Formazione, innovazione, evoluzione nella PMI: intervista a Carmen Petrizzi.

Carmen Petrizzi è una consulente del lavoro ormai da molti anni. Ha cominciato questo lavoro da giovanissima, “perché mi piaceva l’idea di lavorare con il lavoro.” 

Dopo anni ha scoperto che la professione che stavo svolgendo era adatta a lei ma non così adatta alle richieste del mercato.  

Figlia di un creativo, un fabbro di grandi visioni convinto che un buon leader potesse guidare senza fatica le persone accanto a lui, Carmen sposa a pieno questa visione. 

“Ho fatto mia questa esperienza e ho pensato di uscire dal mio studio. Nel mio lavoro ero dietro una scrivania a dire ai miei clienti cosa fare dall’altra parte. Mi sono resa conto però che la mia consulenza non era personalizzata. Sentivo i miei clienti raccontare le loro giornate ma non sapevo cosa accadeva in azienda. Poi scoprivo che la giornata lì scorreva in maniera totalmente diversa da quella che mi avevano raccontato.” 

Da consulente del lavoro a consulente sul lavoro 

Così da consulente del lavoro, Carmen diventa consulente sul lavoro, e sceglie di andare direttamente dentro le aziende. Parte dai suoi clienti storici e comincia a visitare le loro realtà. E questa nuova visione le apre un mondo. 

I clienti sono felici di questa che 15 anni fa era un’innovazione. Carmen comprende la realtà in cui vive, apre i cassetti di queste scrivanie, comprende che quelle che oggi chiamiamo risorse umane erano tali proprio in quanto dipendenti sì, ma soprattutto risorse. 

“Io datore di lavoro raggiungo gli obiettivi aziendali solo se i miei dipendenti sono davvero una risorsa. Come avviene questo?

In due modi: il dipendente può nascere tale, per approccio o per carattere, oppure può diventarlo. Se non lo diventa neanche, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona nel rapporto con il mio datore di lavoro.”

Non solo leadership, ma anche – e soprattutto – dialogo e formazione

Così Carmen decide di analizzare lo stato dell’arte. Parte dai desiderata dei datori di lavoro e dalle reazioni dei dipendenti. Capisce che non basta parlare di squadra e di leader, ma anche di affettività. Proprio così. 

La formazione motivazionale non basta, se l’obiettivo è permettere al dipendente di acquisire filosofia, valori, mission. Bisogna innamorarsi dell’azienda in cui lavoriamo. 

“Per questo ho cominciato a lavorare a quello che oggi si chiama clima aziendale e che all’epoca non aveva ancora un nome. Questo, secondo me, è il primo momento storico in cui parliamo di team, clima aziendale, lavoro di squadra e lo stiamo facendo sul serio. Fare formazione è sempre qualcosa di altisonante, ma nella realtà solo ora stiamo capendo di cosa parliamo.

Ricordo tempo fa la storia di un ragazzo molto in gamba, un ingegnere, figura che già anni fa era molto richiesta. Doveva scegliere tra un impiego in un’azienda italiana che aveva offerto una RAL molto alta e un’azienda svizzera con una RAL più bassa ma con formazione continua garantita negli anni. Il giovane aveva scelto senza dubbio l’azienda svizzera.”

Il primo requisito per fare formazione in maniera autentica ed efficace è che il datore di lavoro e chi con lui è al vertice sia convinto dell’utilità. Se lui ci crede, ci crederanno anche i dipendenti. 

In questo contesto i social hanno un ruolo veramente importante per accrescere le proprie competenze e relazionarsi con il mondo del lavoro. “LinkedIn è uno strumento incredibile: posso leggere cosa scrivono i dipendenti, la classe impiegatizia, la classe imprenditoriale, il responsabile HR. È trasversale, ed è la prima volta in cui figure così diverse hanno modo di confrontarsi in un contesto non ufficiale.”

“Governare” la forte personalità dell’imprenditore nei percorsi di cambiamento

“Questa è la mia sfida. L’imprenditore ha sempre ragione – ride – ma perchè sul serio nella sua visione ha sempre ragione, quindi è sulla visione che bisogna lavorare. 

In genere l’imprenditore è arroccato nella sua visione perché pensa di non poter delegare e di non essere mai capito da nessuno. La sfida è modificare la sua visione nei confronti della platea delle risorse umane. 

Poi a volte succede che manchi la compatibilità di fondo, ed è normale. Il mio datore di lavoro deve essere una persona che stimo, se non la stimo non posso lavorarci insieme. 

Quando il meccanismo non funziona, infatti, al 90% è il lavoratore che non la funzionare. Perchè? Perchè per lui è tutto più complesso, non conta solo far crescere l’azienda ma stiamo parlando della sua vita. Il suo obiettivo è stare bene in quelle 8 ore.   

“D’altra parte, devo dire che non ho mai incontrato nessun datore di lavoro che avesse voglia di licenziare. Bisogna lavorare sulle passioni, sui punti di confronto e di incontro, perché per far funzionare bene le cose devono stare bene tutti. Quando entro in azienda non chiedo mai direttamente quali sono i problemi dei lavoratori. Dopo quattro – cinque giorni ci arrivo da sola, studiando le dinamiche interne. Migliorando le performance quotidiane di tutti il risultato si vede anche in busta paga.” 

Generazioni di imprenditori a confronto 

Come si gestisce il confronto generazionale? 

“È tostissima. La questione generazionale c’è sempre stata, ma oggi abbiamo un elemento di novità (o rottura). Tra la mia generazione e quella precedente non c’era così tanta diversità. Oggi tra me e i nativi digitali c’è una rivoluzione di mezzo.”

Quello che chiamiamo telefono è la prosecuzione del nostro cervello e di certo non si usa solo per parlare. I social ci permettono di raggiungere un numero di persone prima inimmaginabili. 

“Fino a tre anni fa una generazione intera, la mia, pensavo di non andare in pensione prima dei 70 anni, di lavorare all’infinito. Di punto in bianco ci siamo accorti che questa stessa generazione verrà invece accompagnata alla porta a brevissimo. 

Questa fuoriuscita avverrà perché le aziende hanno capito che devono fare un percorso per liberare alcuni soggetti che non sono modificabili. Cosa succederà quindi? 

Tutte le persone che si sono già accasciate negli ultimi 20 anni non vedranno lora di uscire e dedicarsi ad altro, e le aziende li accompagneranno.   

Quelle che, nello stesso gruppo, vogliono invece rimanere sulla cresta dell’onda sono quelle su cui vale pena fare qualsiasi tipo di formazione perché si tratta di persone assetate di innovazione. Persone che per scelta vogliono rimanere per vedere i prossimi 10 anni. 

Per cui in azienda ci saranno dei senior tostissimi, che non si sentiranno costretti a lavorare tutti i giorni, con accanto dei giovani rapidissimi e con una voglia di fare pazzesca. I giovani, a differenza dei loro genitori abituati a vivere chiusi in casa o in ufficio, chiederanno di poter lavorare all’esterno, all’aria aperta, quando e come vogliono, per obiettivi.”

La ricetta d’oro per aggredire il mercato di oggi 

“Credo che utilizzare in modo trasparente e corretto tutte le forme di finanziamento che vengono messe a disposizione oggi sia indispensabile per contenere il costo del lavoro, affiancando una visione formativa reale. 

La ricetta ideale sarà: imprenditore visionario, accanito, adrenalinico, lungimirante più risorse umane in qualche modo supportate aiutate e addestrate, più utilizzo di fondi ufficiali puliti e trasparenti, come quelli che individua Be4 Innovation.”

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