rivoluzione digitale sono i due agenti principali che hanno portato all’attenzione di piccole e medie imprese la parola “internazionalizzazione”. 

Il processo di internazionalizzazione, però, non è facile come può sembrare e non si limita alla mera esportazione dei propri prodotti all’estero; prevede invece l’insediarsi, da parte di un’azienda, all’interno di uno o più mercati esteri mettendo a punto una serie di strategie e attività. Si tratta quindi di un processo complesso che prevede diverse fasi da rispettare e requisiti da avere. 

Per fare chiarezza, abbiamo intervistato l’Avvocato Maria Cristina Pasi, Presidente Nazionale dell’Ordine giovani Avvocati e titolare dello Studio Legale Pasi, con sede in Cuneo. 

L’Avv. Maria Cristina Pasi, Presidente Nazionale dell’Ordine giovani Avvocati.

Qual è il giusto approccio che le PMI devono adottare per affacciarsi verso il mercato internazionale? 

Per le PMI il mercato internazionale può costituire un’immensa opportunità di sviluppo: in primo luogo, le nostre imprese beneficiano della fama di cui il Made in Italy gode nel mondo per cui vi è continua ricerca di qualità italiana. Inoltre, avere uno sbocco internazionale può svolgere un’importante funzione di ammortizzazione e attenuazione delle flessioni del mercato interno; chiaramente, è necessario avere un target di Paesi dove il mercato dei beni italiani sia costituito non tanto dalla fascia media della popolazione, bensì a quella alta e molto alta. 

Ecco un esempio concreto: un bene che ha un prezzo considerato medio in Italia, in Paesi dove il reddito pro-capite è sensibilmente più basso diventa in automatico, a prezzo invariato, un bene di lusso, e i mercati di fascia alta sono quelli che, statistiche alla mano, hanno subito meno flessione nei momenti di crisi.

Tengo sempre a rimarcare la netta distinzione tra delocalizzazione e internazionalizzazione:l’internazionalizzazione crea un circolo virtuoso grazie al quale razionalizzando le risorse dell’azienda allocando parte dei cicli produttivi all’estero, si riesce a mantenere una struttura solida e competitiva in Italia. L’impresa, in poche parole, diventa molto più elastica, perché risente meno delle flessioni dei mercati, e ciò innesca molti benefici, quali ad esempio più risorse per gli investimenti, non dover ricorrere a ridimensionamenti o a tagli del personale in Italia.

Il modo giusto per porsi, secondo la mia esperienza, è stabilire in base alle proprie esigenze l’obiettivoche si persegue: ad esempio, l’imprenditore che fa lavorazione di materie prime nel settore metallurgico si rivolgerà ad alcuni Paesi, l’imprenditore agricolo ad altri.

L’esperienza pluriennale nei Paesi dell’Est e nei Balcani che ho maturato mi porta a dire tranquillamente che là vi sono magnifiche opportunità, grossi incentivi statali e sistemi fiscali decisamente competitivi, ormai anche le infrastrutture, con la pioggia di contributi europei, sono decisamente ammodernate. Tuttavia, come spesso accade, là dove ci sono le migliori possibilità vi sono anche le maggiori insidie: è necessario prestare molta attenzione a tutte quelle associazioni private che spesso hanno nomi evocativi come “camera di commercio tal dei tali”, in realtà spesso già diffidate da Assocamerestero dall’uso di tali denominazioni in quanto sono solo un modo per fare soldi facili con servizi inutili o fasulli che non sono altro che un modo per far spendere nell’immediato soldi all’imprenditore senza dargli nulla in cambio.

Qual è l’approccio giusto che un imprenditore deve avere verso il tema internazionalizzazione? Quali i passaggi che deve effettuare per non rischiare di commettere errori?

L’approccio giusto che l’imprenditore deve avere è quello rigoroso e pragmatico: prima di tutto capire che vi sono grandi differenze culturali per cui non farsi scoraggiare dal modo diverso di fare impresa all’estero, e poi affrontare l’internazionalizzazione con una rete di professionisti seri e competenti. La scelta del Paese giusto per il core-business della propria azienda, dei professionisti giusti che possano offrire un panorama fiscale completo è fondamentale: infatti, spesso si viene attratti da fiscalità di favore sulla tassazione dei proventi da impresa, tuttavia la tassazione degli utili può variare sensibilmente da Paese a Paese, così come anche la stabilità dei diversi sistemi bancari, per cui è necessario fare scelte strategiche che permettano di valutare tutti i pro e i contro a trecentosessanta gradi.

La possibilità di poter avere accesso a informazioni date dalle Ambasciate e dalle rappresentanze diplomatiche si rivela molto spesso utilissima, in questo ambito.

Non bisogna poi scordare un vantaggio molto grande, specie per chi internazionalizza nei Paesi dell’Est Europa: oltre a un fisco che premia l’impresa e non la mortifica, sono geograficamente vicini per cui facilmente raggiungibili e l’imprenditore può controllare personalmente l’impianto produttivo affrontando un viaggio di poche ore; inoltre, la manodopera è specializzata nell’esecuzione e per una questione di ottima mentalità esecutiva ma scarsa creatività, l’imprenditore italiano non corre il rischio di vedere il proprio know-how copiato dopo poco tempo come può accadere a chi si rivolge, ad esempio, al mercato cinese.

Per prima cosa è opportuno l’avere un approccio molto pragmatico e rigoroso: ben si sa che i Paesi che offrono più opportunità, sono spesso quelli dove il rischio è più alto, motivo per cui è necessario poter contare su una rete di professionisti seri e competenti che consiglino l’imprenditore in base all’attività della sua azienda: per l’agricoltura, ad esempio, è ottima l’area balcanica e in particolare la Macedonia, per il settore minerario, del legname e metallurgico l’Ucraina, per quello dei semilavorati l’Ungheria e la Bulgaria, insomma, è opportuno scegliere in modo sartoriale il Paese in base ai settori imprenditoriali e, molto importante, in base alla stabilità del sistema bancario e alla fiscalità.

Un esempio: l’Ungheria attrae investitori esteri con una tassazione, molto vantaggiosa, del 9% sugli utili. Nessuno dice, però, che a chiusura bilancio l’imprenditore dovrà pagare anche un 2% di imposta comunale obbligatoria sul fatturato e la tassazione sui dividendi è al 15%, mentre in altri Paesi, come la Bulgaria, scende al 5%. E’ fondamentale inoltre rivolgersi a chi abbia chiare conoscenze delle realtà geopolitiche: ad esempio, vi sono grandissimi incentivi alla costruzione di stabilimenti produttivi nelle zone vicine al Donbas in Ucraina: tuttavia, è una realtà molto vicina al teatro di guerra russo-ucraino, per cui è necessario fare prudenti valutazioni. E’ chiaro che la scelta finale spetta all’imprenditore, ciò nonostante, egli deve essere messo in condizione di avere il più grande numero di informazioni a sua disposizione.

Pochi sanno, ad esempio, delle free zone in Macedonia, aree ad esenzione fiscale decennale in cui è possibile concordare con i Ministeri di riferimento in base all’attività che si vuole avviare la misura dei contributi dello Stato alla costruzione degli impianti produttivi.

Quali sono i mercati che lei ritiene più interessanti per il Made in Italy?

Il Made in Italy è ricercato e corteggiato in tutto il mondo, come sinonimo di assoluta qualità e artigianalità, per cui ritengo che il mercato di riferimento possa essere l’intero mondo, tuttavia l’imprenditore deve scegliere, in base anche alle sue dimensioni aziendali, un Paese in base alla sua raggiungibilità, alle infrastrutture, alla qualificazione della manodopera in relazione al costo, alla fiscalità e alla stabilità bancaria.

Occupandomi di Est Europa e Balcani, ritengo che, sempre in relazione all’attività che si vuole svolgere, Paesi europei che possono ancora offrire molto siano la Bulgaria, in relazione a determinate attività  l’Ungheria, mentre per restare nell’ambito “vicino” ma extra Unione Europea, senza dubbio Macedonia (settore agricolo e produttivo nelle free tax zone), Montenegro, Armenia (specie nel settore calzaturiero e della distillazione) e, nella parte centrale e occidentale, l’Ucraina (materie prime, settore metalmeccanico e metallurgico).

Infine, che importanza rivestono la rete vendita, la rete logistica e l’utilizzo dei canali digitali nel processo di internazionalizzazione?

Tutte e tre le cose rivestono importanza grandissima: come detto prima, le infrastrutture e la rete logistica devono  fare parte della prima fase di valutazione sull’internazionalizzazione: è infatti inutile avere condizioni produttive vantaggiose se poi la rete logistico-infrastrutturale è carente, perché la velocità della circolazione dei beni è fondamentale e una rete non adeguata può rallentarla e aumentare i costi.

I canali digitali sono il futuro dato che, attraverso siti specializzati, anche il piccolo imprenditore di nicchia che difficilmente avrebbe visibilità se non nel suo settore di riferimento, può offrire i suoi prodotti e farsi conoscere dall’altra parte del globo. Web marketing, implementazione dei propri siti di riferimento, ricerca e creazione di nuovi canali digitali di distribuzione sono fondamentali per aggredire un mercato sempre più globale e questo aspetto in Italia attualmente viene ancora purtroppo molto spesso trascurato o ritenuto di secondo piano.

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