Fondo Trasferimento tecnologico: cos’è, a chi è rivolto, come funziona

Ecco tutte le informazioni sul Fondo di Trasferimento Tecnologico previsto dal decreto Rilancio. 

Nell’ambito del Decreto Rilancio approvato dal Governo a seguito dell’emergenza sanitaria da Covid-19, è stato istituito il Fondo per il Trasferimento Tecnologico. 

Tale Fondo, creato dal Ministero dello sviluppo economico, rientra tra le misure per le imprese ed economia. Nello specifico, l’iniziativa è finalizzata all’erogazione di incentivi per progetti di innovazione realizzati da start up innovative.

Ma cos’è nello specifico il Fondo Trasferimento Tecnologico e come funziona? Scopriamolo insieme. 

Cos’è il Trasferimento Tecnologico? 

Il Trasferimento Tecnologico è l’insieme delle iniziative finalizzate alla valutazione e commercializzazione di tecnologie e alla gestione della proprietà intellettuale nell’ambito dei progetti di ricerca e sviluppo. 

Attraverso il DL Rilancio, il Governo ha posto le basi per la costituzione di un Fondo di Trasferimento Tecnologico, a sostegno dell’innovazione e della ricerca scientifica e di mercato.

Il Fondo Trasferimento tecnologico

Il Ministero dello sviluppo economico ha istituito tale fondo, attraverso una misura regolata dall’articolo 42 del Decreto Rilancio, permettendo così la promozione di iniziative finalizzate a favorire la realizzazione e la collaborazione in progetti di innovazione e spin-off. 

Il Fondo mira allo svolgimento di attività di progettazione, coordinamento, promozione, stimolo alla ricerca e allo sviluppo attraverso l’offerta dei seguenti strumenti: 

  • soluzioni tecnologicamente avanzate;
  • processi o prodotti innovativi;
  • attività di rafforzamento delle strutture;
  • diffusione dei risultati della ricerca;
  • consulenza tecnico-scientifica e formazione;
  • supporto alla crescita di start up e PMI ad alto potenziale innovativo.

Le iniziative in merito al Fondo sono finalizzate a favorire la collaborazione di soggetti pubblici e privati per la realizzazione di progetti innovativi. 

A chi è rivolto il Fondo Trasferimento tecnologico?

Possono beneficiare del Fondo di Trasferimento Tecnologico le imprese italiane e, in particolare, le start up innovative.

La dotazione economica del fondo 

La dotazione relativa al Fondo per il Trasferimento Tecnologico è di 500 milioni di euro per l’anno 2020.

Il Ministero dello sviluppo economico, a valere sulle disponibilità del Fondo, è autorizzato ad intervenire attraverso la partecipazione indiretta in capitale di rischio e di debito, anche di natura subordinata, nel rispetto della disciplina europea in materia di:

• aiuti di Stato o delle vigenti disposizioni in materia di affidamento dei contratti pubblici;

• collaborazione tra amministrazioni pubbliche eventualmente applicabili.

La gestione del fondo: Enea Tech 

I 500 milioni di euro sono stati affidati a ENEA, Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile. In particolare, è stata istituita la Fondazione Enea Tech, ente di diritto privato, che dovrebbe realizzare le iniziative inerenti al Fondo per il Trasferimento Tecnologico.

La Fondazione Enea Tech avrà il compito di promuovere investimenti per l’integrazione e la convergenza delle iniziative in materia di ricerca e sviluppo e trasferimento tecnologico.

Le attività svolte dalla Fondazione saranno:

• conduzione di grandi programmi di ricerca, sviluppo e dimostrazione, a prevalente contenuto ingegneristico e tecnologico;

• studio, ricerca e sviluppo nel campo delle tecnologie avanzate dei materiali speciali e innovativi;

• promozione di programmi di collaborazione con enti e istituzioni nazionali e internazionali che operano nel campo scientifico-tecnologico.

Per l’attuazione di questi provvedimenti, ENEA è autorizzata alla spesa di 5 milioni di euro per l’anno 2020, mentre per la costituzione dell’Agenzia stessa sono stati stanziati 12 milioni di euro.

Access Guard, la risposta di Marmoinox all’emergenza sanitaria

Come si reagisce ad un momento di incertezza? Da dove si riparte nel pieno di una crisi? 

Dalle idee. 

Ecco quello che ha fatto, in piena emergenza sanitaria, la Marmoinox, realtà italiana che produce macchinari e strutture in acciaio inox per il settore dell’imbottigliamento e del packaging.

Si tratta di una piccola azienda virtuosa di Canelli, che ha progettato un innovativo strumento che permette di automatizzare i controlli e prevenire i contagi, senza dimenticare l’importanza di adottare tutte le altre misure di contenimento, nel pieno rispetto dei Decreti Ministeriali. 

Così è nato Access Guard, il robot che permette di: 

  • rilevare la temperatura corporea attraverso una termocamera;
  • eseguire il riconoscimento facciale;
  • effettuare l’igienizzazione delle mani in automatico;
  • fornire mascherine di protezione;
  • sanificare la suola delle scarpe;
  • integrare il software ad altri dispositivi di gestione presenze.

Inizialmente Access Guard è stato progettato per garantire la sicurezza dei propri dipendenti durante la pandemia da Covid-19. Subito dopo, però, se ne è compresa la portata innovativa e le possibilità di utilizzo anche al termine dell’emergenza. Roberto e Paolo Marmo, alla guida oggi dell’azienda, hanno subito pensato di mettere a disposizione delle altre aziende il loro prodotto, partendo dal presupposto che l’emergenza finirà, ma le nostre abitudini non saranno mai più le stesse. 

Il robot si presenta come un “guardiano” della soglia, totalmente automatizzato, composto da una bussola in acciaio e vetro al cui interno, oltre a un tappeto realizzato con speciali fibre che trattengono polvere e impurità, è installata una telecamera termica che visualizza la persona, rilevandone la temperatura corporea. Grazie a questo dispositivo è possibile gestire gli ingressi e le uscite dei dipendenti, le bollature e l’ingresso dei visitatori, oltre a distribuire mascherine e guanti, sanificare la suola delle scarpe e effettuare l’igienizzazione delle mani. 

Access Guard ha riscosso molto successo, anche tra le grandi aziende, tanto da spingere Marmoinox a riconvertire un settore dell’azienda per dedicarlo alla produzione del robot. A colpire positivamente le aziende, la flessibilità del software che gestisce il robot, che si adatta alle esigenze più differenti permettendo una facile customizzazione. 

A ciò si aggiunge la possibilità di sfruttare le importanti agevolazioni legate all’industria 4.0, relative ai beni strumentali che permettono di recuperare il 40% in credito d’imposta, e all’emergenza sanitaria da Covid19, questa volta al 60% di credito d’imposta.

Vuoi saperne di più? 

Visita il sito https://www.marmoinox.it/access-guard o scrivi a info@be4innovation.it

Piano Transizione 4.0: cos’è e quali sono le spese ammissibili

Lo scorso 28 maggio è stato firmato dal Ministro dello Sviluppo Economico il decreto attuativo del Piano Transizione 4.0 che mette a disposizione delle imprese che punteranno sull’innovazione, gli investimenti green, in ricerca e sviluppo, in attività di design e innovazione estetica, sulla formazione 4.0 ben 7 miliardi di euro di risorse.

Sai cosa prevede? Quali sono le principali novità? Quali le spese ammissibili? 

Ne parliamo in questo articolo. 

Cos’è il Piano Transizione 4.0 

Il Piano Transizione 4.0 è la nuova politica industriale del Paese, più inclusiva e attenta alla sostenibilità.

In particolare, il Piano prevede una maggiore attenzione all’innovazione, agli investimenti green, alle attività di design e ideazione estetica e alla formazione 4.0, settori cruciali su cui investire nei prossimi anni per favorire il processo di transizione digitale del nostro sistema produttivo. 

Quali sono le principali differenze rispetto al passato? 

La legge di bilancio 2020 ha rinnovato gli incentivi di Impresa 4.0 per l’acquisto di beni strumentali interconnessi o non (ex superammortamento) da parte delle imprese, cambiando però, rispetto alle agevolazioni 2017 (Industria 4.0) – 2019 (Impresa 4.0), la modalità di godimento dell’agevolazione, che diventa ora credito di imposta

Nel caso del vecchio superammortamento, ora l’agevolazione, come credito di imposta sarà pari al 6% del valore del bene nuovo acquistato, per investimenti fino a 2.000.000 di euro.

Invece, il vecchio iperammortamento è stato sostituito da un credito di imposta pari al 40% o al 20% del valore dei beni materiali acquistati e al 15% dei beni immateriali (software) con dei massimali di investimento totale.

Una novità interessante è che così possono godere dell’agevolazione anche aziende che non hanno utili dichiarati.

Ci saranno, però, da considerare nuovi adempimenti burocratrici obbligatori:

  • le imprese che godono delle agevolazioni 2020 devono effettuare una comunicazione al Ministero dello sviluppo economico;
  • la perizia (o attestazione da ente) è obbligatoria per beni di valore superiore o uguale a 300.000 euro (prima era 500.000 euro);
  • le fatture e gli altri documenti relativi all’acquisizione dei beni agevolati devono contenere l’espresso riferimento alle disposizioni dei commi da 184 a 194 della Legge 160 del 27 dicembre 2019.

Il decreto dà la possibilità alle imprese di rendere operativi gli investimenti in corso e di pianificare quelli successivi con maggiori certezze e definisce le modalità attuative del nuovo credito d’imposta per il periodo successivo al 31 dicembre 2019.

Per le attività di ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale in campo scientifico e tecnologico cambiano totalmente le regole di applicazione del credito d’imposta, che passa dal riconoscimento di un recupero del 50 – 25% dei costi, ad un credito pari solo al 12% delle spese agevolabili, nel limite massimo di 3 milioni di euro.

Viene però ampliato il concetto di innovazione, prevedendo:  

  • Per le attività di innovazione tecnologica finalizzate alla realizzazione di prodotti o processidi produzione nuovi o sostanzialmente migliorati, il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 6% delle spese agevolabili, nel limite massimo di 1,5 milioni di euro.
  • In caso di attività di innovazione tecnologica finalizzate al raggiungimento di un obiettivo di transizione ecologica o di innovazione digitale 4.0, il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 10% delle spese agevolabili, nel limite massimo di 1,5 milioni di euro.
  • Per le attività di design e ideazione estetica per la concezione e realizzazione dei nuovi prodotti e campionari nei settori tessile e della moda, calzaturiero, dell’occhialeria, orafo, del mobile e dell’arredo e della ceramica, e altri individuati con successivo decreto ministeriale il credito d’imposta è riconosciuto in misura pari al 6% delle spese agevolabili, nel limite massimo di 1,5 milioni di euro

Come utilizzare il credito d’imposta?

Il credito d’imposta è utilizzabile esclusivamente in compensazione in tre quote annuali di pari importo a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello di maturazione.

Le principali azioni contenute riguardano:

  • Il credito d’imposta per investimenti in beni strumentali, con l’obiettivo di supportare e incentivare le imprese che investono in beni strumentali nuovi, materiali e immateriali, funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi produttivi destinati a strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato;
  • il credito d’imposta ricerca, sviluppo, innovazione e design  al fine di stimolare la spesa privata in ricerca, sviluppo e innovazione tecnologica per sostenere la competitività delle imprese e favorire i processi di transizione digitale nell’ambito dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale; 
  • il credito d’imposta formazione 4.0 per stimolare gli investimenti delle imprese nella formazione del personale sulle materie aventi ad oggetto le tecnologie rilevanti per la trasformazione tecnologica e digitale delle imprese. 

In particolare, la Legge n. 160/2019 (Legge di Bilancio 2020) ha ridefinito la disciplina degli incentivi fiscali collegati al “Piano nazionale Impresa 4.0”, al fine di stimolare la spesa privata relativa a tali attività, per sostenere la competitività delle imprese e per favorirne i processi di transizione digitale nell’ambito dell’economia circolare e della sostenibilità ambientale.

Quali sono gli adempimenti previsti dal Piano Transizione 4.0?

Ai fini del riconoscimento del credito d’imposta, l’effettivo sostenimento delle spese ammissibili deve risultare da apposita certificazione rilasciata dal soggetto incaricato della revisione legale dei conti. Per le imprese non obbligate per legge alla revisione legale dei conti, le spese sostenute per adempiere all’obbligo di certificazione sono riconosciute in aumento del credito d’imposta per un importo non superiore a 5.000 euro.

Quali sono quindi le principali novità sul Credito d’imposta per la Ricerca e Sviluppo?

  • Forte riduzione del credito d’imposta riconosciuto sulle spese agevolate; 
  • Estensione dei campi di applicazione del credito d’imposta agli investimenti in innovazione e design;
  • Abolizione del riferimento alla media storica (incrementale);
  • Maggiore chiarezza  

Il decreto attuativo del “Piano Transizione 4.0”

Il decreto definisce l’elenco delle attività agevolabili, facendo riferimento a due manuali dell’Ocse (Oslo e Frascati), al fine di poter verificare quali siano quelle che ricadono nel campo di applicazione dell’agevolazione e poter così pianificare gli investimenti del secondo semestre 2020.

Le tipologie di attività di Ricerca e Sviluppo 

Il Decreto attuativo definisce le tre tipologie di ricerca e sviluppo che possono essere realizzate, seguendo le indicazioni del manuale Frascati: 

  • la ricerca fondamentale, ovvero i lavori sperimentali o teorici finalizzati principalmente all’acquisizione di nuove conoscenze in campo scientifico o tecnologico; 
  • la ricerca industriale, che è rappresentata dai lavori originali intrapresi al fine di individuare le possibili utilizzazioni o applicazioni delle nuove conoscenze derivanti da un’attività di ricerca fondamentale o al fine di trovare nuove soluzioni per il raggiungimento di uno scopo o un obiettivo pratico predeterminato; 
  • la ricerca sperimentale, ovvero i lavori sistematici, basati sulle conoscenze esistenti ottenute dalla ricerca o dall’esperienza pratica, svolti allo scopo di acquisire ulteriori conoscenze e raccogliere le informazioni tecniche necessarie in funzione della realizzazione di nuovi prodotti o nuovi processi di produzione o in funzione del miglioramento significativo di prodotti o processi già esistenti. 

Le attività di innovazione tecnologica 

La attività ammissibili secondo la classificazione del Manuale di Oslo, sono quelle finalizzate alla realizzazione o all’introduzione di prodotti o processi nuovi o significativamente migliorati, rispetto a quelli già realizzati o applicati dall’impresa. Quindi,  un prodotto è nuovo con riferimento alle caratteristiche tecniche o funzionali, ai componenti, al materiale, al software che viene integrato, alla procedura di utilizzo, alla facilità di impiego, alla maggiore flessibilità o di altri elementi concernenti le prestazioni e le funzionalità. 

Diversamente, risultano non agevolabili: 

  • i lavori svolti per apportare modifiche o migliorie minori ai prodotti e ai processi già realizzati o applicati dall’impresa; 
  • i lavori svolti per la soluzione di problemi tecnici legati al normale funzionamento dei processi di produzione dell’impresa o per l’eliminazione di difetti di fabbricazione dei prodotti dell’impresa; 
  • i lavori svolti per adeguare o personalizzare i prodotti o i processi dell’impresa su specifica richiesta di un committente; 
  • i lavori svolti per il controllo di qualità dei prodotti o dei processi e per la standardizzazione degli stessi 
  • e in generale i lavori richiesti per l’adeguamento di processi e prodotti a specifici obblighi previsti dalle norme in materia di sicurezza, salute e igiene del lavoro o in materia ambientale.

Le attività di innovazione 4.0

Rientrano nelle attività di innovazione 4.0:

  • digital service backbone, ovvero un’architettura digitale che consenta l’interconnessione di macchine e altro hardware o software; 
  • l’utilizzo di soluzioni che ottimizzano la produzione sulle linee con l’introduzione della robotica o semplicemente con l’ottimale assegnazione dei lavori alle macchine già in uso; 
  • l’integrazione tra It e operations; 
  • le attività di simulazione (digital twin) e manutenzione predittiva o il controllo macchine da remoto; 
  • soluzioni di analytics e big data che consentano di raccogliere ed elaborare indicatori chiave degli obiettivi aziendali (KPI);
  • la digitalizzazione delle interazioni tra i diversi operatori delle filiere produttive, la messa a punto di modelli di condivisone delle informazioni;
  • soluzioni di telediagnosi, teleassistenza, telemanutenzione con servizi ondemand, soluzioni che abilitino lo smart working;
  • la riprogettazione delle funzioni, dell’architettura, dei moduli e della connettività dei beni strumentali in ottica di digitalizzazione per consentire l’introduzione di soluzioni pay per use di macchine e sistemi di produzione;
  • l’introduzione di soluzioni specifiche di blockchain, cybersecurity, edge e cloud computing, a potenziamento e arricchimento e per garantire la sicurezza delle soluzioni descritte nei punti precedenti.

Le spese ammissibili

Per determinare la base di calcolo del credito d’imposta, fermo restando il rispetto delle regole generali di effettività, pertinenza e congruità delle spese, si considerano ammissibili le spese rientranti nelle tipologie indicate nei commi 200, 201 e 202 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2019, n 160, imputabili, in applicazione dell’articolo 109, commi 1 e 2, del testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre1986, n. 917, al periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019. 

Ai soli effetti dell’individuazione del periodo d’imposta a decorrere dal quale è possibile l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta, le spese per la certificazione della documentazione contabile ammissibili ai sensi del comma 205, quinto periodo, dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2019, n. 160, si considerano imputabili allo stesso periodo d’imposta di effettuazione degli investimenti nelle attività ammissibili.

Il decreto rende così operativi tutti gli strumenti previsti in Legge di Bilancio 2020 per incentivare la competitività delle imprese italiane e valorizzare il Made in Italy. Vuoi sapere in che modo la tua azienda può usufruire delle agevolazioni previste dal Piano Tansizione 4.0? Scrivici a info@be4innovation.it

Bonus Formazione 4.0: cos’è e chi può usufruirne

Ne parliamo oggi con Rita Pierandrea, co-fondatrice di Be4 Innovation. 

La Legge di Bilancio ha prorogato ulteriormente l’agevolazione per le imprese che investono sul capitale umano per lo sviluppo dell’industria 4.0. Cominciamo dal principio: cos’è il Bonus Formazione 4.0? 

Il Bonus formazione 4.0 è un credito d’imposta fino al 50% sulle spese sostenute dalle aziende per la formazione dei dipendenti, sulle tecnologie rilevanti per la trasformazione tecnologica e digitale, usufruibile in compensazione F24 in maniera automatica, salvo i dovuti adempimenti. 

Si tratta di un’agevolazione a corollario di quelle previste dal “Piano nazionale Impresa 4.0”, che nasce per finanziare le spese sostenute dalle imprese, principalmente per la formazione dei dipendenti sui nuovi macchinari/software 4.0, ma anche per la diffusione della cultura dell’innovazione sulle tecnologie rilevanti. 

Come affermato dal Mise, l’obiettivo è: 

Stimolare gli investimenti delle imprese nella formazione del personale nelle materie aventi a oggetto le tecnologie rilevanti per il processo di trasformazione tecnologica e digitale delle imprese previsto dal “Piano Transizione 4.0”, cosiddette “tecnologie abilitanti”.

Quali sono le principali novità introdotte dalla Finanziaria 2020? 

Le principali novità non riguardano i contenuti della formazione, che restano sempre gli stessi, ma si rileva certamente la volontà di semplificare gli adempimenti (è stato eliminato l’obbligo di disciplinare lo svolgimento delle attività di formazione attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali) per incoraggiare l’utilizzo di questa forma di agevolazione sconosciuta a molti imprenditori che hanno investito e continuano ad investire nella 4.0. A proposito di novità, si evidenzia un credito d’imposta aumentato su specifici casio ridotto come ad esempio è accaduto per le spese di formazione delle medie imprese per via dell’abbassamento dei limiti massimi annuali.

Come viene attribuito il credito d’imposta? 

Per le spese sostenute successivamente al 31 dicembre 2019, il credito di imposta viene attribuito in questo modo:

·       Piccole imprese: 50% delle spese sostenute e nel limite massimo annuale di 300.000 euro.

·       Medie imprese: 40% delle spese sostenute e nel limite massimo annuale di 250.000 euro.

·       Grandi imprese: 30% delle spese sostenute e nel limite massimo annuale di 250.000 euro.

Il Credito d’Imposta aumenta al 60% per tutte le imprese, lasciando invariato il limite massimo annuale, se a fruire della formazione sono lavoratori dipendenti appartenenti a categoria svantaggiate o ultra svantaggiate.

Quali sono le spese ammissibili? 

Il credito d’imposta del 30%, 40% o 50% è riconosciuto sulle le spese sostenute per la formazione del personale dipendente nelle materie caratterizzanti il piano Industria 4.0, ovvero:

  • big data e analisi dei dati,
  • cloud,
  • fog computing,
  • cyber security,
  • sistemi cyber-fisici,
  • prototipazione rapida,
  • sistemi di visualizzazione e realtà aumentata,
  • robotica avanzata e collaborativa,
  • interfaccia uomo macchina,
  • manifattura additiva,
  • internet delle cose e delle macchine,
  • integrazione digitale dei processi aziendali.

Sono escluse dal beneficio le attività di formazione, ordinaria o periodica, organizzata dall’impresa per conformarsi alle norme in materia di salute e sicurezza sul luogo di lavoro e di protezione dell’ambiente o ad altre norme obbligatorie in materia di formazione.

Chi può usufruire del Bonus Formazione 4.0? 

La norma prevede che l’agevolazione spetti a tutte le imprese indipendentemente dalla forma giuridica, dal settore economico e dal regime contabile adottato (sono esclusi i lavoratori autonomi)

Non sono ammesse al beneficio, oltre che le imprese in difficoltà come definite dall’art. 2, punto 18, del regolamento (UE) n. 651/2014 della Commissione, del 17 giugno 2014 anche le imprese:

  • destinatarie di sanzioni interdittive ai sensi dell’art. 9, co. 2 del D.Lgs 231/2001;
  • che non risultino in regola con le normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro;
  • che non risultino in regola con gli obblighi di versamento dei contributi previdenziali e assistenziali a favore dei lavoratori.

Ulteriore novità introdotta dalla Legge di Bilancio 2020 è la previsione che nel caso in cui le attività di formazione siano erogate da soggetti esterni all’impresa si considerano ammissibili al credito d’imposta anche le attività commissionate agli Istituti Tecnici Superiori.

Come si accede al Bonus? 

In modo automatico con compensazione del credito in F24 a decorrere dal periodo d’imposta successivo all’anno in cui sono state sostenute le spese, salvo i necessari adempimenti, che prevedono una corretta rendicontazione, un’attenta verifica dei requisiti, la certificazione di un revisore legale dei costi e le dovute comunicazioni telematiche. Per questo le imprese devono sempre farsi affiancare in questi percorsi da personale qualificato per affrontare in tutta tranquillità l’intero processo che porta poi alla maturazione del credito ed al suo utilizzo.  

È possibile richiedere il Bonus Formazione 4.0 anche per i corsi online?

Certo! Il bonus formazione 4.0 spetta anche per le spese sostenute in merito a corsi online in formula di e-learning.

In questo caso il MISE ha chiarito che sarà necessario rispettare una serie di regole perché queste risultino agevolabili.

Bisogna, innanzitutto controllare la presenza alle attività del personale dipendente e mettere in atto strumenti di controllo idonei ad assicurare l’effettiva e continua partecipazione del personale impegnato nelle attività formative.

I corsi devono essere interattivi e prevedere dei momenti di verifica che rispondano ai seguenti requisiti:

  • devono essere almeno quattro per ogni ora;
  • devono essere strutturati su quesiti a risposta multipla;
  • devono essere proposti a intervalli irregolari e non prevedibili dall’utente.

Anche al termine del corso online i partecipanti devono affrontare e superare una prova di verifica rispondendo correttamente alla metà delle domande proposte.

Come si misura l’efficienza di queste agevolazioni sul lungo termine? 

L’efficienza di questa agevolazione la possiamo misurare con i nostri occhi tutte le volte che visitiamo aziende che continuano ad investire nell’innovazione tecnologica ed in cui i dipendenti ci raccontano con entusiasmo il loro nuovo modo di lavorare. Ci sono ragazzi e ci sono uomini d’esperienza che mettono a fattor comune le loro competenze 4.0 per crescere al passo con i tempi. La formazione rende curiosi e crea interesse in tutte le fasce d’età e questo è il sogno di ogni imprenditore investire nei giovani e tramandare l’esperienza dei dipendenti che fino ad oggi hanno fatto l’azienda. Formazione ed innovazione vanno di pari passo, attualmente le aziende di successo hanno fatto tantissima formazione, soprattutto on the job, e ne raccolgono ogni giorno i risultati con un’importante incremento del fatturato e recupero dei relativi costi grazie alle agevolazioni della formazione 4.0.  

Quali consigli daresti a un’azienda che ha subito un forte arresto negli ultimi mesi? 

Consiglio di investire nella digitalizzazione e nell’innovazione e di non avere paura del cambiamento. Le aziende più tecnologiche, nonostante le gravi difficoltà connesse ai contagi dovuti al Covid 19, hanno continuato a lavorare in tutta sicurezza a pieno regime.

Blended Learning, come rivoluzionare la formazione aziendale

La formazione aziendale non sarà mai più la stessa, ora che questo periodo ha spinto tutte le aziende e i collaboratori verso un uso più ampio della tecnologia. Proprio per questo è necessario accelerare la digital transformation e l’acquisizione delle competenze digitali e delle soft skill da parte dei dipendenti.  

La risposta a queste esigenze in ambito formativo è il blended learning, un approccio alla formazione che si basa sull’utilizzo di diverse metodologie, strumenti e linguaggi integrati fra loro. 

L’approccio blended era già un trend crescente che l’emergenza sanitaria ha accelerato.

Quali sono i vantaggi del Blended Learning?

  • L’abbattimento radicale dei tempi e dei costi. Rispetto alla formazione tradizionale il tempo diventa più breve e di maggiore qualità, approfondendo le tematiche più complesse e condividendo esperienze, sensazioni e paure;
  • La capacità di aumentare il grado di coinvolgimento e di interazione, l’apprendimento collaborativo e, di conseguenza, l’efficacia. 
  • La flessibilità e personalizzazione dei programmi in base all’età, al livello di digitalizzazione e allo stile di apprendimento del target. Un programma id blended learning permette di trovare e realizzare il giusto equilibrio, anche in gruppi molto eterogenei.
  • È divertente. La formazione non deve essere per forza noiosa. Tecniche come la gamification rivoluzionano la formazione e il concetto di apprendimento.

La logica dietro questo approccio, nonché la sua potenza, sta nel concepire la formazione non come un momento ma come un processo continuo. 

Quali sono le combinazioni possibili? 

Tantissime. Abbiamo già detto che la peculiarità del blended learning è legata alla combinazione di elementi differenti. La buona riuscita del percorso è data dalla bravura del progettista/formatore nel trovare il giusto mix di insegnamento. 

La modalità più diffusa è quella che unisce l’apprendimento online (webinar e video-lezioni) e quello offline, in aula o in azienda. A questa potremmo aggiungere anche una modalità di apprendimento più informale, utilizzando i social network o la gamification, con piattaforme dedicate alla formazione aziendale e l’autoapprendimento.

BE4 propone un percorso di Blended Learning che fornisce soluzioni educative innovative attraverso un efficace mix di insegnamento in presenza e a distanza per insegnanti, formatori e studenti. 

Se vuoi saperne di più scrivi a info@be4innovation.it

Ripartire con la digitalizzazione delle imprese

Nel 2019 il mercato dell’Industria 4.0 è cresciuto del 22% a sfiorare i 4 miliardi di valore, e oggi come non mai, in tempi di Covid-19, la digitalizzazione delle imprese è chiamata ad avere un ruolo fondamentale nel consentire la ripartenza economica. Ma nonostante l’ottimo risultato e le prospettive di una tendenza in una certa direzione, non mancano le perplessità: intanto sulle scelte del Governo, che per ora ha dato continuità al piano lanciato 4 anni fa dal precedente esecutivo, e poi sulle imprese che sono ancora molto disorganizzate nella gestione dei loro progetti di innovazione. E’ questo il quadro che emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, presentata al convegno online “Digital New Normal: essere 4.0 ai tempi del Covid

Il digitale al centro delle strategie aziendali

Trascorsi quasi tre mesi dalla dichiarazione di isolamento nazionale, ci stiamo iniziando ad accorgere della sfida epocale che abbiamo davanti in termini di innovazione digitale. 

Stiamo assistendo al più grande tentativo di trasformazione digitale del nostro Paese. Un tentativo forzato, innaturale. Ma se è vero che almeno per un po’ dovremo abituarci a una nuova normalità e che l’innovazione digitale sarà una colonna portante di questa normalità, dobbiamo sbloccare quanto prima un freno storico: l’assenza di competenze digitali

Sarà necessario:

  • accrescere il grado di maturità digitale, ancora troppo basso;
  • innalzare il livello di competenze, drammaticamente basso, che ci pone ai margini delle classifiche internazionali;
  • mettere il digitale al centro delle strategie aziendali, in un sapiente mix di processi, organizzazione e tecnologia. 

È uno sforzo da compiere, perché l’antifragilità e la resilienza delle catene globali del valore si rafforzano con l’apporto del digitale. 

Gabbiotti recintati e postazioni remotizzate, realtà aumentata, Iot: gli strumenti per il grande balzo digitale anche in fabbrica ci sono. 

Le catene globali di valore sicuramente si accorceranno e con l’apporto delle tecnologie si creeranno filiere digitali

Per questo servono le aggregazioni, perché il tessuto industriale italiano, benché se ne parli da almeno un decennio, resta troppo frammentato e poco diversificato sull’export per competere. 

La digitalizzazione delle informazioni (produzione, immagazzinamento e condivisione dei dati), lungo l’intera catena del valore, potrà dare sicuri vantaggi a quelle imprese in grado di ripensare alla propria strategia con filiere a lunghezza variabile, gestite in maniera più smart con il supporto del digitale.

Le tecnologie digitali possono intervenire nell’individuazione dei nodi deboli e viceversa dei nodi forti, apportando vantaggi: ingegnerizzando nuovi servizi; imparando a fare sistema attraverso aggregazioni; essere più strutturati a competere in Italia e all’estero; aumentare la trasparenza e la visibilità lungo la catena a monte e a valle; gestire il portafoglio prodotti considerando la safety come un parametro valutativo in più; individuare percorsi di logistica alternativi e più attenti all’impatto ambientale; riorientare la supply chain, eliminando le ridondanze e andando verso fornitori più sicuri e affidabili; configurare in maniera flessibile, con costi noti, i diversi nodi delle catene.

In un periodo di probabile recessione come quello verso cui andiamo incontro nei prossimi mesi, in cui le stime vedono un Pil in caduta e una disoccupazione dilagante, le variabili su cui non ridurre gli investimenti sono essenzialmente due: 

  • la rivoluzione digitale che permette di mantenere attivi e profittevoli anche settori tradizionalmente non basati sull’information Technology;
  • l’attenzione alle persone, attraverso l’ascolto, il coinvolgimento e la creazione di condizioni lavorative, tecnologicamente avanzate, che permettano loro di contribuire alla produttività, nonché di continuare a dimostrare e sviluppare il loro potenziale innovativo.

La prova di una rapida diffusione del digitale nell’economia e il suo già evidente impatto sui mercati del lavoro mostrano quanto il governo e le aziende debbano agire per tenere il passo con questi cambiamenti. 

Il governo è consapevole, in vista della presidenza italiana nel 2021 del G20, di dover accelerare verso modelli di business digitali e innovativi nello svolgimento della produzione e della cooperazione commerciale internazionale con l’obiettivo di rafforzare la resilienza delle imprese, con particolare riferimento alle Pmi.

Lavoro da remoto: il cambiamento è alle porte

E’ palese che qualcosa stia cambiando nel modo di affrontare il lavoro. Nel periodo di lockdown da Coronavirus, il 55% delle aziende ha adottato la modalità remote working, come sottolinea il sondaggio lanciato da Capterra che ha coinvolto 3.108 dipendenti di piccole e medie imprese che hanno lavorato in remoto e a tempo pieno durante la quarantena, in Spagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Regno Unito. I partecipanti provengono da svariati settori commerciali e rappresentano diversi livelli di anzianità.

Il seguente grafico riporta i tre principali insight legati alla percezione del lavoro da remoto da parte dei dipendenti delle aziende europee. Il riscontro sembra essere molto positivo e rafforza un trend già in atto: già a fine 2019, Gartner aveva predetto che entro il 2030 sarebbe aumentata di almeno il 30% la domanda di remote working a livello globale, in quanto modalità di lavoro preferita dalla Generazione Z. Adesso, complice il lokdown, sta cominciando una nuova fase che richiederà un cambio di mentalità e una maggiore flessibilità tanto a livello europeo quanto a livello italiano.

Le linee guida per il lavoro da remoto

Gli analisti di Capterra hanno chiesto alle aziende coinvolte nel sondaggio quali linee guide hanno inviato ai dipendenti per organizzare al meglio il remote working. Sono emersi i seguenti dati:

  • il 36% ha dato direttive sui meeting che avrebbero dovuto tenere a distanza;
  • il 35% ha dato specifiche informazioni su come gestire le ore lavorative. Infatti, lavorando da casa aumenta il rischio di non organizzare al meglio il tempo o di fare delle ore in più;
  • il 34% ha dato delle linee guida generali su come gestire la comunicazione da remoto, ma come vedremo ci sono state diverse lacune e difficoltà, sottolineate dai dipendenti;
  • il 30% si è concentrato sul regolare l’utilizzo di device personali per questioni lavorative.

5 vantaggi e 5 sfide per il remote working a livello europeo

I paesi che hanno amato di più lavorare da casa sono stati la Spagna (80%) e l’Italia (75%), mentre la percentuale è più bassa in paesi come la Gran Bretagna (68%) e l’Olanda (62%). Questa differenza molto probabilmente è dovuta al fatto che nei paesi del mediterraneo il lavoro da remoto finora era ancora poco diffuso, quindi i vantaggi portati dalla quarantena forzata sicuramente si sono fatti sentire di più.

I vantaggi principali? Vanno dall’assenza di spostamenti per recarsi in ufficio, con un conseguente risparmio di tempo normalmente impiegato in coda nel traffico, cosa che incide su umore e livelli di stress del lavoratore, a una maggiore produttività.

Le sfide invece riguardano aspetti più tecnici e di relazione, con i colleghi e con i clienti.

Consigli per la produttività e la comunicazione

Sulla base dei dati analizzati, emerge quindi che per le PMI italiane ottenere un buon livello di comunicazione e mantenere la concentrazione e il giusto livello di produttività sono due priorità a cui dare seguito, soprattutto se il lavoro da remoto verrà sempre più non solo utilizzato ma anche richiesto. Ecco alcuni dei consigli forniti da Brian Kropp (Vice-President di Gartner dell’area di ricerca) per aiutare i dipendenti a migliorare la produttività e la comunicazione per il remote working:

1. Fornire gli strumenti giusti ai dipendenti

I dipendenti delle PMI devono poter utilizzare la tecnologia di cui hanno bisogno per fare al meglio il proprio lavoro. Da una precedente analisi di Capterra Italia sul livello di digitalizzazione delle imprese pre-Covid, era già emerso che il 75% dei dipendenti riscontrava un reale beneficio nel proprio lavoro dall’utilizzo dei software. Vista l’evoluzione portata dalla pandemia questo numero probabilmente potrebbe salire ulteriormente.

2. Focalizzarsi sui risultati piuttosto che sui processi

Una maggiore flessibilità e l’introduzione del lavoro da casa in modo più strutturato porterà a dover cambiare mentalità: bisogna lasciarsi alle spalle la vecchia logica del controllo legata fortemente al fatto di vedere fisicamente i dipendenti mentre lavorano. Il datore di lavoro e responsabili devono iniziare a focalizzarsi sui risultati effettivi del dipendente, definendo obiettivi precisi per avere una visione chiara delle responsabilità e monitorare meglio gli effettivi livelli di produttività. È necessario quindi focalizzarsi sul lavoro portato a termine, non sulle ore lavorate in una giornata.

3. Comunicare bidirezionalmente

Oltre a facilitare la comunicazione fra i dipendenti e fra datore di lavoro/manager e dipendenti, c’è un’altra grande sfida da affrontare: instaurare un dialogo reciproco fra manager e dipendenti. Da un lato, i dipendenti devono comprendere le decisioni e i bisogni aziendali e dall’altro il management deve comprendere le sfide, i desideri e le preoccupazioni dei dipendenti.

Infine, per migliorare la comunicazione con il proprio team, soprattutto se si lavora da remoto, è consigliato:

1. Programmare riunioni di aggiornamento

I meeting possono avere cadenza giornaliera o settimanale, a seconda delle esigenze del singolo gruppo di lavoro. Tanto da remoto quanto in ufficio, organizzare meeting di aggiornamento aiuta a tenere informati tutti i dipendenti sullo stato di avanzamento dei lavori e su eventuali cambiamenti.

2. Programmare sessioni di brainstorming

In tempi di grandi cambiamenti le nuove idee possono fare la differenza nel successo di un business. I dipendenti si sentiranno più coinvolti se potranno esserne parte attiva e se potranno condividere le loro idee, quindi è ideale pianificare sessioni fisse (una o due volte al mese) di brainstorming per confrontarsi con i propri dipendenti.

3. Scegliere lo strumento adeguato

Per ogni tipo di comunicazione serve la modalità adeguata, si deve quindi comprendere cosa si deve comunicare per decidere con quale strumento comunicarla (telefono, chat aziendale, email, ecc.). In alcuni casi, se si vuol adottare un approccio integrato e strutturale serve acquistare un software adeguato e per farlo bisogna stare bene attenti a quale esigenza bisogna risolvere e cosa potrebbe risolverla. 

A questo punto lo smart working potrebbe diventare un modello continuativo che sull’esperienza maturata in questo periodo potrebbe portare soltanto enormi vantaggi.

I vantaggi dello Smart Working per i lavoratori

  • Creazione di un rapporto fiduciario con il proprio manager e con i colleghi;
  • Maggior consapevolezza del proprio lavoro e dei propri obiettivi e opportunità di crescita professionale e personale;
  • Maggior flessibilità a lavoro sia in termini di orari (non esiste più l’8–17 e timbro del cartellino) sia in termini di spazi (lavoro da coworking, da casa, da parco, da filiale, da qualsiasi posto, garantendo la sicurezza dei dati);
  • Possibilità di lavorare in un ambiente dinamico, trasparente, innovativo e collaborativo;
  • Possibilità di gestire meglio il proprio tempo e migliorare l’equilibrio vita lavorativa – vita personale;
  • Aumento produttività: più serenità a lavoro significa più produttività.

I vantaggi dello Smart Working per le aziende

  • Riduzione dei costi. Riorganizzando gli spazi ed inserendo politiche di desk sharing, ambienti comuni, silent room, per andare incontro alla mobilità e flessibilità del lavoro, gli uffici si riducono, come i costi collegati. La riduzione dei costi è anche legata all’ottimizzazione dei processi (riduzione tempistiche, anomalie, rischi) e all’utilizzo di tecnologie collaborative che migliorano gli standard di lavoro.
  • Aumento brand awareness: un’azienda che adotta politiche di Smart Working, si distingue sul mercato ed è più attrattiva: per clienti, come per partner e – soprattutto – per futuri dipendenti. Si è più appetibili sul mercato e ci sono meno difficoltà nella ricerca di talenti.
  • Aumento produttività: lavoratore più produttivo significa team più produttivo, che a sua volta significa organizzazione più produttiva.
  • Possibilità di avere un ambiente di lavoro coeso, trasparente, collaborativo (perché il lavoratore è ingaggiato e coinvolto. Come già citato sopra nei vantaggi del lavoratore), che genera continuamente idee e le sperimenta internamente, per migliorare processi o offerta ai clienti.

Industria 4.0 ai tempi del Coronavirus

I virus rappresentano un serio rischio sia per l’umanità che per il mondo digitale. L’epidemia di COVID-19 sta mettendo a dura prova tutta l’economia mondiale in generale e quella italiana in particolare. Com’è noto, l’unico mezzo per evitare un’ulteriore diffusione del contagio è quello di ridurre al minimo i contatti fisici con altre persone. Di qui le ordinanze di quarantena che hanno bloccato prima gran parte della Cina e ora la maggior parte dei paesi industriali, tra cui purtroppo primeggia l’Italia.

Per continuare a gestire in qualche modo le attività delle aziende, l’unica alternativa è costituita dal cosiddetto Smart Working (lavoro agile), una versione più moderna del lavoro a domicilio, che si basa sull’utilizzo di vari strumenti come PC, tablet e smartphone in grado di comunicare in rete in modo più o meno interattivo.

Mentre il puro scambio di dati è alla portata di tutti, utilizzando strumenti come e-mail, file transfer (FTP, We Transfer), messaggistica (WhatsApp), Social Network, condivisione di file in cloud (Microsoft OneDrive, Google Drive, Dropbox, etc), videochiamate e videoconferenza a livello base (Skype, Google Hangouts), l’utilizzo di piattaforme di collaborazione più avanzate, come MS Teams, WebEx, Goggle Hagouts Meets e Zoom (il più scaricato in questo periodo secondo Forbes) è più complesso poiché richiede un impegno organizzativo, un coordinamento da parte delle aziende e un minimo di formazione degli utenti.

Un altro limite è costituito dai problemi di sicurezza. Infatti, non è semplicissimo per personale digiuno di informatica destreggiarsi tra VPN, Firewall e sistemi di CyberSecurity.

Ancora più complesso è il governo dei sistemi produttivi. Premesso che ovviamente le fabbriche richiedono comunque una presenza umana per gestire le macchine e movimentare le materie prime e i prodotti finiti, le tecnologie abilitanti di Industria 4.0 forniscono un importantissimo contributo per rendere possibile il funzionamento delle fabbriche e della logistica con un minimo di personale.

Macchinari Intelligenti. I macchinari e gli impianti “4.0” sono dotati di PLC e PC industriali e sono programmati da potenti sistemi CAD e CAM. Questo rende possibile convertire velocemente la produzione, per esempio per produrre mascherine filtranti o parti di strumenti medicali, mentre i sistemi di tele-monitoraggio e tele-manutenzione consentono di controllarli a distanza, utilizzando programmi come Team Viewer, minimizzando quindi il numero di operatori presenti in fabbrica.

Robotica. I robot permettono di svolgere moltissime azioni in modo automatico o controllato a distanza dagli operatori nel campo della produzione e della logistica, ma anche operazioni di pulizia, sanificazione, movimentazione e vigilanza.

IoT. L’elevato grado di connettività presente in molte fabbriche e impianti semplifica il funzionamento cooperativo, il controllo a distanza degli ambienti produttivi e la gestione degli allarmi.

Stampa 3D. È possibile realizzare velocemente parti di ricambio per sistemi medicali come pubblicato dal Corriere della Sera nell’articolo “Coronavirus, mancano le valvole per i respiratori: ingegnere ne dona 100 prodotte con la stampa 3D”  e da StartupItalia nell’articolo “Coronavirus, le valvole salvavita stampate in 3D (in 6 ore)“. Ed è possibile modificare prodotti esistenti per utilizzarli nella lotta al virus come pubblicato da Rai News nell’articolo “Coronavirus. Maschere da snorkeling diventano ventilatori ospedalieri grazie alla stampa 3D”, o creare nuovi prodotti in tempi ridottissimi come pubblicato da 3D printing “Coronavirus: Wasp stampa in 3D mascherine e caschi da lavoro“, integrando la creatività e l’abilità artigianale italiana con la flessibilità della produzione additiva. Anche la Commissione Europea ha chiesto aiuto agli operatori della stampa 3D come pubblicato da “Polimerica“.

Realtà Aumentata – I sistemi di AR, consentono di utilizzare in tempo reale le competenze di esperti che possono trovarsi ovunque, anche in quarantena, per supportare il personale presente in sede.

Quindi possiamo affermare con certezza che le tecnologie Industria 4.0 abilitano il paradigma della fabbrica sostenibile, iper-connessa, agile, flessibile, resiliente, affidabile e che in questo periodo di criticità, possono essere un valido sostegno nella gestione di alcune delle difficoltà che le aziende si trovano ad affrontare. 

Nello specifico, richiamiamo l’attenzione su quanto già presente a favore dell’adozione di tecnologie che consentono di controllare e gestire i processi aziendali da remoto.

La Legge di bilancio 2020 ha introdotto un nuovo credito d’imposta per gli investimenti in beni strumentali riportati agli Allegati A e B della L. 232/2016, in sostituzione delle precedenti misure agevolative note come “super ammortamento” e “iper ammortamento”. In particolare, alcune categorie agevolate di beni immateriali “Industria 4.0” possono risultare particolarmente utili nel presente contesto, quali ad esempio i software, sistemi, piattaforme e applicazioni per la gestione e il coordinamento della produzione con elevate caratteristiche di integrazione delle attività di servizio, come la logistica di fabbrica e la manutenzione (sistemi di comunicazione intra-fabbrica, bus di campo/fieldbus, sistemi SCADA, sistemi MES, sistemi CMMS, soluzioni innovative con caratteristiche riconducibili ai paradigmi dell’IoT e/o del cloud computing).

GDPR: tutto quello che c’è da sapere

Ricordiamo che l’articolo 13 della legge n. 163 del 2017, delegava il Governo ad adottare, entro il 21 maggio 2018, uno o più decreti legislativi per armonizzare il sistema italiano alla nuova disciplina europea. Tale termine poteva essere prorogato di 90 giorni (fino al 21 agosto) in assenza dei due pareri delle Commissioni parlamentari.

Il nuovo decreto andrà a sostituire l’attuale Codice Privacy (d.l.vo n. 196/2003), inizialmente avrebbe dovuto completamente abrogarlo, poi si è optato per una parziale cancellazione, con la sostituzione in blocco di alcuni Titoli e capi, nonché la minuziosa opera di modifiche centellinate di alcuni articoli, commi e parole.

In questo modo vengono regolati ampiamente tutti gli ambiti in cui il legislatore nazionale avrebbe potuto intervenire sulla base del Regolamento.

Sul nuovo testo il Garante per la protezione dei dati personali ha espresso il proprio parere positivo condizionato.

 

 

Generalità dei trattamenti

GDPR: controllo dei dati ai cittadini

Andiamo per ordine e iniziamo col dire che il testo dello schema si apre con l’art. 1 dichiara l’applicabilità generale del GDPR al trattamento dei dati personali per il nostro Paese. Un incipit che potrebbe apparire come scontato, ma che in realtà risulta necessario in termini di accettazione formale del GDPR rispetto alla generalità dei trattamenti effettuati nel nostro Paese.

In questo modo si amplia il perimetro di regolamentazione anche al di là di quelli che sono i limiti dei Trattati, ovvero i limiti entro cui si ricade nel diritto dell’Unione Europea. Si tratta in particolare dei trattamenti che non sarebbero stati assoggettabili al GDPR i trattamenti effettuati per attività la difesa, la sicurezza nazionale, la sicurezza interna e l’ordine pubblico, quelli effettuati dagli Stati membri nell’esercizio di attività relative alla politica estera, o anche le politiche relative ai controlli alle frontiere, all’asilo e all’immigrazione.

Trattamenti pubblici

GDPR: una guida per gli studi legali

Altra principale novità rispetto all’attuale Codice Privacy riguarda il cosiddetto contesto pubblico. Il trattamento collegato all’interesse collettivo non è più tale solo in riferimento all’appartenenza dei Titolari alla categoria di soggetti pubblici, ma in riferimento alla finalità del trattamento, che può appunto essere considerata diretta a soddisfare un interesse pubblico anche in caso di soggetto privato.

Ad ogni modo la base giuridica dovrà essere una norma di legge o di regolamento e disciplinata la comunicazione e, se si trattano particolari categorie di dati di cui all’art. 9 GDPR, il trattamento sarà consentito solo in caso di interesse pubblico rilevante.

Tra le casistiche di interesse pubblico rilevante individuate dal test troviamo l’accesso ai documenti amministrativi, ad attività sanzionatorie, allo svolgimento di compiti del servizio sanitario nazionale e dei soggetti operanti in ambito sanitario, le attività legate all’instaurazione, gestione ed estinzione di rapporti di lavoro per soggetti che svolgono compiti di interesse pubblico o connessi all’esercizio di pubblici poteri.

Regole deontologiche

Privacy: obbligo DPO in azienda

Lo schema di decreto, come auspicabile, pone inoltre l’accento su uno strumento che il titolare può utilizzare per favorire sia il rispetto del GDPR sia il controllo sul proprio comportamento da parte dell’autorità Garante.

Si tratta di quelle che vengono definite come “regole deontologiche” per la privacy, che tuttavia sembrano differenziarsi dai Codici di condotta di cui all’art. 40.

L’unica problematica rispetto a questo punto risiede nella possibilità di riutilizzare eventuali codici già adottati, che comunque dovrebbero essere aggiornati al GDPR e resi nuovamente pubblici. Il problema nasce dal fatto che se tali codici si riferissero ad attività di trattamento in vari Stati membri, allora sarebbe necessario un apposito parere del Comitato Europeo. In altre parole utilizzo delle “regole deontologiche locali” su trattamenti presenti in vari stati membri potrebbe rappresentare un violazione al GDPR.

In relazione a questo, un esempio è quello in materia di dati relativi alla salute trattati da una multinazionale, per le regole deontologiche eventualmente già presenti potrebbero andare in conflitto, o sovrapporsi, con eventuali Codici di condotta a livello europeo.

Ad ogni modo, sempre rispetto ai comportamenti leciti e suggeriti, potrebbero essere messe in campo anche apposite misure di garanzia da parte del Garante, secondo la previsione dall’art. 9, comma 4 del GDPR.

Restrizioni dei diritti

GDPR: cosa cambia per i professionisti

Viene prevista la restrizione dei diritti dell’interessato regolati dal GDPR in caso di perseguimento di particolari finalità come quelle antiriciclaggio, il sostegno alle vittime di richieste estorsive, l’attività delle Commissioni parlamentari di inchiesta, la politica monetaria e valutaria, nonché il controllo del sistema dei pagamenti, e degli intermediari creditizi e finanziari, nonché per lo svolgimento delle indagini difensive.

Soggetti designati

La norma introduce il concetto di:

  • soggetti designati: coloro a cui vengono attribuiti specifici compiti e funzioni internamente all’assetto organizzativo del  o del responsabile e relativamente al trattamento dei dati personali;
  • soggetti che sono autorizzati al trattamento di dati personalisotto la diretta autorità del titolare o responsabile.

Settori specifici

Il decreto contiene delle disposizioni volte a  disciplinare i trattamenti di particolari categorie di dati in determinati ambiti, come quello sanitario, inerenti ai dati degli studenti, dei professionisti iscritti in albi, per archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca storica, a fini statistici e ricerca scientifica.

e-Privacy

GDPR per siti web, artigiani, studi e negozi

Lo schema di decreto legislativo introduce una sorta di rafforzamento in materia di sicurezza per i fornitori di servizi di comunicazione elettronica accessibili al pubblico e aggiunge un obbligo di informativa agli abbonati ed agli utenti di un particolare rischio di violazione di sicurezza della rete.

Giornalismo

Con riferimento al settore del giornalismo, viene ampliata la portata delle norme prevedendone l’applicabilità quando il trattamento è effettuato ai fini della pubblicazione di saggi o altre opere, anche in via non temporanea, e viene autorizzato il trattamento delle particolari categorie di dati di cui all’art. 9 GDPR, anche senza il consenso dell’interessato, ma nel rispetto delle regole deontologiche da adottarsi entro sei mesi dalla proposta del Garante. Viene inoltre previsto un periodo transitorio in cui il Garante, in cooperazione con l’ordine dei giornalisti, prescriverà misure di garanzia a tutela degli interessati.

Reclami e segnalazioni

E-Commerce: risoluzione dispute con ODR

Lo schema di decreto prevede che il reclamo innanzi al Garante possa essere  sottoscritto dall’interessato o da un’associazione rappresentativa e proposto solo se non sia già pendente un procedimento innanzi all’autorità giudiziaria per il medesimo oggetto e le stesse parti. I tempi di decisioni del reclamo sono fissati in nove mesi.

La segnalazione può essere proposta da chiunque.

Il Garante può inoltre:

  • denunciare i fatti configurabili come reati perseguibili di ufficio, oltre a quelli già previsti in via generale dal GDPR e dalle altre normative richiamate nella disposizione;
  • esercitare l’azione in giudizio nei confronti dei titolari o dei responsabili del trattamento nel caso di violazione della normativa. Tale facoltà si eserciterebbe con il patrocinio dell’Avvocatura dello Stato o, in caso di conflitto di interesse, con propri funzionari od avvocati del libero foro.

I poteri di accertamento dell’Autorità

Vengono quindi ampliati i poteri di accertamento dell’Autorità estendendo la richiesta di esibizione anche al contenuto delle banche dati, con possibilità di accesso alle stesse, agli archivi e facoltà di ispezionare e verificare i luoghi in cui è effettuato il trattamento o comunque effettuare rilevazioni utili al controllo del rispetto della disciplina. Gli accertamenti possono anche riguardare reti di comunicazioni accessibili al pubblico, mentre per i trattamenti relativi ad esigenze di sicurezza nazionale gli accertamenti devono essere svolti da un componente designato del Garante, senza possibilità di delega.

Disciplina sanzionatoria 

La disciplina sanzionatoria diviene piuttosto articolata e regola sia l’applicazione delle sanzioni amministrative sia le fattispecie di reato per il GDPR.