Il Metodo Belli, intervista a Raffaele Belli

Imprenditore, Dottore di Ricerca, Digital Manager, Stratega Digitale. È Raffaele Belli , ideatore del Metodo Belli, il primo metodo scientifico per definire la strategia digitale di un’azienda, nato dopo anni di ricerca durante il suo dottorato presso l’Università Federico II di Napoli.

Lo incontreremo durante la quarta tappa del Tour Alambicco 2021, il 28 settembre, e noi lo abbiamo intervistato per scoprire in anteprima il suo metodo e la sua visione di trasformazione digitale consapevole.

Come nasce il Metodo Belli 

La storia del Metodo ideato da Raffaele Belli è molto suggestiva, e anche personale. Parte, infatti, dalla sua vita privata. 

La prima occasione che lo spinge a occuparsi di digital transformation arriva subito dopo la laurea specialistica in Economia e Management. Raffaele Belli comincia a collezionare esperienze in grandi aziende e multinazionali. 

“Qui ho avuto una sorta di illuminazione, dopo aver trascorso tre settimane a fotocopiare documenti, per poi archiviarli e chiudere le procedure di revisione. A quel punto mi sono chiesto come fosse possibile che un’azienda così grande e strutturata non avesse un archivio digitale.” Era il 2007, e ancora non immaginava quello che sarebbe accaduto negli anni successivi. 

Contemporaneamente, Raffaele Belli lavora all’interno dell’azienda di famiglia fondata nel 1962 da sua nonna, una tipografia industriale conosciuta in tutto il territorio italiano. La sua conoscenza della PMI è diretta, esperienziale. 

Nel 2008 entra in azienda con l’idea di creare un Business Unit dedicata all’archiviazione digitale e alla conservazione sostitutiva. 

“Qui comincia ufficialmente il mio viaggio nella digital transformation.  

Quando sono entrato in azienda mi occupavo principalmente di due cose: la gestione dei grandi clienti e lo sviluppo della mia Business Unit. Sono stato in azienda dal 2008 al 2013, anno in cui abbiamo chiuso l’azienda di famiglia, in una sola settimana. Cos’era successo a quell’azienda in cui tutti noi avevamo investito? 

Ho cominciato ad analizzare i motivi di questo fallimento e ho capito che quando sei così dentro al tuo modello di business, così concentrato a risolvere i problemi quotidiani, non ti rendi conto di cosa accade intorno a te, di come cambia il tuo settore di riferimento.” 

Questo percorso ha permesso di conoscere a fondo le sfide e le criticità che gli imprenditori incontrano ogni giorno per far crescere le proprie aziende e ha dato una marcia in più nel progetto di Raffaele Belli. 

“Ho capito che avrei voluto aiutare le tantissime aziende italiane che erano nella stessa condizione della nostra, per evitare lo stesso epilogo. Aziende con processi consolidati, con un modello di business ben definito, che avevano bisogno di adattarsi ai cambiamenti del mercato.”

Tutti i mercati sono stati sconvolti dalla tecnologia, dal digitale e ogni anno assistiamo a importanti cambiamenti nei modelli di business. Il problema principale è che le piccole e medie imprese, soprattutto quelle a carattere famigliare, quelle tradizionali con più di 20/30 anni di storia, hanno grandi difficoltà ad adattarsi. 

“Avendo vissuto da sempre in prima persona i problemi aziendali, gli alti e bassi, l’attività commerciale, la gestione dei rapporti con i fornitori, conoscevo benissimo i problemi e le criticità delle imprese e le ansie dell’imprenditore. Avevo già in mente un modello, un percorso che ogni imprenditore avrebbe dovuto fare per cambiare, per innovare.”

Nel 2014 nasce l’idea di sviluppare un Metodo, mancava però il riconoscimento “scientifico”, che arriva grazie al bando di Dottorato di Ricerca presso l’Università Federico II di Napoli, che Raffaele vince. 

“Per 3 anni ho studiato ed analizzato oltre 300 ricerche internazionali sulla Trasformazione Digitale analizzando tutte le criticità che Imprenditori e Manager affrontano quando investono nel digitale. Ho analizzato più di 100 casi internazionali di successo di nuovi Modelli di Business, di E-commerce, di App mobile e di Marketing Digitale. Dopo 3 anni di ricerca nella mia Tesi di Dottorato ho presentato il Metodo Belli: il primo metodo in Italia per definire una Strategia di Trasformazione Digitale senza sprecare risorse.”

Il Metodo Belli, dall’evoluzione del mercato al piano economico

La Trasformazione Digitale non è un problema tecnologico ma Strategico. Il Metodo nasce da questo presupposto. 

La tecnologia è uno strumento a supporto del business. Oggi abbiamo una determinata tecnologia, domani sarà già cambiata. L’imprenditore deve chiedersi: come posso con le tecnologie digitali disponibili al momento migliorare o modificare il mio modello di business?

Il Metodo Belli ha una visione sistemica dell’impresa e della strategia digitale, e come tutti i sistemi, nel momento in cui viene introdotto un nuovo elemento ho bisogno di riportarlo in equilibrio. Il Metodo Belli è quello strumento che prima di tutto permette di avere una visione d’insieme dell’impresa, in secondo luogo offre la possibilità di comprendere prima ciò che succederà all’azienda e al mercato. 

Il Metodo prevede tre fasi: la prima, quella di audit e assessment. “Andiamo a fotografare lo stato dell’arte e il livello di digitalizzazione dell’impresa, i punti più critici, le opportunità, i punti di forza e debolezza, i vincoli, gli obiettivi. La seconda fase prevedere la definizione dei diversi scenari e la definizione di una strategia digitale. Nella terza fase, invece, ci dedichiamo alla redazione del documento di strategia, un vero e proprio manuale cartaceo che consegnamo nelle mani dell’imprenditore. In realtà ne esiste una quarta: quella di execution, in cui affianchiamo l’imprenditore nella messa in opera del percorso. Siamo dei Chief Digital Officer esterni.”

Gli scenari vengono definiti sulla base dei 7 quadranti. Tutti noi abbiamo finora lavorato sul Business Model Canvas ideato nel 2004 da Alexander Osterwalder, a 9 quadranti. Raffaele Belli ha letto per intero la tesi di Dottorato di Osterwalder, per poi lavorare al suo Modello, che ne elimina due. 

“I pilastri di un modello di Business, in realtà, sono quattro: prodotto, processi, clienti e finanza. Osterwalder ha suddiviso ogni pilastro in diversi blocchi. Il BMC non tiene però in considerazione due cose: quello che sta succedendo nel mercato e com’è collocata l’azienda oggi nel mercato. Il Metodo Belli parte proprio da come si sta evolvendo il mercato, nel primo quadrante, e dal posizionamento dell’azienda, anche attraverso gli strumenti digitali. I successivi quadranti sono un’evoluzione che io ho dato a quei quattro pilastri iniziali.”

Si tratta di un approccio alla digital transformation molto diverso dal solito: non si concentra sul singolo mezzo o sulla singola tecnologia, ma sul sistema. 

Resistenza alla digitalizzazione: le trappole

Cosa frena l’imprenditore della piccola e media impresa italiana nell’aprirsi subito alla digitalizzazione? 

“Io ho trovato un nome per questa resistenza: le trappole. La prima è la trappola del successo. Molti imprenditori pensano che una volta raggiunto un discreto successo, non sia necessario cambiare. Negli anni ‘80 il periodo di vita di un modello di business si aggirava intorno ai 30 anni, oggi è circa 15 anni. Si prevede che nei prossimi 10 anni il tempo di vita scenderà a 5 anni. Significa che le organizzazioni devono innovarsi continuamente, ma devono strutturarsi già oggi per farlo. 

La seconda trappola è quella delle competenze. Non è sufficiente cambiare il modello e le tecnologie, ma occorre lavorare anche sulle competenze. Le persone che rimangono “intrappolate” nelle loro competenze rischiano di non permettere all’azienda di evolversi, per questo la formazione si presenta come un asset fondamentale. 

La terza trappola è quella della consuetudine, il famoso “abbiamo sempre fatto così”. Quello che vale oggi non è detto che sarà valido anche domani, specie in un società che cambia alla velocità della luce. L’ultima è la trappola degli stakeholder. L’imprenditore innovativo è colui che si circonda di fornitori e partner innovativi, colui che rischia, che scommette in qualcosa di nuovo.

Io non credo assolutamente che si tratti di un problema economico, perché oggi l’imprenditore ha tante possibilità grazie alla finanza agevolata. Credito d’imposta, formazione 4.0, fondi interprofessionali: tutte misure che bisogna sfruttare per far crescere la propria impresa, ma occorre farlo in maniera strategica.”

Parliamo di un processo lungo e complesso. In quanto tempo si vedono i risultati? 

“Dopo la prima fase di audit faccio sempre un giro in azienda con l’imprenditore. Dalle piccole cose che vedo mi rendo conto di quale sarà il percorso, di quanta attenzione c’è già verso l’innovazione. In generale parliamo di un processo che dura almeno due anni, considerando che occorre prima analizzare, poi studiare una strategia, poi reperire finanza se non ci sono risorse, devi capire da dove iniziare e quanto bisognerà cambiare, perché non è detto che sia necessario cambiare l’intero modello di business.” 

L’obiettivo del percorso è aumentare la cultura del digitale nelle aziende e creare un percorso che abbia un impatto sulle persone. 

Il 28 settembre scopriremo il Metodo Belli durante la quarta tappa del Tour Alambicco 2021, ospiti della splendida Residenza i Somaschi. 

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Digital Transformation e nuove tecnologie, la parola a Luca Aimo, CFO Business Partner e membro di YOURGroup. 

“È di fronte a ciascuno di noi l’enorme importanza che le informazioni e i dati rivestono nel mondo in cui viviamo.

La quantità generata e catturata in ogni frazione di tempo è in progressivo e vertiginoso aumento per via delle tecnologie abilitanti la produzione, la comunicazione, l’archiviazione e l’elaborazione di moli sempre più considerevoli di dati (i.e. IoT, cloud, IA, big data, computing quantistico, 5G). Presto ci renderemo conto di quanto ‘l’intangibilità del byte’ sia solo un’idea errata e il footprint in termini di spazio e di risorse consumate per l’archiviazione dei dati diventerà una seria questione di sostenibilità ecologica.

Il tema dei dati è dunque centrale e pervasivo al punto che le aziende che hanno ideato e realizzato modelli di business innovativi, capaci di catturare il valore delle informazioni, si sono affermate in pochi decenni come i nuovi dominus dell’economia globale. Esse hanno trasformato l’azione del consumare in un atto che di per sé stesso dà origine a un valore, spostando di fatto il rilievo dalla produzione, come atto biecamente materiale, alla produzione come atto che afferisce allo spirito, in quanto anche potentemente creativo.

Questa cultura data driven che si va affermando, anche grazie alle aziende più innovative e performanti, è un primo aspetto con cui la PMI deve confrontarsi. Strettamente connesso c’è il tema della misurazione quale fattore abilitante processi di apprendimento e di miglioramento.

Ma i dati e la capacità di usarli non bastano per affrontare l’incertezza. Nessuno è in grado di predire cosa accadrà tra 10 o 20 anni e quali scenari avranno maggior probabilità di avverarsi; tuttavia, tutti quelli che provano a gettare lo sguardo lontano concordano che le competenze che serviranno saranno diverse, nuove professioni emergeranno, mentre altre scompariranno.

Come può allora un imprenditore preparare la sua organizzazione ad affrontare le sfide di un mondo sempre più incerto, complesso e in veloce cambiamento?

Mi sono dato questa risposta: imparare a imparare!

Per me questa è la formula a cui ispirarsi per affrontare le decisioni importanti che riguardano la trasformazione positiva delle organizzazioni e degli individui: assicurarci che le scelte di investimento siano orientate a progettare organizzazioni e processi che mettano le persone nelle condizioni di imparare a imparare.

Perché faccio queste considerazioni in quest’ambito?

Perché ritengo che affrontare seriamente, e con metodo, il tema della trasformazione digitale rappresenti una grande opportunità per diventare un’organizzazione ‘smart’, cioè capace di apprendere dall’esperienza e di attivare percorsi virtuosi di generazione di valore. Valore economico e sociale. Non amo molto il concetto in voga di resilienza che, in realtà significa l’esatto opposto: essere in grado di tornare immutati al punto d’inizio, senza aver elaborato positivamente la propria esperienza.

Nel mio ruolo di CFO e di business partner, ho spesso affrontato a fianco di imprenditori e di multinazionali, progetti di trasformazione digitale. Il CFO, proprio per l’esperienza nell’area compliancy, per l’esposizione al trattamento del dato e ai sistemi informatici aziendali, per la sua attenzione all’efficienza dei processi e alla marginalità, nonché per la relazione estesa con tutte le funzioni, si trova spesso in una posizione aziendale ideale per promuovere e supportare progetti di trasformazione digitale.

Ho spesso seguito progetti di implementazione di ERP e di business intelligence, ma non solo. Ce n’è uno che forse esemplifica cosa voglio dire. 

In passato ho supportato l’implementazione di un ERP evoluto in una primaria azienda familiare di editoria scolastica. Il progetto è stato fortemente voluto dal vertice e impostato in modo da avere una partecipazione dal basso e una forte leadership interna nella guida. Alla fine del progetto le persone avevano fatto un salto qualitativo significativo sia come professionisti sia nelle loro capacità collaborative.

Da quel primo innesco potente, altre tecnologie sono state sviluppate via via nel tempo e integrate in accordo con le accresciute capacità dell’azienda di capire cosa veramente serviva e come ottenerlo. Il percorso trasformativo e di crescita ha portato un’azienda familiare, totalmente locale nella produzione e nel mercato di sbocco, a cogliere l’opportunità di entrare a far parte di un gruppo globale leader nell’education, e a vedere riconosciute le capacità della squadra e dell’organizzazione locale, a tal punto, da affermarsi come guida strategico/operativa di altri primari Paesi europei.

Questa vicenda mi permette di evidenziare un altro tema della trasformazione digitale, quello forse più rilevante. La digital transformation non può essere ridotta all’adozione disorganica di tecnologia aggiornata, in diversi punti del sistema azienda, spesso in modo reattivo o imitativo.  Ma strategia e innovazione digitale devono essere sinergiche nel plasmare la combinazione e i modi con cui i fattori produttivi, lungo la catena del valore, definiscono il modello di business per i prodotti e i servizi attuali e futuri proposti in un ecosistema che si amplia.

E’ per questa ragione, ma non solo, che considero il metodo ideato da Raffaele Belli il modo più corretto di approcciare la digital transformation. Il metodo Belli, infatti, è un processo che porta a rispondere prima al perché “strategico” e solo dopo al ‘come’ la tecnologia possa realmente contribuire alla creazione del valore nel sistema azienda (la tecnologia è solo strumento). E’ un approccio che supporta l’imprenditore e si adatta perfettamente alla realtà della PMI, permettendo di razionalizzare energie e budget, con un occhio attento al ritorno dell’investimento.

Ritengo che la PMI abbia dei buoni presupposti per affrontare con successo le sfide che ha di fronte. E’ snella ed è agile per definizione.  L’imprenditore è lungimirante per natura e può esplorare su un orizzonte più lungo i ritorni delle proprie scelte. Certamente deve superare la resistenza al cambiamento delle sue squadre, farsi aiutare nelle competenze che servono, non immobilizzarsi di fronte a calcoli di costo-opportunità che potrebbero portare a rinviare troppo le decisioni.”

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