Certificare l’eccellenza, intervista a Luigi Odello.

Il suo è un percorso difficile da riassumere in poche righe: Presidente del Centro Studi Assaggiatori e dell’Istituto Internazionale Assaggiatori Caffè, amministratore delegato, Narratori del gusto, Istituto Eccellenze Italiane Certificate e Istituto Internazionale Chocolier, consigliere Istituto Nazionale Espresso Italiano, Istituto Nazionale Grappa e Good Senses, nonché coordinatore di diversi comitati scientifici. Enologo, giornalista, professore in Università italiane e straniere. Potremmo continuare, ma il curriculum di Luigi Odello non sarebbe ancora completo. 

La sua formazione, però, parte da vino, che lo conduce a lavorare per un’azienda nel settore alimentare. La propensione all’innovazione lo porta ad ampliare i suoi orizzonti; è così che nasce l’interesse per l’analisi sensoriale e la ricerca di un metodo per la certificazione delle eccellenze. 

Istituto Eccellenze italiane Certificate. Di cosa si tratta? 

L’Istituto Eccellenze Italiane Certificate è un’associazione che unisce i produttori di eccellenze italiane, includendo anche le aziende di servizi innovative e di alto profilo. 

Tutte le aziende associate devono concorrere al raggiungimento di determinati obiettivi sociali, quali: 

  • tutelare il valore economico, culturale e tradizionale delle eccellenze italiane. L’Istituto conferisce i “certificati” alle aziende dopo un’attenta ricerca e sulla base di studi e analisi strumentali e sensoriali, nonché dopo ricerche di mercato sul consumatore. 
  • promuovere l’utilizzo delle ricerche di mercato sui consumatori o business to business come strumento fondamentale per guidare e supportare le scelte strategiche delle aziende;
  • proporre, favorire, organizzare e attuare iniziative di carattere promozionale dirette a potenziare l’espansione delle vendite dei prodotti certificati sia sul mercato interno che estero;
  • promuovere iniziative atte a migliorare le qualità sensoriali e le tecnologie produttive dei prodotti tradizionali e tipici;
  • accompagnare le imprese all’estero agevolando la generazione di relazioni stabili con importatori vocati.

Si tratta di un vero e proprio network di eccellenza, in stretto rapporto di collaborazione con i Narratori del Gusto e il Centro Studi Assaggiatori. 

Chi sono i Narratori del Gusto? 

Narratori del Gusto è un’associazione che riunisce coloro che desiderano produrre e gestire un nuovo tipo di comunicazione di prodotti e territori, slegandosi dalle logiche classiche della narrazione a partire dal “prodotto tipico” per adottarne un’altra, nuova e contemporanea, che parte dalle risorse umane. Lo sviluppo dei territori, cardine del progetto 2021 dei Narratori del Gusto, parte proprio da qui, dal fare crescere i protagonisti locali.

Il punto di partenza restano le scienze sensoriali e, in particolare, l’analisi sensoriale. Questa potremmo definirla come l’insieme di tecniche e metodi che consentono di descrivere e misurare ciò che viene percepito dalle persone normali o da giudici addestrati che vivono in una specie di realtà aumentata per quanto riguarda i sensi. 

Facciamo un esempio concreto. Spesso, davanti a un sommelier che è capace di sentire profumi e note che arrivano da lontano, forse anche troppo, siamo portati a sorridere. La sua analisi è per noi incomprensibile, e per questo la riteniamo poco veritiera. 

I Narratori del Gusto sovvertono questo meccanismo, trasformando la degustazione in un’esperienza sensoriale in cui il relatore diventa guida, senza dirottare o compromettere la percezione dei partecipanti. 

“Proprio per continuare a lavorare sulla comunicazione – racconta Luigi Odello – abbiamo lanciato da pochissimo un nuovo progetto, a cui lavoravamo da anni: l’Officina della Comunicazione Sensoriale. L’obiettivo è produrre contenuti per il web e la comunicazione tradizionale, partendo dall’analisi sensoriale. Comunicazione che deve essere accessibile e limpida, con una precisa identità verbale e visiva. Nel linguaggio, deve adottare i meccanismi che esulano dal linguaggio tecnico, spesso incomprensibile. Siamo partiti da come parla la gente, perché parleremo dei prodotti proprio come ne parlerebbero due amici dopo una degustazione, partendo dal necessario presupposto che semplicità non è mai sinonimo di banalità o superficialità, specie nel linguaggio. Dopo di che, avremo il compito di rendere visibile questi dati attraverso le infografiche e le immagini. La Data Visualization permette l’esplorazione visuale interattiva dei dati e la comprensione immediata di significati e correlazioni. Le infografiche renderanno subito l’idea di cosa aspettarsi da un prodotto e in quale modo degustarlo.” 

La formazione è sicuramente uno strumento indispensabile per le aziende che vogliono “certificare la loro eccellenza”. Quali sono state le prime impressioni  sull’evento “Leadership e Resilienza” di Barolo, prima tappa dell’Alambicco Tour 2021?

“Sicuramente mi ha colpito il numero di aziende presenti, non solo per l’impatto di una grande sala piena di gente. È significativo vedere 60 persone di altrettante aziende riunirsi lì, con la voglia di progredire. Se non avessero avuto tutte una forte spinta al miglioramento continuo, i manager lì presenti avrebbero impiegato la loro giornata diversamente. Le persone nella Sala del Castello di Barolo erano tutte accomunate dalla voglia di crescere e migliorarsi. 

È un aspetto che mi colpisce, pensando al mondo in cui viviamo. Si sgomita, tra la grande offerta, per acquisire visibilità e spesso si commette l’errore di puntare alla visibilità ancor prima della reputazione.

E poi, c’è un altro aspetto che mi ha colpito. Deve esserci una fede notevole intorno a chi ha organizzato l’evento. I presenti hanno scelto di affidarsi a loro, perché credono nella formazione e nel lavoro di squadra. Vuol dire che dietro questo evento c’è un contenuto di grande valore.”

Qual è la sua visione di “azienda eccellente”? 

“L’eccellenza è difficile da valutare, perché spesso è legata a valori intangibili. Sarebbe facile se fosse relativa solo al prodotto, ma non sempre è numerabile.

Anche l’Istituto Eccellenze Italiane Certificate fino ad ora si è occupato di certificare  un prodotto o servizio. Oggi è in evoluzione: l’obiettivo è valutare l’eccellenza del processo, e per farlo occorre una valutazione oggettiva.

L’eccellenza nasce da un orgoglio, da una filosofia che poi in qualche modo si diffonde lungo l’azienda e coinvolge tutte le operazioni e i processi. 

Ci sono degli indicatori che indicano la qualità e sono parametri che è l’imprenditore a scegliere. Un esempio? I suoi collaboratori. Chi persegue la qualità sceglierà persone caratterizzate da rettitudine e onestà intellettuale. La loro capacità di accettare l’errore e non coprirlo ma, al contrario, metterlo in evidenza farà sì che quello stesso errore possa essere corretto. 

Tutto questo fa parte del DNA dell’imprenditore e dell’azienda, però è qui che può intervenire la formazione, fornendo i mezzi intellettuali per essere autentici e produrre prodotti eccellenti. 

Chi determina l’eccellenza di un prodotto? 

“Non c’è dubbio: il consumatore. È lui il giudice togato che sancisce l’eccellenza del prodotto. L’azienda, però, può garantire al consumatore che sarà sempre in grado di dare a lui – o a lei – quel piacere che ha provato quando ha scelto e assaggiato per la prima volta quel prodotto. Ecco, questo è il profilo di conformità sensoriale, che si raggiunge “arruolando” un gruppo di valutatori che non giudicheranno la bontà del prodotto, in quanto soggettiva. Giudicheranno invece una serie di parametri che portano a dire che quel prodotto è buono; sarà poi l’azienda a valutare la produzione in funzione di quei parametri.”

Quali sono le strategie che una PMI deve adottare in un momento di mutazione resiliente? 

Sicuramente evitare qualsiasi generalizzazione. Ciò che conta è, in ogni momento, porsi delle domande, specie davanti alle difficoltà. Durante l’emergenza sanitaria molti professionisti e imprenditori hanno reagito in maniera superficiale, senza analizzare lo scenario e le possibilità che si stavano aprendo all’orizzonte. 

È importante invece partire dalle domande, per arrivare alle giuste risposte. Poi, però occorre trasformare la resistenza in resilienza, e questo avviene solo se c’è possibilità di guardare al futuro. Ci si può trovare in una situazione di resistenza, ma il cambiamento avviene solo se ci sono le prospettive. 

Istituto Eccellenze Italiane Certificate e Narratori del Gusto. Due network di professionisti e imprese che agiscono sul territorio con azioni concrete. Quali sono le possibili sinergie con l’Accademia Alambicco? 

Tutte le realtà citate accolgono con entusiasmo le contaminazioni. In entrambi in casi, attingiamo all’esterno per il know-how di cui abbiamo bisogno. Proprio per questo Alambicco offre molte possibilità di sinergia e confronto. 

Formazione, innovazione, evoluzione nella PMI: intervista a Carmen Petrizzi.

Carmen Petrizzi è una consulente del lavoro ormai da molti anni. Ha cominciato questo lavoro da giovanissima, “perché mi piaceva l’idea di lavorare con il lavoro.” 

Dopo anni ha scoperto che la professione che stavo svolgendo era adatta a lei ma non così adatta alle richieste del mercato.  

Figlia di un creativo, un fabbro di grandi visioni convinto che un buon leader potesse guidare senza fatica le persone accanto a lui, Carmen sposa a pieno questa visione. 

“Ho fatto mia questa esperienza e ho pensato di uscire dal mio studio. Nel mio lavoro ero dietro una scrivania a dire ai miei clienti cosa fare dall’altra parte. Mi sono resa conto però che la mia consulenza non era personalizzata. Sentivo i miei clienti raccontare le loro giornate ma non sapevo cosa accadeva in azienda. Poi scoprivo che la giornata lì scorreva in maniera totalmente diversa da quella che mi avevano raccontato.” 

Da consulente del lavoro a consulente sul lavoro 

Così da consulente del lavoro, Carmen diventa consulente sul lavoro, e sceglie di andare direttamente dentro le aziende. Parte dai suoi clienti storici e comincia a visitare le loro realtà. E questa nuova visione le apre un mondo. 

I clienti sono felici di questa che 15 anni fa era un’innovazione. Carmen comprende la realtà in cui vive, apre i cassetti di queste scrivanie, comprende che quelle che oggi chiamiamo risorse umane erano tali proprio in quanto dipendenti sì, ma soprattutto risorse. 

“Io datore di lavoro raggiungo gli obiettivi aziendali solo se i miei dipendenti sono davvero una risorsa. Come avviene questo?

In due modi: il dipendente può nascere tale, per approccio o per carattere, oppure può diventarlo. Se non lo diventa neanche, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona nel rapporto con il mio datore di lavoro.”

Non solo leadership, ma anche – e soprattutto – dialogo e formazione

Così Carmen decide di analizzare lo stato dell’arte. Parte dai desiderata dei datori di lavoro e dalle reazioni dei dipendenti. Capisce che non basta parlare di squadra e di leader, ma anche di affettività. Proprio così. 

La formazione motivazionale non basta, se l’obiettivo è permettere al dipendente di acquisire filosofia, valori, mission. Bisogna innamorarsi dell’azienda in cui lavoriamo. 

“Per questo ho cominciato a lavorare a quello che oggi si chiama clima aziendale e che all’epoca non aveva ancora un nome. Questo, secondo me, è il primo momento storico in cui parliamo di team, clima aziendale, lavoro di squadra e lo stiamo facendo sul serio. Fare formazione è sempre qualcosa di altisonante, ma nella realtà solo ora stiamo capendo di cosa parliamo.

Ricordo tempo fa la storia di un ragazzo molto in gamba, un ingegnere, figura che già anni fa era molto richiesta. Doveva scegliere tra un impiego in un’azienda italiana che aveva offerto una RAL molto alta e un’azienda svizzera con una RAL più bassa ma con formazione continua garantita negli anni. Il giovane aveva scelto senza dubbio l’azienda svizzera.”

Il primo requisito per fare formazione in maniera autentica ed efficace è che il datore di lavoro e chi con lui è al vertice sia convinto dell’utilità. Se lui ci crede, ci crederanno anche i dipendenti. 

In questo contesto i social hanno un ruolo veramente importante per accrescere le proprie competenze e relazionarsi con il mondo del lavoro. “LinkedIn è uno strumento incredibile: posso leggere cosa scrivono i dipendenti, la classe impiegatizia, la classe imprenditoriale, il responsabile HR. È trasversale, ed è la prima volta in cui figure così diverse hanno modo di confrontarsi in un contesto non ufficiale.”

“Governare” la forte personalità dell’imprenditore nei percorsi di cambiamento

“Questa è la mia sfida. L’imprenditore ha sempre ragione – ride – ma perchè sul serio nella sua visione ha sempre ragione, quindi è sulla visione che bisogna lavorare. 

In genere l’imprenditore è arroccato nella sua visione perché pensa di non poter delegare e di non essere mai capito da nessuno. La sfida è modificare la sua visione nei confronti della platea delle risorse umane. 

Poi a volte succede che manchi la compatibilità di fondo, ed è normale. Il mio datore di lavoro deve essere una persona che stimo, se non la stimo non posso lavorarci insieme. 

Quando il meccanismo non funziona, infatti, al 90% è il lavoratore che non la funzionare. Perchè? Perchè per lui è tutto più complesso, non conta solo far crescere l’azienda ma stiamo parlando della sua vita. Il suo obiettivo è stare bene in quelle 8 ore.   

“D’altra parte, devo dire che non ho mai incontrato nessun datore di lavoro che avesse voglia di licenziare. Bisogna lavorare sulle passioni, sui punti di confronto e di incontro, perché per far funzionare bene le cose devono stare bene tutti. Quando entro in azienda non chiedo mai direttamente quali sono i problemi dei lavoratori. Dopo quattro – cinque giorni ci arrivo da sola, studiando le dinamiche interne. Migliorando le performance quotidiane di tutti il risultato si vede anche in busta paga.” 

Generazioni di imprenditori a confronto 

Come si gestisce il confronto generazionale? 

“È tostissima. La questione generazionale c’è sempre stata, ma oggi abbiamo un elemento di novità (o rottura). Tra la mia generazione e quella precedente non c’era così tanta diversità. Oggi tra me e i nativi digitali c’è una rivoluzione di mezzo.”

Quello che chiamiamo telefono è la prosecuzione del nostro cervello e di certo non si usa solo per parlare. I social ci permettono di raggiungere un numero di persone prima inimmaginabili. 

“Fino a tre anni fa una generazione intera, la mia, pensavo di non andare in pensione prima dei 70 anni, di lavorare all’infinito. Di punto in bianco ci siamo accorti che questa stessa generazione verrà invece accompagnata alla porta a brevissimo. 

Questa fuoriuscita avverrà perché le aziende hanno capito che devono fare un percorso per liberare alcuni soggetti che non sono modificabili. Cosa succederà quindi? 

Tutte le persone che si sono già accasciate negli ultimi 20 anni non vedranno lora di uscire e dedicarsi ad altro, e le aziende li accompagneranno.   

Quelle che, nello stesso gruppo, vogliono invece rimanere sulla cresta dell’onda sono quelle su cui vale pena fare qualsiasi tipo di formazione perché si tratta di persone assetate di innovazione. Persone che per scelta vogliono rimanere per vedere i prossimi 10 anni. 

Per cui in azienda ci saranno dei senior tostissimi, che non si sentiranno costretti a lavorare tutti i giorni, con accanto dei giovani rapidissimi e con una voglia di fare pazzesca. I giovani, a differenza dei loro genitori abituati a vivere chiusi in casa o in ufficio, chiederanno di poter lavorare all’esterno, all’aria aperta, quando e come vogliono, per obiettivi.”

La ricetta d’oro per aggredire il mercato di oggi 

“Credo che utilizzare in modo trasparente e corretto tutte le forme di finanziamento che vengono messe a disposizione oggi sia indispensabile per contenere il costo del lavoro, affiancando una visione formativa reale. 

La ricetta ideale sarà: imprenditore visionario, accanito, adrenalinico, lungimirante più risorse umane in qualche modo supportate aiutate e addestrate, più utilizzo di fondi ufficiali puliti e trasparenti, come quelli che individua Be4 Innovation.”

Il cambiamento non chiede permesso: intervista a Rudy Bandiera

Anchorman, presentatore, autore, divulgatore, content creator, docente, gamer (sì, anche quello). L’elenco potrebbe continuare, ma è inutile provare a mettere un’etichetta su Rudy Bandiera: non esiste un nome che racchiuda la pluralità di esperienze e competenze di una persona che ama definirsi “un mix tra Alberto Angela e Fiorello”. 

Come relatore ha preso parte a decine di eventi prestigiosi come TEDx Bologna, Senato della Repubblica, Camera dei Deputati ed è stato il presentatore/anchorman di eventi Google, Accenture, Oracle, Randstad, Confindustria, per citarne solo alcuni. È stato indicato da Wired tra i cinquanta italiani da seguire su Twitter.

Non è un fan di giacca e cravatta, ama camminare mentre parla, riesce a catturare l’attenzione degli ascoltatori e mantenerla per ore intere, alternando contenuti di alta qualità al puro e piacevole intrattenimento. Una leggerezza calviniana che non è mai superficialità, ma è in grado di generare valore anche nelle pause. 

Chi ha preso parte alla terza tappa dell’Alambicco Tour 2021 ha avuto modo di conoscerlo e ascoltarlo. 

La sua storia d’amore con i social è iniziata esattamente con la nascita dei social. “Ho sempre pensato di avere qualcosa da dire, da raccontare –  spiega Rudy – qualcosa che per le persone poteva avere un valore: le mie esperienze, i miei pensieri. La voglia di condividere mi ha spinto a cominciare, perchè alla fine la condivisione delle esperienze ha un valore che va al di là delle parole.

Quando sono arrivati i social ho pensato che fosse una sorta di panacea! Era quello che aspettavo da sempre ma che non c’era mai stato. Nel 2006 mi sono avvicinato in maniera professionale a questo mondo, semplicemente per un motivo: prima questo mondo non esisteva.” 

È nei primi anni Duemila che nasce infatti il suo blog, RudyBandiera.com considerato tra i cinquanta più influenti in Italia. Rudy comincia a scrivere di comunicazione, poi subito dopo anche di social network e digitalizzazione. Prima dell’avvento dei social, il blog si presentava come unica maniera per diffondere i propri contenuti, e lui è tra i primi a utilizzarlo. Da allora ha avviato progetti nell’ambito del digital marketing ed è diventato consulente per professionisti e aziende che volevano cogliere le opportunità delle nuove tecnologie.

Creare contenuti, argomento a cui Rudy ha dedicato anche un libro dal titolo “Crea contenuti efficaci. Il mio metodo spiegato a tutti”, è un’attività che richiede tanto impegno, ma anche tanta responsabilità. Per farlo, dice, occorre fare due cose: 

  1. Allenarsi. “Creare contenuti è come fare ginnastica: più lo fai, più riesci a farlo, più li vedi ovunque. All’inizio è importante trovare delle fonti che siano in grado di ispirarci, che siano vicine al nostro punto di vista, ai nostri valori e a quello che facciamo di mestiere.”
  1. Cambiare mindset. È collegato al primo, anzi ne è conseguenza. L’allenamento permette di scovare spunti da tutto ciò che abbiamo intorno, trovando anche il coraggio per raccontarsi e condividere le proprie idee. Non basta, infatti, riportare i fatti: occorre fornire una visione personale delle cose. Chi ci legge o ascolta vuole sapere come la pensiamo, come interpretiamo un fenomeno sociale o social, e per creare contenuto di valore dobbiamo informare e al tempo stesso fornire il nostro punto di vista. 

Il percorso è trovare una fonte, lasciarsi ispirare, interpretare quelle informazioni alla luce della tua personalità e dei tuoi valori e generare infine un contenuto che sia utile a chi legge, perché se non è utile non stiamo parlando di contenuto. Ed è questa utilità che marca la differenza tra personal branding e culto della personalità. 

“Il culto della personalità è quello di chi ha fatto della sua immagine un’immagine di culto, da Stalin a Saddam Hussein, passando per tutti i grandi leader carismatici che ricordiamo. Si tratta di una comunicazione verso gli altri ma incentrata su se stessi. 

Il personal branding, invece, è una comunicazione fatta da te per gli altri. È completamente diversa. Non è fatta da te per te stesso. 

Ogni volta che crei un contenuto devi chiederti: ma quello che sto scrivendo, in qualche modo, andrà ad arricchire qualcuno o farlo ragionare, o accendere una scintilla in lui o lei? Se la risposta è sì, bene. Se è no, stai scrivendo qualcosa che non serve a nulla.” 

I social rappresentano un potente strumento di personal branding al servizio di imprenditori di tutte le età che vogliono connettersi con il mondo esterno. 

“Perchè bisogna utilizzare i social media per fare personal branding? Per una semplice ragione: vende più una faccia che un logo, specie nella PMI. Il personal branding serve a umanizzare il tuo prodotto o servizio, a passargli dentro i tuoi valori aziendali, quelli che sono parte di te.”

Una persona riesce a far passare dei valori attraverso le proprie esperienze che un un logo fa molta più fatica a trasmettere. 

“Bisogna sforzarsi di fare personal branding perché in questo modo l’imprenditore diventi una sorta di marchio della sua stessa azienda, senza essere un accentratore.

Sei tu che diventi garante del lavoro della tua azienda. Tutto questo è facile? NO.

Se cominci da zero parti da chi sei e dal tuo prodotto. Per quanto riguarda il canale, credo che LinkedIn sia sempre il canale migliore, ma un’analisi strategica alla base è sempre necessaria.”

Qual è la cosa più bella del tuo lavoro? 

“Il fatto che il mio lavoro mi costringa a stare al passo con i tempi, per un insieme di cose e situazioni. Il fatto di esserne costretto diventa sistema di lavoro: trovare le fonti giuste, seguire le persone giuste, confrontarmi con le persone giuste diventa estremamente stimolante perché l’obbligo lavorativo si trasforma in piacere intellettuale.” 

Il bello dei social (forse) è racchiuso proprio nella continua evoluzione di paradigmi, canali e linguaggi; un magma che si rifiuta di cristallizzarsi e a cui bisogna prestare perennemente attenzione. 

Dopo questi ultimi due anni potremmo chiederci: come sarebbe stato vivere una pandemia globale senza i social network? 

“Senza andare molto lontano, basterebbe immaginare se tutto ciò fosse successo nei primi anni ‘90. Sarebbe stata un’ecatombe, da tutti i punti di vista. Tutti i lavori si sarebbero fermati. Non uno, tutti. Senza Internet non avremmo avuto neanche la tanto odiata DAD, che comunque ha permesso di non perdere due anni di scuola. Chiusi in casa, senza i social, avremmo eliminato i nostri partner – ride – ma anche figli, cani, pappagalli. Internet ci ha dato la possibilità di chattare, ascoltare, guardare tutto quello che volevamo. La tecnologia è una benedizione e come tale può essere utilizzata in mille modi diversi.” 

A proposito. Quali sono le tecnologie che cambieranno il nostro futuro?

“Nel mio libro Rischi e opportunità del web 3.0 e delle tecnologie che lo compongono del 2014, edito da Dario Flaccovio Editore, ne ho inserite 8:

  1. Mobile Internet
  2. Intelligenza artificiale
  3. Internet delle cose
  4. Cloud
  5. Robotica
  6. Nanotecnologie
  7. Big Data
  8. Social Network

Sono ancora convinto di questo elenco ma credo che alcune facciano fatica a decollare. Fino a quando ci sarà un impedimento tecnico o tecnologico, fino a quando chiunque non potrà utilizzarle senza problemi, resteranno tecnologie del futuro e non del presente. Credo tantissimo nella sinergia tra le diverse tecnologie, ad esempio Realtà Aumentata e Realtà Virtuale. 

Le nanotecnologie, quelle di cui forse siamo meno consapevoli, potranno far fare balzi incredibili all’umanità.”

Il cambiamento, però, non è legato solo alla tecnologia, ma anche e soprattutto al mindset

“Esatto, è l’unico grande tema, in realtà. Il cambiamento in sé può essere una figata oppure no, dipende da come lo vivi. Resta il fatto che tu non puoi cambiare le cose che già stanno accadendo, puoi solo scegliere come adeguarti perchè comunque accadranno. 

È quello di cui abbiamo parlato durante la terza tappa del Tour Alambicco: se Ned Ludd invece di spaccare un telaio avesse imparato a usare la spoletta mobile, lo ricorderemmo diversamente. È prima una questione di mindset, poi di know-how.” 

Il mindset cambia e si modella nel corso degli anni, e questa non sempre è un’operazione semplice. “All’imprenditore spetta l’onere di ricercare più confronti possibili con l’esterno, perché stimoli maggiori ti permettono di cambiare e plasmare il tuo mindset più in fretta. In questo il confronto generazionale può aiutare molto. I giovani sono più portati al cambiamento, si adattano più facilmente e possono affiancare i genitori nel percorso, sempre che vengano ascoltati. Resta il fatto che il cambiamento deve arrivare da dentro, nessuno può convincerti di qualcosa che non vuoi fare o di cui pensi di non avere bisogno.”

Per concludere possiamo dire che per aprirsi al digitale bisogna prima di tutto chiudere le porte al pregiudizio. 

Accogliere ogni novità con la curiosità di chi vuole comprendere il mondo senza preconcetti, seppur con fatica, è il primo passo per portare innovazione nella propria azienda. 

Welfare Aziendale, il piano che che fa bene e conviene.

Sempre più aziende in Italia scelgono di mettere a punto dei piani di welfare aziendale, per accrescere il potere di spesa, la salute e il benessere dei dipendenti e del loro nucleo familiare. Ma come funziona? Lo abbiamo chiesto a Gianluca Brizio, CEO e Founder di WAI, Welfare Aziendale Italia.

Negli ultimi anni in Italia c’è stato un boom di contratti integrativi che hanno introdotto il premio di produttività, che è passato dai 9mila nel 2016 agli oltre 54mila nel 2019. Di questi, oltre uno su due prevede la conversione in welfare aziendale: il tasso di incidenza delle misure di welfare su contratti che includono il premio di produttività è infatti aumentato dal 46% nel 2018 al 57% nel 2020 (fonte Ministero del Lavoro). In pratica, quasi sei contratti su dieci prevedono misure di welfare aziendale, con la possibilità di convertire il premio di risultato parzialmente o totalmente in beni e servizi welfare. 

L’inserimento di un piano di welfare aziendale porta con sè molti vantaggi, tangibili e immateriali. Primo fra tutto il benessere psicofisico che si trasforma in un accrescimento della motivazione del lavoratore con conseguente riduzione del turnover e assenteismo; non ultimo, il consistente beneficio fiscale per l’imprenditore ed economico per il lavoratore grazie al totale abbattimento del cuneo fiscale.

Ma cosa si intende per welfare aziendale? Si tratta di tutte le misure, comprese iniziative, beni e servizi, messe a disposizione del lavoratore da parte dell’impresa. 

Le misure mirano a sostenere il reddito del lavoratore, per accrescere la salute, il benessere e il suo potere di spesa. In aggiunta alla retribuzione, quindi, i dipendenti possono usufruire di una serie di agevolazioni, rimborsi e benefit che beneficiano di un regime fiscale agevolato sia per il dipendente che per il datore di lavoro.

Alla lettera, il termine welfare sta per benessere, obiettivo di un percorso di responsabilità sociale, ma anche per sussidi e assistenza sociale

Sempre più aziende italiane si stanno dotando di piani di welfare aziendale per due motivi: il primo, accrescere il benessere dei propri dipendenti migliora la qualità di vita personale e professionale di ciascun individuo; il secondo, entro certi limiti si tratta di servizi detassati per i lavoratori dipendenti, perché rientrano tra i beni e servizi che non concorrono a formare reddito imponibile in quanto mirati a soddisfare esigenze meritevoli di tutela, come il miglioramento delle proprie condizioni di vita di quelle dei familiari. In pratica, non costituendo reddito, il contributo è esente da tassazione fiscale e contributiva ed è al contempo deducibile per l’azienda. 

Potremmo definirlo un classico win-win per azienda e lavoratore. È questa la modalità in cui il welfare aziendale riesce a coniugare la responsabilità sociale d’impresa, con azioni concrete e mirate e piani di incentivazione della forza lavoro.

Perché un’azienda dovrebbe dotarsi di un piano di welfare aziendale? 

– per abbattere il cuneo fiscale;

– per regolamentare l’erogazione delle premialità;

– per fidelizzare e coinvolgere i lavoratori;

– per accrescere l’immagine aziendale; 

– per attrarre nuovi talenti e aumentare la produttività;

– per migliorare la conciliazione vita-lavoro.

Come funziona: i benefici

Sono davvero molti i benefit di cui il lavoratore può usufruire. Il datore di lavoro può scegliere tra i molteplici benefit e le soluzioni previste dalla normativa fiscale, tra cui: 

  • buoni d’acquisto per il carburante;
  • Buoni spesa al supermercato, elettronica, abbigliamento ed altri ancora;
  • Viaggi e Vacanze, sport e benessere, tempo libero, cultura e formazione; 
  • previdenza complementare; 
  • assistenza sanitaria integrativa, cassa sanitaria; 
  • rimborsi scolastici dall’asilo nido all’università e master;

Le prestazioni messe a disposizione dei dipendenti nei piani di welfare aziendale vengono anche definite flexible benefit, flessibili proprio perché il dipendente può scegliere come spendere il proprio “portafoglio” di benefit messo a disposizione dal datore di lavoro.

Tipologie di piani di welfare aziendali 

Esistono tre tipologie di piani di welfare aziendale, che si configurano anche in un diverso trattamento fiscale:

– welfare volontario o liberale;

– welfare obbligatorio da CCNL;

– welfare di produttività  – Premi di Risultato;

I piani di welfare volontario o liberale vengono attuati dall’azienda con un’azione unilaterale: con un Regolamento Interno è il datore di lavoro a decidere gli importi da erogare per la generalità dei dipendenti o per determinate categorie omogenee di lavoratori. Con la predetta regolamentazione, L’agevolazione fiscale per questo tipo di piani, è totale quindi risparmio fiscale pieno sia per Azienda che per Lavoratori.

Il Welfare obbligatorio previsto da CCNL è quello invece previsto solamente da alcuni Contratti Collettivi Nazionali, uno su tutti, quello Metalmeccanico del settore Industria, in vigore dal 2017 e appena rinnovato per un ulteriore triennio fino al 2024. Le Aziende soggette a tale CCNL hanno l’obbligo di corrispondere a tutti i lavoratori € 200,00 sotto forma di beni e servizi di Welfare Aziendale e non è possibile monetizzare tale importo. Anche qui detassazione totale per le parti.

Infine, il welfare di produttività relativo a premi di risultato derivanti da contrattazioni sindacali ossia accordi di II Livello. Questa modalità consiste nell’offrire al dipendente la possibilità di convertire o meno il proprio premio di produttività in prestazioni di welfare aziendale. Ciò avviene grazie alla Legge di Stabilità del 2016 che prevede la totale esenzione fiscale per azienda e lavoratori convertendo i premi di risultato in welfare aziendale. Quindi, se il lavoratore converte in W.A., il risparmio fiscale è totale per azienda e lavoratore; nel caso in cui il lavoratore scelga, invece, di non convertire, non vi sarà il risparmio fiscale per l’Azienda e il lavoratore beneficerà di un’aliquota agevolata del 10%.

In generale, A puro titolo esemplificativo, la corresponsione di 1000 € dall’Azienda al lavoratore:

  • In busta paga costo aziendale circa 1400 € mentre il dipendente riceve 600 € netti 🡪 cuneo fiscale circa 800 €;
  • In WELFARE AZIENDALE il costo aziendale è € 1000 e non 1400€, mentre al lavoratore arrivano 1000 € netti e non 600€ 🡪 cuneo fiscale ABBATTUTO.
  • Nel caso del Welfare di produttività, Il premio presuppone che nel corso dell’anno ci sia stato un incremento misurabile della produttività aziendale.
  • Nel caso dell’obbligo contrattuale ci sarà l’erogazione a prescindere dai risultati aziendali;
  • Nel caso della liberalità da parte del datore di lavoro a mezzo regolamento interno, sarà l’Azienda a decidere se costruire o meno piani di welfare aziendale e non richiede l’accordo sindacale;

Si tratta di una modalità che non solo conviene alle aziende, ma che piace anche ai dipendenti. Se nel corso del 2018 uno su quattro dei lavoratori beneficiari (25%) sceglieva una quota welfare dal premio di produttività, nel corso del 2019 è diventato uno su tre (34,5%). La spesa in istruzione (tasse scolastiche, acquisto libri, iscrizioni asili nido) è la voce più consistente con il 33,8%. Segue l’area ricreativa con il 22,4% (palestra, viaggi, sport); i fringe benefit (carte prepagate per spesa, carburante, shopping e elettrodomestici fino a 258,53 euro annui) con il 18,1%; la previdenza integrativa (12,7%); l’assistenza sanitaria (7,6%); la mobilità (3,7%); l’assistenza familiare (1,2%).

WAI, Welfare Aziendale Italia 


Per saperne di più abbiamo fatto qualche domanda a Gianluca Brizio, CEO e Founder di WAI, Welfare Aziendale Italia, con sede a Bra, in provincia di Cuneo. 

WAI è un provider di Welfare Aziendale che segue le Imprese, di ogni dimensione, in ogni fase della catena procedurale. Per implementare un piano di welfare aziendale è importante, infatti, partire con l’analisi dello scenario, della popolazione aziendale e dei bisogni dei dipendenti. WAI affianca le aziende dalla consulenza allo studio delle risorse per l’abbattimento del costo del personale, dai regolamenti alla gestione normativa e fiscale fino all’accesso alla Piattaforma Welfare di Proprietà, con oltre 150.000 servizi disponibili.

“Aiutiamo le Imprese a realizzare Piani di welfare per migliorare la conciliazione vita-lavoro dei propri dipendenti – spiega Gianluca Brizio – mettendo al centro del progetto le strutture del territorio e i nostri fornitori locali. Il welfare, così pianificato, risulterà un successo per azienda e collaboratori”. 

Questa particolarità è ciò che rende l’offerta di WAI diversa dalle altre aziende del settore, perché offre al dipendente una vasta opportunità di scelta e propone attività locali e sul territorio. In questo modo non solo l’impresa incrementa la produttività, fidelizza i dipendenti e abbatte il cuneo fiscale ma il lavoratore ottiene un potere d’acquisto maggiore.

Scegliere WAI significa quindi beneficiare delle eccellenze nazionali e delle strutture a km zero, aspetto determinante per la corretta riuscita di un piano welfare e che pochissimi sono in grado di sostenere al livello offerto da WAI.

Una volta stabilito un piano di welfare, il lavoratore deve spendere il proprio credito. Dove può farlo? 

Ecco le categorie a disposizione:

  1. BUONI ACQUISTO e GIFT CARD: supermercati, carburante, abbigliamento, elettronica, profumerie, sport ecc..
  2. VACANZE: scegliendo tra i più noti motori di ricerca mondiali e le Agenzie viaggi del territorio;
  3. SPORT, DIVERTIMENTO: qualsiasi abbonamento sportivo, ristorazione, parchi divertimento, Terme e Spa;
  4. CULTURA E FORMAZIONE: soggiorni culturali, corsi di formazione, editoria e riviste;
  5. SANITÁ : qualsiasi visita specialistica o diagnostica, analisi di laboratorio, odontoiatria, occhiali e lenti, prevenzione, fisioterapia, oncologia, psicologia e psichiatria ecc.
  6. PREVIDENZA: versamenti liberi al fondo di previdenza di categoria o individuale;
  7. RIMBORSI: rimborsi di qualsiasi spesa scolastica dall’asilo nido all’università e master comprensiva di retta, mensa, pre-dopo scuola, campus estivi ed invernali, trasporto pubblico, gite scolastiche, testi scolastici ecc..

L’elenco fa quindi riferimento a spese essenziali e che qualsiasi persona, a prescindere dall’età, andrà a sostenere nella vita di tutti i giorni. Grazie alla conversione in beni e servizi di Welfare Aziendale, ogni dipendente potrà collegarsi con user e password in piattaforma e, in totale autonomia, potrà acquistare i servizi di suo interesse.

Al programma può accedere sia la piccola impresa famigliare che la grande azienda.

Il welfare aziendale nell’emergenza sanitaria da Covid-19

Cosa è cambiato negli ultimi due anni? 

“L’emergenza sanitaria che ha caratterizzato questi ultimi 18 mesi, ha avuto ripercussioni importanti anche sul welfare aziendale” – racconta Gianluca. “I dipendenti si sono avvicinati sempre più al concetto di sanità e la sensibilizzazione al tema è stata sempre crescente. 

Anche in tema di fruibilità dei servizi in piattaforma, la scelta nella sezione dedicata alla Sanità è cresciuta esponenzialmente. L’acquisto di Pacchetti Sanitari integrativi, assicurazioni sanitarie e la Cassa Sanitaria, servizio che siamo tra i pochi Provider ad offrire, consente ai dipendenti di ottenere il rimborso delle spese sanitarie sostenute per sé stessi e per il proprio nucleo familiare. 

Recentemente, abbiamo anche condotto un questionario approfondito sui servizi del welfare a cui hanno risposto oltre 200 persone. È stato a loro richiesto di esprimere 2 scelte tra i servizi presenti ossia Gift Card, tempo libero, vacanze e sport, previdenza e sanità, rimborsi.  Il risultato è stato sorprendente perché circa il 74% delle persone ha indicato, tra le due scelte, la Sanità come argomento fondamentale e di fruibilità sul welfare. Il dato è davvero rilevante in quanto, prima della Pandemia, eravamo al di sotto del 34%.  

In Piattaforma WAI i dipendenti troveranno oltre 12.000 strutture sanitarie presenti sul territorio nazionale e le eccellenze a km zero appositamente convenzionate per dare ai dipendenti una maggiore fruibilità. In aggiunta, la Cassa Sanitaria, grazie alla quale potranno richiedere il rimborso di una qualsiasi spesa sanitaria sostenuta sul territorio nazionale, rimborsabile a prescindere dal convenzionamento o meno della struttura e senza franchigie. Decisamente un plus per Aziende e dipendenti.”

La mozzarella di bufala arriva da Cuneo: l’avventura del Caseificio Moris

Gli imprenditori lo sanno: un buon capitano non è colui che è in grado di restare al timone quando non soffia il vento, ma chi è in grado di rimanere al comando e condurre la nave in porto durante una tempesta. Ma come si reagisce a un imprevisto che rade al suolo il tuo business? Come si reinventa un imprenditore che possa dirsi davvero resiliente? E come è possibile innovare il settore agroalimentare e certificare la qualità di un’azienda come il Caseificio Moris? 

Ne abbiamo parlato insieme a Ivan Morisiasco, che ha condiviso con noi la sua esperienza.  

Il Caseificio Moris 

Agricoltori da quattro generazioni, forse anche prima. Ivan ci racconta “Con le mie sorelle, Elisa ed Elena, e le cugine, siamo cresciuti insieme, giocando e aiutando i nostri genitori. Ci lega un affetto molto profondo. Siamo stati fortunati, i nostri genitori non ci hanno mai forzato a scegliere questo lavoro ma ci hanno dato fiducia e coinvolto nei progetti quando eravamo piccoli. Così, piano piano, ci siamo appassionati a questo mestiere.” 

La famiglia Morisiasco ha sempre allevato mucche di razza piemontese, con l’introduzione negli anni ‘80 della razza frisona, scelta che già all’epoca si rivelerà vincente. Con oltre 200 capi di bestiame, i fratelli Franco e Mario Morisiasco si ritrovano tra i primi allevatori in Italia. Ma la vita riserva sempre molte sorprese. Negli anni ‘90 giungono due imprevisti: il primo, la bagarre sulle quote-latte, che impedisce agli allevatori di acquistare altri capi di bestiame; il secondo, ancora più grave, un’improvvisa malattia che colpisce l’intero allevamento. 

Così, da un problema a tratti drammatico, arriva la svolta. Nel 2002, di ritorno da una Fiera svoltasi a Verona, papà Franco sveglia Ivan in piena notte, per raccontargli la sua idea: passare all’allevamento di bufale. Ivan non comprende l’entusiasmo di suo padre, fino a quando non lo accompagna in Campania, dove assaggerà la mozzarella di bufala e incontrerà per la prima volta questo animale maestoso. 

“Non dimenticherò mai il giorno che sono arrivate le prime 50 bufale, un’emozione unica.”

Comincia così questa storia fatta di lungimiranza e intuito, di resilienza e passione. Nasce un’azienda parallela a quella originaria, che oggi produce formaggi, carne e bio cosmesi. 

Il Caseificio Moris possiede oltre 1250 animali alimentati in maniera sana ed equilibrata con foraggi, leguminose e cereali coltivati nei 180 ettari di terreno di possesso dell’azienda. 

Perché le bufale? Perché si tratta di una vera e  propria rivincita. “Mio padre aveva intuito che un prodotto così particolare a livello mondiale – spiega Ivan – ci avrebbe permesso di riprendere in mano la nostra produzione. Il latte di bufala è qualcosa di prettamente italiano, è nostro. Latte, formaggi e carne di bufala sono molto digeribili. Il latte è indicato per i bambini. La carne ha un ridotto contenuto di colesterolo.

Inoltre, ci permette di uscire dalle dinamiche in cui l’agricoltura è inclusa. È un mondo davvero particolare, dove il prezzo lo fa chi compra, e non chi vende. L’agricoltore ha sempre una spada di Damocle che pende sulla sua testa: quella della deperibilità. Se il mio prodotto va a male, devo venderlo, a volte svenderlo. Il latte di bufala ci ha permesso di uscire da questo sistema, di produrre meno e meglio e di scegliere il prezzo e le modalità di vendita. Siamo noi a controllare la produzione, la lavorazione e la vendita, garantendo la qualità ad ogni step della filiera.”


Resilienza e intuito 

Il successo ottenuto con le bufale non è casuale. “Le bufale sono arrivate anche grazie al percorso fatto con l’allevamento delle mucche da latte, che ci ha visti protagonisti a livello nazionale e internazionale. Credo che in qualsiasi settore in cui si opera bisogna sempre puntare ad ottenere il massimo lavorando con cura precisione e tanta passione.”     

Cosa ha permesso a papà Franco di farcela? Sicuramente la voglia di non mollare mai, neanche quando le avversità incombevano. E poi la sua voglia di sperimentare, la capacità di trovare anche nelle difficoltà una via d’uscita, sempre. 

“Lui è bravissimo nel trasformare ogni difficoltà in un nuovo punto di partenza: una continua ricerca alimentata dalla voglia di migliorarsi sempre. 

Ho dei ricordi nitidi di quando ero piccolo. La nostra vita era qualcosa di imprescindibile dal lavoro, cosa che non ci è mai pesata realmente. La Domenica si mungeva ascoltando le partite alla radio, a Natale mungevamo le vacche prima di andare a messa, per poi aspettare il passaggio di Gesù bambino. 

Mio padre girava per le aziende agricole, vedeva le esperienze degli altri e provava a capire come applicarle alla sua realtà. Ha sempre capito che investire sulla qualità era fondamentale, anche su quella degli animali stessi. Mio padre e mio zio sono stati tra i primi a investire su animali con genetica certificata, che costavano 3 volte di più dei normali animali.” 

È importante capire un aspetto significativo. Gli animali non sono tutti uguali, cosa che potrebbe ingannare un neofita. Ogni capo deve avere delle qualità funzionali per garantire un buon prodotto a lungo tempo. Negli allevamenti intensivi di oggi gli animali sono sì iperproduttivi, arrivando a produrre 60 litri di latte vaccino al giorno, ma dopo pochi anni, la mucca non riesce più a stare in stalla. È come pretendere di avere il motore di una Ferrari alloggiato in una carrozzeria di una utilitaria, senza considerare che anche quel latte perderà tutte le proprietà nutritive, diluite in una quantità “innaturale” di produzione. 

“Una bufala vive anche 15 anni, produce meno latte, è un animale più forte per natura. A noi spetta il dovere di garantire una vita sana ad ogni capo per una produzione di qualità. Non c’è solo l’aspetto genetico dell’animale infatti: qui subentra l’aspetto manageriale. Occorre gestire al meglio l’animale con stalle e spazi adeguati, personale formato per allevarlo senza stressarlo, garantire a ogni bufala un’alimentazione genuina, perchè un animale in costante cattiva digestione è nervoso, dura meno e produce un prodotto di qualità scarsa.”

Come viene gestita la qualità e la certificazione nella vostra azienda? 

“Stiamo creando un modello Moris di allevamento e di agricoltura di trasformazione. Vogliamo trasmetterlo al cliente per dare a lui la sicurezza di ciò che acquista. Perchè un conto è la qualità del prodotto, un conto invece è la sicurezza del metodo che deve essere certificato in altro modo.”

Uno sguardo al futuro 

“Crediamo molto nella qualità. Vogliamo ingrandire e sviluppare la nostra azienda per continuare a vederla crescere anche se nel nostro settore non è semplice; più animali vuol dire più terra, più spazi, più stalle. Abbiamo trovato in Be4 Innovation il partner ideale per seguire la crescita aziendale e investire in maniera mirata e sostenibile nei macchinari necessari.

Stiamo mettendo in piedi un modello di agricoltura sempre più sostenibile, per trarre la qualità massima dal prodotto senza l’utilizzo di chimica. Il Caseificio Moris punta a diventare a breve Antibiotic Free, cosa che per noi è una soddisfazione immensa. 

Inoltre, siamo totalmente autosufficiente per energia elettrica e termica, ormai da anni. Nel 2010 è stato strutturato un impianto di Biogas, pensato secondo una precisa ottica aziendale. Questa scelta ha avuto un forte impatto sulla nostra economia e sull’ambiente, e rientra in quel sistema di economia circolare su cui stiamo investendo da anni.

L’idea è realizzare pienamente un’azienda a impatto zero. Produrre cibo è una grande responsabilità. Se compro un oggetto e si rompe, me ne farò una ragione. Ma se compro qualcosa che dovrò mangiare, devo essere sicuro che mi faccia bene e che mi dia energia.” 

Il settore è in continua evoluzione, anche grazie alla tecnoglie. Ma è la lungimiranza degli imprenditori di diverse generazioni come Franco e Ivan che permetterà di continuare a far nascere opportunità per continuare a crescere. 

Internazionalizzazione delle PMI, un’occasione da cogliere.

Cosa devono fare le aziende che vogliono aprirsi ai mercati esteri e in quali rischi incorrono? Proviamo a scoprirlo in questo articolo parlando con l’avvocato Maria Cristina Pasi. 

Globalizzazione e rivoluzione digitale sono i due agenti principali che hanno portato all’attenzione di piccole e medie imprese la parola “internazionalizzazione”. 

Il processo di internazionalizzazione, però, non è facile come può sembrare e non si limita alla mera esportazione dei propri prodotti all’estero; prevede invece l’insediarsi, da parte di un’azienda, all’interno di uno o più mercati esteri mettendo a punto una serie di strategie e attività. Si tratta quindi di un processo complesso che prevede diverse fasi da rispettare e requisiti da avere. 

Per fare chiarezza, abbiamo intervistato l’Avvocato Maria Cristina Pasi, Presidente Nazionale dell’Ordine giovani Avvocati e titolare dello Studio Legale Pasi, con sede in Cuneo. 

L’Avv. Maria Cristina Pasi, Presidente Nazionale dell’Ordine giovani Avvocati.

Qual è il giusto approccio che le PMI devono adottare per affacciarsi verso il mercato internazionale? 

Per le PMI il mercato internazionale può costituire un’immensa opportunità di sviluppo: in primo luogo, le nostre imprese beneficiano della fama di cui il Made in Italy gode nel mondo per cui vi è continua ricerca di qualità italiana. Inoltre, avere uno sbocco internazionale può svolgere un’importante funzione di ammortizzazione e attenuazione delle flessioni del mercato interno; chiaramente, è necessario avere un target di Paesi dove il mercato dei beni italiani sia costituito non tanto dalla fascia media della popolazione, bensì a quella alta e molto alta. 

Ecco un esempio concreto: un bene che ha un prezzo considerato medio in Italia, in Paesi dove il reddito pro-capite è sensibilmente più basso diventa in automatico, a prezzo invariato, un bene di lusso, e i mercati di fascia alta sono quelli che, statistiche alla mano, hanno subito meno flessione nei momenti di crisi.

Tengo sempre a rimarcare la netta distinzione tra delocalizzazione e internazionalizzazione:l’internazionalizzazione crea un circolo virtuoso grazie al quale razionalizzando le risorse dell’azienda allocando parte dei cicli produttivi all’estero, si riesce a mantenere una struttura solida e competitiva in Italia. L’impresa, in poche parole, diventa molto più elastica, perché risente meno delle flessioni dei mercati, e ciò innesca molti benefici, quali ad esempio più risorse per gli investimenti, non dover ricorrere a ridimensionamenti o a tagli del personale in Italia.

Il modo giusto per porsi, secondo la mia esperienza, è stabilire in base alle proprie esigenze l’obiettivoche si persegue: ad esempio, l’imprenditore che fa lavorazione di materie prime nel settore metallurgico si rivolgerà ad alcuni Paesi, l’imprenditore agricolo ad altri.

L’esperienza pluriennale nei Paesi dell’Est e nei Balcani che ho maturato mi porta a dire tranquillamente che là vi sono magnifiche opportunità, grossi incentivi statali e sistemi fiscali decisamente competitivi, ormai anche le infrastrutture, con la pioggia di contributi europei, sono decisamente ammodernate. Tuttavia, come spesso accade, là dove ci sono le migliori possibilità vi sono anche le maggiori insidie: è necessario prestare molta attenzione a tutte quelle associazioni private che spesso hanno nomi evocativi come “camera di commercio tal dei tali”, in realtà spesso già diffidate da Assocamerestero dall’uso di tali denominazioni in quanto sono solo un modo per fare soldi facili con servizi inutili o fasulli che non sono altro che un modo per far spendere nell’immediato soldi all’imprenditore senza dargli nulla in cambio.

Qual è l’approccio giusto che un imprenditore deve avere verso il tema internazionalizzazione? Quali i passaggi che deve effettuare per non rischiare di commettere errori?

L’approccio giusto che l’imprenditore deve avere è quello rigoroso e pragmatico: prima di tutto capire che vi sono grandi differenze culturali per cui non farsi scoraggiare dal modo diverso di fare impresa all’estero, e poi affrontare l’internazionalizzazione con una rete di professionisti seri e competenti. La scelta del Paese giusto per il core-business della propria azienda, dei professionisti giusti che possano offrire un panorama fiscale completo è fondamentale: infatti, spesso si viene attratti da fiscalità di favore sulla tassazione dei proventi da impresa, tuttavia la tassazione degli utili può variare sensibilmente da Paese a Paese, così come anche la stabilità dei diversi sistemi bancari, per cui è necessario fare scelte strategiche che permettano di valutare tutti i pro e i contro a trecentosessanta gradi.

La possibilità di poter avere accesso a informazioni date dalle Ambasciate e dalle rappresentanze diplomatiche si rivela molto spesso utilissima, in questo ambito.

Non bisogna poi scordare un vantaggio molto grande, specie per chi internazionalizza nei Paesi dell’Est Europa: oltre a un fisco che premia l’impresa e non la mortifica, sono geograficamente vicini per cui facilmente raggiungibili e l’imprenditore può controllare personalmente l’impianto produttivo affrontando un viaggio di poche ore; inoltre, la manodopera è specializzata nell’esecuzione e per una questione di ottima mentalità esecutiva ma scarsa creatività, l’imprenditore italiano non corre il rischio di vedere il proprio know-how copiato dopo poco tempo come può accadere a chi si rivolge, ad esempio, al mercato cinese.

Per prima cosa è opportuno l’avere un approccio molto pragmatico e rigoroso: ben si sa che i Paesi che offrono più opportunità, sono spesso quelli dove il rischio è più alto, motivo per cui è necessario poter contare su una rete di professionisti seri e competenti che consiglino l’imprenditore in base all’attività della sua azienda: per l’agricoltura, ad esempio, è ottima l’area balcanica e in particolare la Macedonia, per il settore minerario, del legname e metallurgico l’Ucraina, per quello dei semilavorati l’Ungheria e la Bulgaria, insomma, è opportuno scegliere in modo sartoriale il Paese in base ai settori imprenditoriali e, molto importante, in base alla stabilità del sistema bancario e alla fiscalità.

Un esempio: l’Ungheria attrae investitori esteri con una tassazione, molto vantaggiosa, del 9% sugli utili. Nessuno dice, però, che a chiusura bilancio l’imprenditore dovrà pagare anche un 2% di imposta comunale obbligatoria sul fatturato e la tassazione sui dividendi è al 15%, mentre in altri Paesi, come la Bulgaria, scende al 5%. E’ fondamentale inoltre rivolgersi a chi abbia chiare conoscenze delle realtà geopolitiche: ad esempio, vi sono grandissimi incentivi alla costruzione di stabilimenti produttivi nelle zone vicine al Donbas in Ucraina: tuttavia, è una realtà molto vicina al teatro di guerra russo-ucraino, per cui è necessario fare prudenti valutazioni. E’ chiaro che la scelta finale spetta all’imprenditore, ciò nonostante, egli deve essere messo in condizione di avere il più grande numero di informazioni a sua disposizione.

Pochi sanno, ad esempio, delle free zone in Macedonia, aree ad esenzione fiscale decennale in cui è possibile concordare con i Ministeri di riferimento in base all’attività che si vuole avviare la misura dei contributi dello Stato alla costruzione degli impianti produttivi.

Quali sono i mercati che lei ritiene più interessanti per il Made in Italy?

Il Made in Italy è ricercato e corteggiato in tutto il mondo, come sinonimo di assoluta qualità e artigianalità, per cui ritengo che il mercato di riferimento possa essere l’intero mondo, tuttavia l’imprenditore deve scegliere, in base anche alle sue dimensioni aziendali, un Paese in base alla sua raggiungibilità, alle infrastrutture, alla qualificazione della manodopera in relazione al costo, alla fiscalità e alla stabilità bancaria.

Occupandomi di Est Europa e Balcani, ritengo che, sempre in relazione all’attività che si vuole svolgere, Paesi europei che possono ancora offrire molto siano la Bulgaria, in relazione a determinate attività  l’Ungheria, mentre per restare nell’ambito “vicino” ma extra Unione Europea, senza dubbio Macedonia (settore agricolo e produttivo nelle free tax zone), Montenegro, Armenia (specie nel settore calzaturiero e della distillazione) e, nella parte centrale e occidentale, l’Ucraina (materie prime, settore metalmeccanico e metallurgico).

Infine, che importanza rivestono la rete vendita, la rete logistica e l’utilizzo dei canali digitali nel processo di internazionalizzazione?

Tutte e tre le cose rivestono importanza grandissima: come detto prima, le infrastrutture e la rete logistica devono  fare parte della prima fase di valutazione sull’internazionalizzazione: è infatti inutile avere condizioni produttive vantaggiose se poi la rete logistico-infrastrutturale è carente, perché la velocità della circolazione dei beni è fondamentale e una rete non adeguata può rallentarla e aumentare i costi.

I canali digitali sono il futuro dato che, attraverso siti specializzati, anche il piccolo imprenditore di nicchia che difficilmente avrebbe visibilità se non nel suo settore di riferimento, può offrire i suoi prodotti e farsi conoscere dall’altra parte del globo. Web marketing, implementazione dei propri siti di riferimento, ricerca e creazione di nuovi canali digitali di distribuzione sono fondamentali per aggredire un mercato sempre più globale e questo aspetto in Italia attualmente viene ancora purtroppo molto spesso trascurato o ritenuto di secondo piano.

Alambicco 2021: l’esperienza formativa di eccellenza si arricchisce.

Sfidante: potremmo definire con questa parola il 2020. Lo stato di emergenza creato a causa del Covid-19 è senza precedenti. In tutto il mondo, persone e organizzazioni si sono dovute adeguare in fretta alle regole dettate dalle nuove necessità. Uno sforzo di resilienza e tenacia, tutt’ora in corso. Ma se è vero che le crisi portano con sé stravolgimenti, è anche vero che rappresentano un’occasione unica di cambiamento. 

Durante il lockdown primaverile in Italia ci siamo resi conto di quanto la mancanza di socialità diretta potesse modificare i nostri equilibri personali e professionale: sentivamo la necessità di condividere i pensieri e accorciare le distanze, confrontarci con altri professionisti e imprenditori come noi. 

Così è nata Alambicco Academy, con l’intento di accorciare le distanze non solo tra le persone, ma anche tra il presente e il futuro delle imprese. Alambicco, infatti, nasce con l’intento di accompagnare le imprese verso una trasformazione digitale costruttiva e consapevole, attraverso percorsi formativi ad alta componente esperienziale. 

Non è un semplice evento formativo, ma uno stato d’animo che rappresenta la volontà degli imprenditori a non arrendersi mai.

Un viaggio entusiasmante che combina le conoscenze e le competenze di imprenditori della old e new economy, coinvolgendoli in sessioni formative coordinate e guidate da eccellenze della cultura dell’innovazione.  

L’edizione 2021 è quindi un insieme di riflessioni sul contesto economico e produttivo italiano, sulla società e gli individui che la compongono, su come si può affrontare una trasformazione e su quale sia l’attitudine richiesta per adattarsi. 

I format 

La nuova edizione si arricchisce di nuovi format, progettati per essere agili pur mantenendo la stessa componente esperienziale. Creare e mantenere relazioni rappresenta una ricchezza che ci tiene saldi al presente, specie nelle situazioni di incertezza. 

L’offerta formativa propone percorsi di alto livello, rivolti a manager e imprenditori interessati a sviluppare competenze tecniche e relazionali, sperimentare nuove metodologie, conoscere nuovi strumenti per facilitare i progressi tecnologici e diffondere in azienda quanto acquisito. Le occasioni formative sono progettate in un’ottica flessibile, con format diversi in grado di rispondere alle esigenze delle aziende. 

Alambicco Tour 2021

Una pratica, una strategia, quasi una filosofia. Alambicco Tour è tutto questo è anche di più. Conoscerne le logiche e i segreti ed esplorare le nuove frontiere delle tematiche trattate può permettere di fare un salto professionale decisivo e dare un contributo strategico alla propria azienda. Team building, marketing, leadership, soft e hard skill: questo programma, organizzato in 6 tappe, alterna la formazione teorica ai workshop pratici, e offre la possibilità di apprendere e padroneggiare regole e strumenti utili, anzi indispensabili, all’imprenditore del futuro. 

Il tema di questo Alambicco Tour 2021 è “Il Piemonte e i suoi vini”, un fil rouge emozionale che unisce le sei tappe e che permetterà di apprezzare il Re dei rossi, il Barolo e il suo Principe, il Barbaresco. Toccherà poi alla Regina, la Barbera Superiore del Monferrato seguita da un vino da veri intenditori il Ruche prodotto da un vitigno autoctono del Monferrato. Il Tour si concluderà con un omaggio alle bollicine canellesi dell’Asti Spumante e al dolce Moscato di Santo Stefano Belbo.

Chef stellati proporranno ai partecipanti i loro menù durante ogni Cena di Gala al termine della sessione formativa.

Winter school  Summer School

Un corso intensivo dalla didattica flessibile e dall’alta componente esperienziale: Winter e Summer School sono occasioni formative studiate per incontrare nuove esigenze di approfondimento culturale e interdisciplinare. Il corso si svolge ininterrottamente durante un week end e permette di incontrare imprenditori e manager che, guidati da docenti di alto livello, lavoreranno in team condividendo le loro esperienze. Le sessioni termineranno con una giornata conviviale che permetterà di conoscere le località che ospitano l’evento e scoprirne le bellezze. 

La Winter School ci porterà ai piedi del gigante delle Alpi, il Monte Bianco. A Courmayeur, cittadina dall’autentica atmosfera alpina, andremo “alla ricerca della lungimiranza”, per poi dedicare un’intera giornata alla convivialità, trasformandoci in Skynauti.

La Summer School, invece, ci porterà in una delle mete più ambite dai turisti: Stresa, la perla del Lago Maggiore. La sessione formativa ci vedrà impegnati nell’analisi della gestione del cambiamento riportando al centro le persone: due giorni intensivi per imparare a portare le persone con te attraverso il cambiamento e per evitare le situazioni in cui il cambiamento devia dalla situazione programmata. Il “free day” sarà un’esperienza magica: tour delle Isole Borromee in battello, alla scoperta delle bellezze naturalistiche e architettoniche di questi luoghi. 

Alambicco Bootcamp

Un bootcamp di formazione è un evento che include attività di formazione, discussioni, valutazioni, e-learning e molte altre risorse, anche multimediali. La ricchezza del bootcamp è proprio nella diversità. I partecipanti possono interagire direttamente con colleghi e facilitatori, ampliando così le proprie conoscenze e affinando le proprie competenze. Il format dei Bootcamp è studiato per mantenere viva l’attenzione dei partecipanti e ridurre il sovraccarico cognitivo, grazie a contenuti e metodi di studio coinvolgenti, divertenti e interattivi.

Un ampio programma permette di scegliere gli argomenti da approfondire, spaziando dal marketing alla contabilità, dalla produzione alle soft skill.

Si tratta di un contenitore in cui far convergere le necessità formative di un’azienda, selezionate direttamente dall’imprenditore che sceglie il percorso di cui ha bisogno e ha l’opportunità di portarlo all’interno della sua azienda. Ad aggiungere valore, l’interazione diretta con colleghi e facilitatori, a cui richiedere consulenze specifiche durante la giornata, applicate al proprio campo d’azione. 

AlambiccOnline

Alambicco diventa anche WEB. Proponiamo un programma formativo che, grazie a webinar interattivi, permette di approfondire temi specifici. Basta un clic per essere online con altre aziende, con la possibilità di partecipare interagendo con i docenti. AlambiccOnline offre corsi brevi e sintetici, ma di valore: il livello di conoscenza si innalza grazie alla possibilità di interagire in tempo reale con i docenti e partecipanti. Tutti i corsi dispongono di materiale digitale a supporto.  

Il Main Event: il Museo Ferrari di Maranello

Abbiamo scelto di farci promotori del cambiamento, che si concretizza non solo con la formazione teorica ma anche e soprattutto con le esperienze culturali e la possibilità di condividere emozioni

Il tema del colore rosso, declinato all’interno del Tour 2021 nel viaggio attraverso i vini eccellenti del Piemonte, trova una sublimazione nel main event di quest’anno: la visita al Museo Ferrari di Maranello, con il tour della fabbrica Ferrari e della pista di Fiorano. 

Nell’immaginario comune, il rosso è associato all’eccellenza italiana su quattro ruote; insieme scopriremo l’azienda che affascina adulti e bambini, uomini e donne che amano scopriremo le storie racchiuse all’interno di un’azienda che ha contribuito a costruire la nostra identità nazionale e l’idea di eccellenza Made in Italy.

L’evento, aperto a tutti, sarà gratuito per i possessori della Tessera Gold, a cui riserveremo anche il diritto di prelazione. 

Il Club Alambicco 

Alambicco Academy è sinonimo di esperienze esclusive e noi vogliamo continuare a sorprenderti. Quest’anno, partecipando a uno dei nostri main event 2021 entrerai a far parte del Club Alambicco e riceverai la tessera Gold. Il Club, dedicato agli imprenditori che scelgono di fare della formazione il proprio punto di forza, prevede delle condizioni agevolate per l’acquisto dei corsi formativi e la partecipazione a prestigiosi eventi esclusivi. 

– Come posso ricevere la tessera Gold? 

Ti basterà iscriverti a uno dei nostri eventi più speciali del 2021: Alambicco Tour, Winter School o Summer School. 

– Quali sono i vantaggi della tessera Gold? 

Entrare nel Club premium Alambicco ti permetterà di accedere a una serie di agevolazioni e di esperienze esclusive:

– un corso bootcamp gratuito; 

– 10% di sconto su tutti i corsi del 2021;

– invito alla cena di Gala del 21 settembre 2021, un evento esclusivo dedicato ai nostri soci; 

– prelazione sugli eventi formativi; 

– accesso a due tavole rotonde riservate ai soci Gold. Saranno occasioni di discussione e confronto su temi specifici legati all’industria 4.0 e alle PMI, a cui parteciperanno Istituti di Ricerca che si occupano di monitorare la digital transformation all’interno dell’impresa italiana. L’evento si svolgerà durante un pomeriggio e terminerà con la cena; 

– partecipazione all’evento culturale e di networking dell’anno: visita al Museo Ferrari di Maranello, tour della Fabbrica Ferrari e visita della pista di Formula 1 di Fiorano. 

– Che durata avrà la mia tessera Gold? 

La tessera Gold ti permetterà di far parte del Club Alambicco per tutta la durata del 2021. 

Vuoi ricevere il catalogo Alambicco 2021? Scrivi a info@be4innovation.it

Le storie dei nostri clienti: i 200 anni del Biscottificio Grondona

A Genova, ma un po’ in tutta la Liguria, non si può nominare il Biscottificio Grondona senza pensare immediatamente ad uno dei loro dolci prodotti, divenuti iconici nel tempo: pensiamo al Lagaccio, il vero bis-cotto infornato e cotto due volte, ruvido e profumato, o ai canestrelli, che hanno la ricca consistenza della semplicità

Molte aziende italiane hanno ceduto la gestione, mantenendo solo il nome; Grondona, invece, rappresenta un unicum in Italia: al timone del gruppo rimane la famiglia del fondatore. 

Alla guida troviamo Gildo Grondona, presidente, e suo fratello Orlando, membro del Consiglio di Amministrazione, affiancati dall’ultima generazione Grondona, con i rispettivi figli: Francesco, Andrea e Massimiliano, che ricoprono i ruoli di Amministratore Delegato, Export manager e Responsabile del personale.

L’azienda genovese, che noi di Be4 Innovation affianchiamo nel percorso di innovazione, viene fondata da Giuseppe Grondona, che negli anni Venti dell‘800 possedeva un mulino a Pontedecimo, frazione dell’entroterra ligure, alimentato dal torrente Polcevera. Già nella metà dell’800 il fondatore veniva citato come “fabbricante vermicellaio” poiché da qualche tempo aveva intrapreso la produzione della pasta di semola, servendosi della farina ottenuta dal suo impianto. Un documento datato 1911 e depositato alla Camera di Commercio di Genova sancisce la nascita di questa storia nel 1820, firmato da “Francesco fu Giuseppe Grondona”. 

Alla pasta si aggiungerà il pane e poi i biscotti, fino ai giorni nostri in cui la famiglia Grondona ha allargato la produzione e acquistato altri storici marchi italiani: Bonifanti, che produce principalmente panettoni e colombe dal 1932 con una maniacale attenzione alla qualità delle materie e l’utilizzo dello stesso lievito naturale da madre bianca, e Duca d’Alba, storica azienda del Basso Piemonte, caratterizzata da sempre per l’attenzione agli aspetti nutrizionali della sua alta biscotteria. A questi si aggiunge anche Bocchia, che dal 1958 è un’eccellenza della tostatura del caffè a Genova, attività alla quale le successive generazioni hanno affiancato la produzione di prelibatezze artigianali per accompagnare la bevanda.

Il traguardo, quindi, è storico: un’avventura lunga duecento anni per un’azienda che non possiamo definire “soltanto” una realtà imprenditoriale di successo. Il Biscottificio Grondona è motivo di orgoglio per la regione Liguria e per l’Italia, che rappresenta con i suoi prodotti nel mondo intero.

Questo momento doveva essere una grande festa, ma l’emergenza sanitaria da Covid-19 ha scombussolato i piani. Niente però avrebbe potuto cancellare la voglia di celebrare questo traguardo: è stato emesso un francobollo speciale di Poste Italiane che raffigura il marchio aziendale del 1951 (la scena della bambina che afferra un biscotto dalle mani del nonno), è stato presentato un libro celebrativo e un cofanetto speciale di Baci di Dama dedicati al bicentenario, in vendita da novembre; il tutto presentato con una diretta streaming. 

Il libro intitolato “I nostri primi 200 anni – 200° anniversario Biscottificio Grondona” è un racconto a più vocicheripercorrere la storia della famiglia e dell’azienda attraverso le testimonianze dello scrittore Guido Bosticco, dell’enologo Guido Odello, del tecnologo alimentare Mauro Gobbi, dell’imprenditore Maurizio Gattiglia, della designer della comunicazione Valeria Bucchetti, e del professore di microbiologia Massimo Vincenzini.

Orlando Grondona ha commentato: “Avremmo voluto festeggiare il nostro bicentenario in un momento meno delicato per il nostro Paese e per il mondo. Senza avere la presunzione di insegnare niente a nessuno, sono convinto che oggi più che mai la coerenza con i propri valori possa contribuire a superare le difficoltà. In famiglia abbiamo sempre seguito un semplice precetto: produci nel modo migliore che puoi, attingendo al sapere che hai a disposizione. Forse non è la formula per arricchirsi, ma certamente permette di sopravvivere con dignità e soddisfazione, al di fuori delle mode e delle tendenze del momento”.

Abbiamo fatto qualche domanda ad Andrea Grondona, Export Manager, per scoprire meglio l’azienda. 

– Qual è la vostra filosofia? 

La filosofia che guida l’azienda è semplice, come i nostri biscotti: produrre senza compromessi, inseguendo sempre la qualità. C’è una ragione per cui il Biscottificio Grondona S.p.a. oggi non è un’azienda come la altre. La famiglia Grondona ha fatto una scommessa difficile: ha deciso di coniugare conduzione familiare, quella vera, dove i titolari si sporcano le mani di farina, e raffinate tecnologie industriali, cura artigianale nelle lavorazioni e presenza di rilievo sul piano della distribuzione. Lavorare su ricette regionali significa puntare su prodotti particolari: prodotti unici, che non si possono trovare altrove. È così che le specialità genovesi e liguri sono semplici, ma al tempo stesso ricche negli ingredienti e nel gusto. Proprio l’attenzione costante alla ricchezza delle ricette, alla semplicità nella lavorazione, all’originalità del gusto portano ad un catalogo di prodotti unico ed inimitabile. Prodotti naturali e genuini diventano requisiti essenziali perché frutto di scelte rigorose. La produzione vede ancora molti processi artigianali perché solo così i prodotti acquisiscono quella fragranza particolare, con tempi di lavorazione lenti, e ovviamente, con l’attenzione della scelta degli ingredienti, principalmente di origine italiana.

Ma per noi è importantissimo anche il capitale umano: quel bagaglio di esperienza accumulato da molti anni di lavoro.

– Abbiamo letto di un “leggendario quaderno nero” che custodisce le ricette sulle tecniche di impasto… è vero? Esiste ancora? 

Esiste davvero! Il mio bis-nonno Orlando ha scritto in quel quaderno i segreti per mantenere in vita il lievito madre, che ancora oggi utilizziamo e rinfreschiamo come allora.

– Ci spieghi il legame tra i vostri prodotti e il territorio in cui il Biscottificio Grondona nasce? 

I nostri prodotti sono il simbolo del nostro territorio. La nostra è la sesta generazione che lavora con la farina, prima come pasta poi come pane e in fine biscotti e pandolci da fine ‘800. I nostri prodotti sono direttamente proporzionali al territorio, perché sul mare il traffico delle navi durava settimane, se non mesi, e c’era la necessità di portare prodotti che avessero una vita molto lunga. Proprio i nostri prodotti, esattamente uguali ai dolci che facciamo oggi pur non avendo conservanti, erano adattissimi ad essere imbarcati per mantenere i marinai dell’epoca nei lunghi periodi di viaggio.

I nostri nonni e bis-nonni avevano una visione già molto precisa. Il nostro pensiero oggi deve essere ispirato a loro. Dobbiamo mirare alla riscoperta delle nostre radici e della nostra terra che vede le specialità regionali protagoniste assolute dell’importanza del territorio e intimamente legate al concetto di identità. Il territorio non ha più bisogno di appiattirsi sul modello standardizzato: lo scenario dell’omologazione si è capovolto a vantaggio del recupero identitario che si valorizza grazie al rapporto: Terra, Tradizione, Territorio e Identità. 

– Come avete affrontato la prima ondata e come state reagendo adesso all’emergenza sanitaria da Covid-19?

Abbiamo reagito tempestivamente, attuando tutte le precauzioni legate alle nuove normative in essere, prima di tutto per preservare la salute dei nostri dipendenti, oltre che, aver fatto fronte alla rivoluzione economica potenziando alcune piattaforme e-commerce che portano i nostri prodotti direttamente nelle case degli italiani.

-Quanto pensi sia importante per le imprese alimentari oggi aprirsi alla trasformazione tecnologica? 

La nostra abilità, se così possiamo dire, è stata non nell’inventare un processo nuovo ma nel trovare un equilibrio tra passato e futuro: mio papà ha sempre creduto nell’innovazione ma cercando di investire in macchinari creati in funzione della produzione e non il contrario. Molti sono stati realizzati ad hoc per non stravolgere il prodotto finale. La soddisfazione più grande è spegnere 200 candeline ma guardando al futuro.

Spegnere 200 candeline è davvero una grande responsabilità: è necessario pensare al futuro come evoluzione continua e necessaria, senza perdere mai di vista la propria identità e i valori dell’azienda. 

Una sfida emozionante e una grande responsabilità anche per noi, che affianchiamo il Biscottificio Grondona nel processo di innovazione. La trasformazione digitale non è, infatti, sinonimo di stravolgimento o alterazione, ma di adattamento a una nuova storia, senza perdere mai traccia della propria identità.